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PENSO L’ARTEPOESIA (2012-2014)

EB di Terzet

a Raffaele Perrotta, dioscuro trasparente

da sempre avviene misteriosamente

meravigliosamente per chi l’accetta

Questo lemma, artepoesia, lo discendo da Stevens che per primo parlò dell’equivalenza tra pittura e poesia.

/Tiziano chiama “poesie” i dipinti inviati a Filippo II, figlio ed erede di Carlo V, dal 1551./

Qui diventa occasione gnoseologica e visionaria per consolidare il pensare trasmutativo che vede l’unificazione dei due termini, in più per distinguere la parola arte come pittura dall’uso improprio e inflazionato riferito a molti altri mestieri: moda enogastronomia fitwellness arredamento bricolage tecniche sportive e belliche illustrazione ecc.

L’uomo possiede una corporeità che chiamiamo comunemente corpo. Questa corporeità è la parte che muore, che seppelliamo o bruciamo e che ricordiamo come “il defunto”. In vero questa corporeità, una volta morta, non è niente più di un vestito e ossa.

La nostra sostanzialità consiste invece nel corpo solido vivente, quello che ci fa essere quello che siamo veramente. Questo corpo solido vivente è il corpo interiore, sintesi dell'Io e del Permanente. Se vogliamo, possiamo dire che è l'Io e la coscienza: questa parte è la parte immortale dell’uomo che, morta la corporeità, continua a vivere, ad essere energia e a prolungare eternamente la propria vocazione, il senso per cui è su questa Terra.

Il Permanente (parte immortale o “divina”) è ciò che suggerisce all’Io il da farsi, il senso della sua identità, della vocazione personale, del significato della vita e dell’operare ed agire verso noi stessi e gli altri, sempre che l’Io (parte mortale o “umana”) desideri seguirne la parola. Gli artistipoeti, come coloro che diciamo santi, sono i primi a sapere e capire che siamo costituiti in tale modo e sanno che le loro opere sono in parte dovute ad essi, in parte al divino in essi parlante.

La libertà dell’uomo consiste nel far prevalere la parte mortale oppure nel renderla aperta alla parte immortale. Coloro che la aprono completamente, noi li chiamiamo appunto artistipoeti e santi, perché vivono del divino; mentre coloro che chiudono alla parte divina rimangono animali nella scala evolutiva verso il completamento come era in Origine, prima dell’Inizio.

Eravamo co-divini, immortali e ne portiamo la memoria e il ricordo, senza sapere che cosa sia successo per essere pervenuti a questa situazione di morte. Il Mito dell’Origine. O lo “abbiamo percepito” avendo inventato i Miti del Paradiso Terrestre e della Cacciata?

/Si sa che il mito nasce di fronte all’ignoto, al mistero e narra di una “creazione” : dice come una cosa ha cominciato ad essere attraverso il discorso poetico. Il mito è ciò che permette all’uomo di parlare dei princìpi primi e delle grandi questioni che si pongono all’umanità, dovendo essere rinnovato ed adeguato al presente, oltre ogni storicità pena la rovina dell’essere. Creare è “dare un nome”, nominare significare. La scienza, in seguito, conosce e spiega la meccanica dell’evento sconosciuto (discorso scientifico o metaforico), non eliminando del tutto l’ignoto (mistero) che si ripresenterà nella storia. Mito e scienza si alternano ciclicamente, spostando continuamente l’orizzonte del mistero: forme di conoscenza similmente valide, non opposte. Si sa che molti matematici pensano ai numeri come a principi primi, inspiegabili, mitici. Sia chi sa il mito, sia chi sa la scienza, se nasconde il raggiunto, vuole il potere./

Sappiamo comunque, molti non tutti, che dobbiamo risalire con fatica materiale e spirituale verso il nostro stato primario. Gli artistipoeti questo lo hanno capito, come i santi e coloro che hanno avuto fiducia nella parola divina.

Certamente anche i santi e gli artistipoeti sono rimangono umani mentre vivono la loro corporeità e si distinguono per la loro opera. Questa è innocente, intoccabile, non estinguibile, la loro corporeità al contrario rimane attaccabile e degradabile, ma l’opera riscatta ogni errore o colpa dell’Io. La voce del corpo solido vivente la sorregge e la preserva in quanto opera dell’uomo che non si è sentito autosufficiente, che ha capito che necessitava di aiuto, che operando assieme sarebbe pervenuto al compimento dell’opera, compimento ancora imperfetto rispetto al “pensiero perfetto” che l’uomo ha dentro e che sente e che mai sarà da lui compiuto.

Questo sapevano Matisse e Picasso quando concordavano che dipingevano perché erano alla ricerca dell’atmosfera della prima comunione.

Tale atmosfera bisogna trasformarla in pensiero d'intenzione altrimenti rimane solo una inutile vuota speranza. Bisogna saper accogliere una intenzione-centrale, capirla e con i mezzi propri dell’attività artisticopoetica, tentarne la realizzazione. Ad intenzione-centrale corrisponde significato-centrale attorniato da altri significati periferici. Necessita trovare i vari significati insiti nell’opera d’artepoesia per ricercare il significato-centrale e non addurre significati estranei all’opera, per lo più bizzarri e fuorvianti. All’ermeneutica conviene essere più attenta eticamente ed etimologicamente.

L’artepoesia è un pensare diretto analogo al pensiero dell’Eterno.

L’Eterno (ciò che diciamo dio) è pensiero perfetto, realizzazione totale e totalmente compiuta, “unica parola” che compie “unica/molteplice opera vivente”, pensiero che si svolge in autosufficienza e che non sarà mai raggiunto totalmente dall’uomo che vive anche di contingenza. I santi sanno e capiscono. Gli artistipoeti non tutti. Alcuni esagerano come non vorrebbe Auden.

L’artepoesia è un pensiero realizzato, non compiuto totalmente. Ecco perché l’artistapoeta sa che deve continuare a mutare un’opera per tutta la vita assieme con il Permanente per migliorare continuamente l’opera che a sua volta migliora, direttamente e indirettamente, il mondo degli uomini, come dice ancora Auden.

Sta qui la differenza tra l’artistapoeta il santo l’Eterno.

Il Permanente (che è totale) non permette al parziale (contingenza) di vincere nella lotta che l’uomo combatte al suo interno, per cui le opere degli artistipoeti e dei santi sono quelle che rimangono nella storia del mondo, modello imperfetto ma aprente e aperto al modello perfetto. L’imperfezione dell’opera dell’artistapoeta (e del santo) non sminuisce la loro importanza, in quanto pur imperfette queste opere sono il limite massimo a cui possa pervenire ogni singolo uomo.

Quando l’uomo ha iniziato a pensare, sapendo di pensare, qualcosa ha pensato come relazionarsi alla natura e agli altri esseri umani, dapprima dello stesso gruppo. Un problema si presentò ogni volta che gruppi diversi, magari della stessa etnia, venivano in contatto. Per lo più, ci dicono i dati archeologici, lo scontro era inevitabile, ma talora i gruppi si integravano, si allargavano e aumentavano la capacità del “nuovo gruppo “ di vivere meglio e di raffinare la propria tecnologia.

Che cosa pensavano e si dicevano gli esseri umani di questo ipotetico gruppo? Certamente erano meravigliati di quello che vedevano e sentivano, era emozionati e contemporaneamente erano curiosi di vedere di sapere che cosa fossero tutte quelle cose, come funzionassero, come fossero fatte e come poterle utilizzare ai propri fini benefici.

Meraviglia, curiosità, emozioni, desiderio di conoscere.

Questi i primi movimenti degli uomini del nostro gruppo mantenutisi per via genetica negli umani ulteriori. Anche noi ci meravigliamo di fronte ad una cosa nuova, siamo stupiti dall'architettura di un tempio antico o di un palazzo inconsueto, siamo curiosi di avvicinarli di toccarli di vedere che cosa siano, siamo ancora emozionati e vogliamo sapere come sono fatti. Poi li nominiamo secondo il nostro linguaggio in generale ed alcuni daranno loro un nome secondo la propria lingua, distinguendosi dai più. E via così, venendo sempre più alla consapevolezza il senso dell’ignoranza, il desiderio di sapere sempre di più e il sentimento disturbante di sapere che non tutto si può sapere, se non si intenda per tutto il mondo degli oggetti circostanti. Il che è una limitazione da non prendere in considerazione.

Allora dobbiamo aggiungere ai primi moti che abbiamo detto, anche il sentimento dell’ignoranza, la coscienza di non poter sapere tutto. Ignoranza che porta uno squilibrio, la sensazione che “muovendoci” incontreremo cose che non conosciamo e non sappiamo come si comporteranno. Queste cose ignote portano ad una nuova situazione: la paura.

Sappiamo soddisfare la nostra meraviglia lo stupore la conoscenza, ma subiamo il senso di ignoranza e della paura.

Ignoranza e paura sono i sentimenti che hanno guidato gli uomini nella progressione positiva e negativa dell’evoluzione che va verso la compiutezza.

Con che cosa si può combattere l’ignoranza è ben intuibile: con lo studio e la conoscenza continuata. Ma la paura non è così facile da superare, ed anche l’ignoranza non è estinguibile giacché le cose da conoscere “aumentano” con il progredire del conoscere e del sapere.

Che fare?

Per l’ignoranza non c’è scampo. Possiamo arrenderci non procedendo più nella conoscenza e rientrare, per sicurezza di sopravvivenza, nella “norma media del gruppo”. Altrimenti possiamo continuare a conoscere a studiare a indagare “le cose e i problemi del mondo nostro e altrui”, vicino lontano lontanissimo, ma nella consapevolezza che non raggiungeremo mai la conoscenza totale. Così alcuni uomini continueranno ad accumulare e raffinare il proprio conoscere tentando di pervenire ad un sapere più completo e profondo in campi relativamente ristretti e circoscritti, ossia si specializzano. Anche in questo caso, l’uomo non può non riconoscere che ha un limite oltre il quale non può andare e, ragionevolmente, lo accetta. Altri non lo accettano e si perdono. Bisogna ammettere che l’ignoranza si può contenere, ma non sconfiggere. Più si conosce e più entriamo nella consapevolezza che un territorio di conoscenze rimane da esplorare e che a noi, uomini, non è concesso toccare il suo perimetro. Il Mito di Ulisse. L’ignoranza non si sconfigge, ma fa riconoscere in particolare il limite del singolo vivente, in generale i limiti dell’umanità.

Vediamo che cosa succede con la paura.

Dapprima abbiamo paura di tante cose, dal buio al fuoco, del nuovo, del diverso sino a costruirci un nemico su cui scatenare la nostra paura, trasformata in aggressività. Quando ci sembra di aver sconfitto la paura con l’aver individuato il perché del suo insorgere, ecco che un altro evento, cosa o persona, fa rinascere la paura. E così via per giungere alla matrice della paura: la morte.

Abbiamo paura perché sentiamo che siamo limitati dalla morte. Abbiamo paura di qualche cosa esterna ed interna perché abbiamo paura della morte. In generale, e oggi più di ieri, non siamo educati alla morte, se non attraverso pedagogie che inibiscono le nostre capacità e possibilità e ci portano se non alla rassegnazione, alla depressione.

Come superare la paura della morte?

Respingere il pensiero di essere immortali come quello dell’inutilità dell’agire, soprattutto non lasciarsi prendere dal vitalistico scorrere della vita, manifesto in certi luoghi comuni: è il destino, doveva andare così ecc. Ogni uomo è padrone e responsabile del suo destino e può, quindi deve, agire secondo quello che è. Ritorniamo al nodo dell’accettarsi.

Nessuna rassegnazione, nessuna depressione, nessun fatalismo.

Anche l’idea di immortalità può essere riportata, con una conversione mitica, al fatto che un tempo siamo stati immortali e che successivamente, per qualche evento ignoto alla mente e al cuore, siamo adesso mortali. Dobbiamo accettare di essere mortali e meglio lo faremo se migliore sarà stata l’educazione a questa condizione. Solo con la consapevolezza che il nostro vero limite è la morte e non l’ignoranza, possiamo liberarci da questi due sentimenti e possiamo vivere nella libertà responsabile verso noi stessi e gli altri. Sappiamo, adesso, che sin dall’Inizio l’uomo ha saputo di esser limitato a tal punto che sparisce, muore all’amicizia, agli affetti, agli amori, alle cose che per lui erano piacere, gioia e lo soddisfacevano anche per un altro sentimento (da sentio) che si era presentato a lui: la Bellezza.

La morte (come l’ignoranza, anche se questa solo temporaneamente se si desidera superarla), ci porta via la Bellezza (idea trans-storica) e il Bello (concetto storico, campo del criterio di gusto).

A questo punto entra in gioco il pensare trasfigurativo.

Per una buona parte di secoli in Europa, e successivamente in Occidente, dalla Grecia a noi, il pensare è stato confuso con una certa filosofia che si presenta, anche sotto maliziosi travestimenti, come una retorica per convincere e comandare anche con la singola persona verso predeterminate finalità economicosociopolitiche. La scienza del potere è questa filosofia normativa. Dicevamo che entra in gioco il pensare di cui sappiamo molte tipologie: metaforico, simbolico, mitico, metafisico, pragmatico, pratico, scientifico, tecnico, tecnologico e altre che vedremo.

L’uomo possiede un pensare analogico, ma la sua parte immortale (divina) vive di un pensare eterno. Tra questi due opposti ecco l’artistapoeta che vive, come il santo, di un pensare analogico-diretto senza raggiungere la totalità del pensiero eterno. Il pensare trasfigurativo in opposizione alla filosofia che si esprime come ripetitiva legge regolativa.

Il pensare trasfigurativo può salvare l’uomo dalla sua paura fondamentale, la morte.

Gli impulsi che il sentimento della morte agita nel nostro interno ed esterno come atti e azioni possono non essere repressi (per paura), ma trasformati in possibilità positive per l’uomo. Vale l’esempio di Van Gogh che, ossessionato dalla paura di non essere accettato e quindi isolato respinto negato come artistapoeta, ha trasformato le energie della paura della morte in opere d’artepoesia. Mille altri esempi esistono. Trasformare la morte in vita attraverso l’opera d’artepoesia e non solo per raggiungere una immortalità orizzontale, ma per se stessi prima di tutto ovvero per esprime tutto quello che si può dire all’interno del limite riconosciuto e accettato. All’interno di questo limite l’artistapoeta esplode tutte le proprie energie non pensando a se stesso, ma mirando oltre la propria vita, alla vita dell’umanità, alla vita che non muore, ma si trasforma. Oltre lo spazio e il tempo, verso lo spaziotempo, verso gli universi mondi infiniti, grande azzardo avendo fede nella propria attività, nell’artepoesia scelta per segnarsi nella massima “umana divinità” possibile.

L’uomo trasmuta il limite in una luce di Bellezza, siccome l’artistapoeta cerca nel suo “fare artistico” primariamente Poesia; e sappiamo, nessuno può negarlo, che nel nostro complesso gruppo etnico europeo l’artepoesia cerca una intenzione che esprima Bellezza. Semplicemente possiamo dire che l’uomo per esistere umanamente al massimo non può che essere un artistapoeta, un essere trasformativo che agisce e opera per la Bellezza, sconfiggendo ignoranza e morte, noia e paura perché ha capito il grande gioco del pensieroparola a cui è stato chiamato. Sappiamo, anche se qualcuno ha fatto e fa finta di non saperlo, che essere artistapoeta è un dono, diciamo pure genetico che, attualmente, non tutti desiderano o possono riconoscere.

Non tutti sono artistipoeti, tanti lo fanno. Qui la differenza tra gli artistipoeti e i loro nipotini.

Artistapoeta è colui che meraviglia con i segniparola, perché si è meravigliato lui, prima del lettore, di trovarsi sulle dita (prima ancora nell’unità mentecuore) delle parole sulle quali ha la capacità di disposizione e collegamento in un modo del tutto nuovo che diciamo artisticopoetico. Come avviene nell’opera di de Staël che partendo dall’esperienza della realtà (natura, oggetti, uomo) la muta in un cosmo meno materiale, più vivente, più vicino alla luce. L’artistapoeta unisce con i segniparola se stesso agli altri uomini, unisce le varie culture ovvero i problemi fondamentali d’ogni essere che vive e muore, che sente i riverberi della vita.

Quando si studia a tavolino come iniziare una guerra contro un nemico, si pensano strategie e tattiche per poi riversarle sul “campo di battaglia”. La differenza tra il pensare una guerra, anche finanziaria, e il pensare artepoesia, sta inizialmente nel verbo che dobbiamo cambiare: non si pensa di fare una poesia una pittura, ma si sente, urge artepoesia. Non si sta a tavolino, con un piano razionale prestabilito, non si progettano strategie e tattiche, ma ci si pone di fronte al supporto e si attende che “qualcosa” avvenga”. Se avviene la mano trasporta quello che è accaduto nella mentecuore sul supporto vergine, lo imbratta e lo corrompe con intrecci di segniparola. Corrompe il supporto in quanto materialità, in quanto compattezza che ostacola il segnare e si oppone alla trasmissione immateriale che va facendosi.

La materialità della carta contro l’immaterialità del segnoparola.

Ecco i ghirigori, i ritorni, la cancellature, i ripensamenti per trovare l’equilibrio. Si deve trovare un punto di connessione tra supporto e segnoparola, tra immaterialità e materialità; ecco perché consumiamo molta carta che è materia che, nel momento della segnatura, si trasforma in quella materialità per il passaggio delle intenzioni a reali. L'artistapoeta non ha nessun nemico; l’unico nemico che può ostacolare l’avvento dell’artepoesia è lui stesso che può stravolgere mutare capovolgere addirittura quei segniparola che a lui si presentano e che lui dispone. Si elimina questo nemico, il più terribile e strenuo, con l’accettazione di essere, in prima battuta, solo un traslatore, un ponte per i segniparola, con l’accantonare il proprio ego, con il non intervenire nel flusso istantaneo che s’affolla alla mente, immediatamente tra-scrivendolo. Ma l’Io che ha sconfitto l’ego (contenente ogni abitudine e ritualità e che tende a conservare il passato sfuggendo al presente che s’infuturerà) non è solo un ente ricettivo e passivo, è attivo ed elaborante una volta che “il flusso intenzionale” è stato trasformato in segnatura. Allora lo si lascia decantare come buon vino, lo si discosta da se stesso per poi, quando si sente che è necessario, ritornarvi accanto e vedere come migliorarlo al massimo consentito, nella coscienza che la “perfezione artisticopoetica” è avvicinabile, non compibile.

L’artepoesia è un dono della nostra mentecuore.

Il movimento razionale (che comporta conoscenza tecnica) viene dopo, viene nella fase del riordino del primo movimento, riordino che può migliorarlo come distruggerlo qualora l’ego, non spento del tutto, insorge contro l’Io e tenta di imporre la sua accumulata, consolidata esperienza genetica, confermata dalla maggioranza degli uomini che non vogliono cambiare, che stanno bene così, che pensano che ogni cosa e persona sia statica e non svolgentesi nello spaziotempo. Se l’ego riesce vincitore non ci sarà artepoesia, ma solo del segnare che il gusto del tempo accetta ed onora come arte, in effetti solo pessima retorica. Se l’Io riesce a resistere, ecco lo splendore dell’artepoesia a riprova del quale è lo stupore e la meraviglia dell’artistapoeta che vede legge sente la segnatura come altro da sé, come se non fosse sua. E non è più sua. Artepoesia autentica è di tutti e tutti possono leggerla secondo loro stessi, possono trovare altri significati, detestarne alcuni, prediligerne altri, ma saranno buoni lettori se coglieranno o si avvicineranno al significato-centrale dell’artepoesia che l’artistapoeta ha donato all’umanità e all’universocosmo. Tutti i lettori che si fermano alle proprie interpretazioni perdono molto dell’artepoesia insita nell’opera, non colgono la direzione che quei segniparola stanno indicando: si fermeranno ad una superficie molto inconsistente e deperibile. Non vedranno le meraviglie nascoste con e dentro i segniparola che l’artistapoeta, dopo il primo frastornamento, ha capito e voluto donare perché altri capiscano, se lo desiderano.

L’artepoesia è capire il desiderio dell’uomo.

Che cosa si desidera primariamente, tra i tanti oggetti possibili del desiderare?

/Dal desiderio il piacere, correlativo al principio del nostro universo, l’equilibrio, espressione dell’unità. Il piacere, spinto dal desiderio di conoscere sapere capire, può essere etero o autoreferente: quest’ultimo è il più povero, vicino alla nostra animalità, soddisfa l’istinto; è “un” piacere che rimanda ad altri piaceri, in continuazione, dove “l’oggetto di piacere” è vissuto solo come “cosa”, anche se è persona, sfruttandolo, adoperandolo e cambiandolo al più presto per “un altro nuovo”. Il piacere eteroreferente è proprio dell’uomo che prova “il piacere” verso una “oggetto” sentito come essere vivente, non rimane fine a se stesso, altrimenti rientrerebbe nell’autodirezionalità, ma tende ad altra finalità condivisibile. Ciò avviene nell’opera d’artepoesia. L’autore distende il piacere in essa e chi la contempla lo può sentire; tutti coloro che lo desiderano. Il piacere nell’equilibrio, quel fremito che diciamo felicità, ed è forse gioia./

Tralasciando i desideri momentanei e banali del quotidiano vivere, non interessandoci dei desideri per la sopravvivenza pure importanti, vediamo che i desideri costanti e forti sono il desiderio di immortalità e il desiderio di eroicità (unicità umana). Partiamo da quest’ultimo.

Che cosa significa voler essere eroe se non essere un uomo superiore, “più dell’altro”: pensarsi unico, una mitologia del desiderio che parte dall’Inizio e che si presenta alle varie culture dell’uomo come l’eroe, il proto-tipo. Nella maggioranza dei casi, diventando “civile” ossia adeguandosi alla volontà generale, l’obiettivo viene abbassato e si scende sino alla falsa eroicità della quotidianità, che eroica e solenne non è ed avvilisce l’uomo, l'umanità tutta.

Immortalità: ogni uomo desidera non morire, desidera essere eterno. Quindi o si va contro l’Eterno per invidia e si perde dato che moriamo, o al limite si patteggia e allora si vivacchia tremolanti; molto meglio se ci si concilia con l’Eterno e si tenta di capire quale sia la relazione riuscita (opera d’artepoesia) tra la persona e l’Eterno.

La Bellezza è il simbolo dell’Eterno.

L’uomo la cerca in ogni azione, la Bellezza è il desiderio costante del’uomo. L’uomo trova maggiormente sentore di Bellezza in quelle opere che non sono legate alla storia alla moda al gusto personale, nelle opere che oltrepassano gusto moda storia, che resistono ad ogni nuovo sociopsicologismo, in quanto posseggono quella capacità di meraviglia e stupore che ci riportano alla fanciullezza dove le nuvole erano cavalli e angeli, la foresta nugolo di cavalieri, il mare una flotta di navi: l’uomo sente la Bellezza quando pensa che tutto potrebbe essere bello corretto buono, addirittura giusto e desidera che continui sempre. La creazione del mito, uno dei “modi” per parlare dell’Eterno e di “fare teologia”, l’altro è l’artepoesia.

Il desiderio dell’utopia è soddisfatto dall’artepoesia.

(Le Odalische di Matisee, i Ritratti di Picasso, gli Agrigento di de Stael)

Analogia utopia artepoesia eternità, questi le presenze del flusso istantaneo quando si presenta alla mentecuore dell’uomo. Analogia e utopia sono legate strettamente a tal punto che le possiamo trovare in una sola parola: simbolo. L’analogia è la possibilità di dire l’esistenza e l’essenza dell’Eterno, una “scoperta linguistica” per poterne dire, mentre l’utopia è un orizzonte mitico per poter reggere le incongruenze le contraddizioni della vita terrena. Il simbolo le riassume entrambe e permette il rivestimento artisticopoetico dei segniparola che superano l’utopia riversandola in una visione di continuità spaziotemporale, quindi vicina al discorso sull’eternità, sull’Eterno. L’utopia, attraverso il discorso simbolicoanalogico, fa reggere le fatiche del vivere, permette la vita. Non solo: fatto in modo di accettare le acutezze vitali, l’utopia ci permette di oltrepassare il contingente e di consistere con la paura e la morte, col desiderio di immortalità, ci permette di avere una visione (che è poi il sorgere dell’artepoesia) più larga più vasta più profonda e, soprattutto, di porre in atto il tentativo di risoluzione degli equilibri instabili tra vita/morte, arte/poesia, vita/artepoesia.

Dall’utopia all’artepoesia, il percorso dato all’uomo per esaltare la vita conferendole senso e significato, per accettare la morte nell’artepoesia che lo trasla nei cieli infiniti ignoti ma sentiti, dove i confini non sono più, dove ogni articolazione è presente nel minuscolo mansueto semplice potentissimo punto.

La relatività assoluta dell’artepoesia.

Sappiamo che ogni opera d’artepoesia è accompagnata da alcune condizioni: un indistinto agitarsi interno, la realtà esterna, l’intenzione o desiderio poeticocreativo di modificarla, la ricerca di tecniche adeguate. Queste condizioni che possiamo chiamare il sentire si possono ritrovare in molti uomini che vedono il mondo nella sua totalità, la realtà parziale che vivono, che sentono il desiderio di intervenire su di essa e di tentarne il che cosa e il come. Non tutti lo desiderano o lo possono desiderandolo; non tutti desiderano o possono intervenire sulla realtà esterna in modo poeticocreativo ovvero dire la propria visione complessiva del mondo, trasformare la realtà in reale, conformare ed esprimere il proprio interiore senza nessun altro interesse. Non tutti sono pronti o preparati a questa decisione. Quando si sente nel proprio interno questo agitarsi, questo grumo muoversi immediatamente lo si pensa come un conflitto psichico. Lo si ascolta, si vuole conoscerlo, si vuole capire che cosa stia accadendo in se stessi. Se si accetta la pena di questa ansia e si capisce che non è solo un sintomo psichico, la si può trasfigurare in un moto relazionato con la realtà, coniugarlo con l’esterno. Presa coscienza dell’esistenza e della natura di questo “mal-essere” lo si trasforma in un “ben-essere” che si conferma come forma. L’uomo, a questo punto, deve decidersi se trattenere questo “agitarsi” interiore e rischiare la lacerazione o “tirarlo fuori”; in generale, a questo punto dell’evoluzione umana, l’uomo decide di tenersi il malessere, altri lo gettano fuori con rabbia contro il mondo, pochi lo tirano fuori per trasformarsi e trasformare il mondo. Qui il centro del processo artisticopoetico. O l’uomo si accetta come trasfigurante o si dedica al sintomo, si preoccupa dell’ansia come disturbo sino al pensarsi malato, non comprende e non viene aiutato a comprendere (ineluttabilità e utilità dell’esperienza del maestro) che cosa sta accadendo e che cosa può fare. Se si pre-occupa dell’agitazione e gli altri a lui vicini anche, sarà solo un disadattato e un disagiato; se riesce a capirla, a controllarla comincerà a collegarla alla propria visione del mondo, mondo che ha visto e che desidererebbe modificare trasformare. Allora l’artistapoeta cercherà i materiali adeguati, le tecniche correlative alla nuova situazione per poter intervenire ed incidere sulla realtà, per trasformarla in un reale nuovo e meno parziale.

/ Si parte sempre dalla realtà per cui niente di nuovo con la filosofia del nuovo realismo, in vero coda inutile del già superato “post-moderno”. Più interessante è che la cosmologia (astrofisica) contemporanea ipotizza (Gamow/Guth/Hawking) che nella formazione dell’universo (di cui vivremmo l’età dell’oro, essendo dapprima disomogeneo e buio e che lo ridiventerà tra 5/7 miliardi di anni circa, se dalla sua esplosione non si creeranno nuovi universi, invece del Big Crunch o Big Rip) concorrono quattro elementi: gravità, nucleare forte e debole, elettromagnetismo, forze unificate da una sola forza fondamentale (Planck). Ancora, gli astrofisici ricercano una sola espressione algebrica che lo spieghi (struttura matematica dell’universo dove vige omogeneità-equilibrio). In modo altro si ripresentano i quattro elementi e l’archè dei fisici ionici, elaboratori e codificatori delle prime astrazioni indo-meso-egiziache ovvero l’inizio della cultura europea. E la matematica non ha convenuto su un principio unitario, su un numero primo, su di una unità, il numero uno, l’Uno? Chi, che cosa ha dato vita al Big Bang? che cos’è Il flusso oscuro che i cosmologi dicono esistente ma invisibile? (ma non era la critica ai sostenitori dell’esistenza di un eente/essere vivente e invisibile?) e la materia e l’energia oscure? perché non si applica all’industria energetica la fusione al posto della fissione? Il modello standard ha creato misteri da scoprire o è del tutto sbagliato? Il bosone di Higgs, invisibile ”donatore di massa” e salvatore del modello standard, di cui i fisici danno diverse definizioni, non sembra la riproposizione di filosofiche definizioni di dio? Il modello standard è un’ipotesi diventata moderno teologico ipse dixit? Il lemma natura, in greco physis, ha radice indoeuropea bhu, bha = luce, per cui natura è l’essere luce, il visibile, la verità ossia ciò che si presenta. Gli sciamani degli inuit riescono a percepire un fascio di luce che permette loro di vedere nell’oscurità, quello che altri non vedono. Cosmos (universo) da radicale Kens = dirsi, annunciarsi con autorità. Sarebbe da indagare la corrispondenza tra i quattro elementi dei fisiologi e quelli dei fisici quantistici, il perché del ritorno al tempo circolare lasciato quello “lineare”, il rapporto nuovo tra natura e artificio./

Dalla realtà al reale.

Costruire costituire creare ex aliqua re un reale nuovo più unitario per quanto è permesso alle umane potenzialità: l’antico gioco simbolico della parte per il tutto. La potenza che predomina l’atto. Costituita per la prima volta questa nuova visione del mondo e costituito un reale prima non esistente, l’artistapoeta continua per migliorarlo di continuo, perché ha capito che quella totalità che ha pensato di aver creato è anch’essa un parzialità che va continuamente completata, e l’ansia dell’intendere un mondo diverso e nuovo è lì, adesso per aiutarlo, è la sua grande alleata: importante che egli riconosca l’impossibilità di poter raggiungere la totalità della propria visione, per non vagolare senza senso.

Se, al contrario, il suo ego pensa di essere diventato onnipotente, l’artistapoeta ricadrà nel grumo iniziale, nell’ansia primordiale: si scinderà e fallirà. Ogni artistapoeta può anche scegliere di tentare l’impossibile, ma sarà del tutto inutile e questa decisione porterà a conseguenze negative per la sua opera e per la sua vita. Il che pensiamo essere sciocco.

Gli esempi artisticopoetici che si sono susseguiti da quando l’uomo ha iniziato la propria avventura di creatore di mondi compensativi di una realtà riconosciuta non idonea all’essere vivente, dicono che poco sono serviti suicidi abbandoni tradimenti traslazioni malizie furberie: la possibilità umana alla “totale totalità” è sempre rimasta e rimane una “impossibilità positiva”, quella forza che sollecita in avanti l’agire artisticopoetico.

Quando siamo dinanzi ad un’opera autentica d’artepoesia, vediamo come l’artistapoeta continua a cercare esperimentare tentare per tutta la vita, da sé allontanando coraggiosamente la tentazione di copiare altri, peggio di copiare se stesso. Ogni opera d’artepoesia - autentica quindi nuova - è un capire parziale in se stesso e per l’artistapoeta, dai lettori invece riconosciuto come totale, un “capolavoro” per e nello svolgimento dell’artepoesia. Soddisfatti gli interlocutori, insoddisfatto l’artistapoeta. Se così stanno le cose, l’artepoesia è un atto umano passato attraverso uno stato di sacralità, è opera d’artepoesia divina perché riconosciuta è l’impossibilità umana alla “totale totalità” contemporaneamente alla potenza umana di aver inventato un pensiero simbolicoanalogico per parlare di tale totale totalità attraverso una singolarità parziale: l’opera d’artepoesia. Questo grande gioco di parzialità/totalità è la grandezza dell’artepoesia da quando l’uomo ha iniziato a dirsi e dirci la coscienza di essere trasfigurante.

L’artistapoeta crea un reale nuovo e diverso, un continuum all’interno di un “dinamico spaziotempo di luce”, lasciata l’esausta distinzione tra spazio, tempo, moto, luce. L’artistapoeta si narra e narra se vuole svolgersi e partecipare all’evoluzione umana verso il ritorno al divino. Molti gli esempi dell’utilità dell’artepoesia a livello neurobiologico come per la formazione di principi etici, per saldare l’empatia sociale, per migliorare e fortificare l’attività cerebrale che si riverbera sulla nostra coscienza ce sull’Io; tra questi piace ricordare Jorge Volpi che in El cerebro y el arte de la ficcìon, Madrid, 2011 scrive: “… anche se sappiamo distinguere tra verità e invenzione, la letteratura (artepoesia dico io) non serve solo ad intrattenerci o ad affascinarci. L’artepoesia (la letteratura dice Volpi) ci rende umani.”

Questo reale creato non è più interessato alle emozioni alle sensazioni alle immagini, ma propone figure consistenti di corpoanima, di visibilitàinvisibilità, un tutt’uno sebbene ancora distinto nello spaziotempo.

/Le opere d’artepoesia conducono alla formazione di figure per accordarsi al reale scoperto, allontanandosi dall’”immagine” che è solo un riflesso secondo e puerilmente imitativo della realtà. La Figura permette la Bellezza; e questa ci salva dal male dal dolore dal limite ontologico? Ipotizziamo di sì se è coniugata alla Bontà, quindi alla purificazione mentale materica spirituale dell’Io. L’artepoesia è dolcetriste perché medica il dolore, il male e concorre a sentire il giusto./

Spaziotempo di questa galassia dominata dalla forza gravitazionale, dal moto. Forza di attrazione e moto che sono presenti nell’opera d’artepoesia come lo spaziotempo la luce sintetizzate al moto e all’attrazione, correlazione a quanto avviene nell’universocosmo, ai buchi neri che sono l’entrata in una dimensione invertita corrispondente ad un buco bianco dove si esce verso il passato che coincide con il futuro. La coincidenza di passato e futuro riporta al presente continuo. Il presente è ciò che ci compete, ma nel presente sono sia il passato che il futuro, il moto l’attrazione lo spaziotempo la luce; in una parola abbiamo l’energia con le sue componenti. L’Eterno è l’energia continua cosciente unitaria che crea e che riaccoglie il creato. Come nella nostra Terra abbiamo tanti nomi per un unico dio, così nelle varie galassie, se esiste vita, ogni vita avrà dato un nome al suo dio, ma unico è il Dio degli universi cosmi: Eterno che parla con ogni possibile essere di ogni possibile galassia. In tale direzione devono operare e muoversi gli artistipoeti, anzi tutti gli uomini che in un tempo mitico vivranno in questa condizione. Quando contempliamo la figura di un crocifisso, poniamo Il Cristo giallo di Gauguin, vediamo solo il visibile ossia il Gesù umano e non vediamo l’invisibile, il divino se non si pensa al Cristo: vediamo solo la superficie scritta detta dipinta scolpita architettata musicata e non vediamo la parte invisibile, se non pensiamo all’artepoesia.

L’artepoesia non può essere gratuita.

Se lo fosse l’artistapoeta non potrebbe esercitare la libertà della fantasia creatrice in quanto vivrebbe nel libero arbitrio e non si potrebbe parlare di responsabilità artisticopoetica come si è soliti invocare sempre, meno ancora di impegno. Se l’artepoesia fosse gratuita non ci sarebbe libertà né responsabilità ed è quanto vorrebbero gli attuali, come gli antichi e futuri, mistificatori slegati da ogni norma e regola anche etica e quindi àrbitri di fare arbìtri spacciati per arte e/o poesia. Pensiamo per coppie certo, ma ad ogni parola diamo doppio senso e significato, uno positivo l’altro negativo e le coppie sono sempre di contrari e/o opposti. Da qui l’ambivalenza o l’ambiguità. La prima è sicuramente maliziosa, adatta alla “filosofia del potere” quella classificatrice e normativa utilizzata per confondere l’altro e indurlo all’inganno. La seconda, ugualmente pericolosa ma non maliziosa, è atta al pensiero trasformativo dell’artepoesia, duplice di senso e significato non doppia, richiedente attenzione pazienza ed intelligenza a colui a cui si propone che deve utilizzarla al positivo, al di qua di ogni individualistico interesse ed egoismo. (persona non personalismo, individualità non individualismo) L’ambiguità è il mezzo e la possibilità per l’artepoesia di esprimersi: duplicità che rende l’atmosfera delle parole più complessa, meno complicata, più aperta alla Poesia.

Gli uomini devono scegliere: ambivalenza o ambiguità. I più sono per l’ambivalenza perché più semplice per raggiungere quei risultati che soddisfano l’ego non l’Io e in tal modo poter dominare, o presumerlo, le cose e l’umanità. Il potere si fonda sulla parola e sul discorso ambivalenti che possono voler dire A come B, la destra e la sinistra, il bello e il brutto, il buono e il cattivo, il corretto e l’errato, l’alto e il basso, l’utile e il dannoso, il giusto e l’ingiusto secondo la convenienza nel giocarsi la posizione dominante.

Artistipoeti e santi si affidano al contrario all’ambiguità, più complessa e difficile perché non esclude ma include il senso A e il senso B, l’Est e l’Ovest, il Nord e il Sud, e questo affidarsi non è per essere “più diversi e alti degli altri”, ma perché questa duplicità è più omogenea ed equilibrata nella ricerca della Poesia ovvero della verità e non del vero storico solamente. Il duplice senso dell’ambiguità conduce l’uomo a pensare che esiste una unità che tutto comprende e coinvolge, che tutto dipana nella storia umana in molteplici modi, che sussiste nel pensiero trasfigurante come intelligenza ipotesi utopia desiderio di sostanza vivente. Ecco perché il Mito non da’ soluzione, duplica la risposta, lascia la scelta, ambiguo per libertà.

L’unità è la ricerca che l’artistapoeta e il santo compiono sapendo essi della sua esistenza quale struttura costitutiva dell’universocosmo. Artepoesia comporta un atteggiamento criticocreativo che non cerca il giusto o il bene nella vita dell’autore, ma nell’opera sua in quanto ricerca di perfezione; infatti, solitamente, la vita dell’artistapoeta è migliorata raffinata perfezionata dalla sua opera. Quando coincidono vita e opera abbiamo la santità, la coincidenza tra bello e bene, bellezza e bontà. Ritroviamo il principio di unità su cui poggia l’opera degli artistipoeti e dei santi come dimensione creata dall’Io che da lui si è distinta, vivente di propria autonomia, non autosufficienza siccome derivata. Solo tentando la struttura unitaria viene ad avere senso e validità l’ambiguità, questo duplice che può condurre alla conquista concreta di essa, al suo sentirla e percepirla come vivente ed operante.

Artepoesia e santità poggiano sull’unità.

Gli astrofisici cercano la struttura matematica dell’universo ovvero una unità che lo spieghi, come da sempre è accaduto nel mondo della cultura intelligente sia essa stata chiamata scientifica o umanistica differenziandole o peggio mettendole in contrapposizione. La cultura è unitaria sapendo porre la più piccola particola all’interno della visone globale. Il molteplice e l’unità. Il mondo e il suo senso nei diversi campi dell’agire e dell’azione umane. Etica diritto scienza arte poesia.

Capire la relazione tra il molteplice e l’unità è capire il senso e il significato della vita, del proprio fare e agire secondo “la poesia divina” che invita a vivere l’altro come se stesso.

Capito il che cosa, dobbiamo capire il come. Come dire l’artepoesia oggi.

Siccome lo spaziotempo ha una traiettoria non rettilinea, ma va ad “impulsi circolari” e il molteplice altro non è che un frammento di spaziotempo nella catena indefinita di spazitempi (l’Eterno), non possiamo che dire agire per frammenti, conchiusi in se stessi che si collegano tra di loro come i cicli della storia, un frammento legato all’altro, un anello all’anello, orma con orma sulla Terra che si ricongiungerà all’Origine. Il Mito della Rinascita-Resurrezione.

Ogni increspatura dell’universocosmo equivale all’orma di ogni opera dell’uomo sulla terra, è la sua testimonianza e memoria in questo spaziotempo dell’universo-cosmo, questa età dell’oro che viviamo e che prima non era. Prima il buio poi la vita - luce - che tra settemila anni potrebbe finire. Questo il Grande Frammento composizione di frammenti, i singoli esseri con le loro opere per completare il Grande Disegno.

Vichianità rinnovantesi dell’artepoesia.

Manet, Olympia, 1863. Bataille dice che Baudelaire “pur essendo solo un poeta… aveva espresso quel profondo cambiamento che poco più tardi l’amico Manet avrebbe definitivamente messo in luce”. Stupisce che non abbia compreso l’affinità strutturale tra pittura e poesia, artepoesia, attività singolare e solitaria dove si ricerca, attraverso i segniparola, l’unità del costrutto che accoglie un frammento compiuto dell’universocosmo, lasciando la realtà come occasione.

Il segreto di Manet - dell’arte moderna e contemporanea autentica, non del divertimento e del disimpegno culturale e ideativo sostituito dalla banalità del quotidiano - sta certamente nel mettere a fuoco simultaneamente il primo e il secondo piano (il grandangolo a grande profondità di campo di Welles, il tecniscope di Sergio Leone) da cui lo spaesamento ottico-visivo del contemplante. Ma ciò risulta solo una insufficiente e limitativa tecnica che non risolve il desiderio dell’artistapoeta, di Manet. Occorre considerare la ricerca dell’unità dell’opera che è il tormento di Manet e di ogni vero artistapoeta: nell’unità si ritrova la Luce - anche quella atomicamente invisibile - la Bellezza e la ricomposizione del Cosmo (la Bontà?).

Questa unità è il prototipo a cui tende l’autore. Unità-prototipo che muta l’opera in esemplarità, una “cosa divina”, che permette il superamento del divenire storico, che è rinascita dello spirito dell’artistapoeta che troverebbe, se esistesse, nel capolavoro la propria redenzione. L’ unità-prototipo supera il “terrore dell’artepoesia” che si presenta ad ogni ulteriore inizio, terrore che alcuni autori non hanno sopportato, non sono rinati e per tracotanza o disperazione si sono disfatti. Se riconosciuto ed accettato, questo terrore, nel mentre l’opera viene fatta e si fa, si trasforma nell’intenzione di raggiungere l’Origine e riversarla nell’opera. La libertà trovata in sé si accorda con la necessità.

Non possiamo non essere quello che siamo.

Se Manet, da cui s’inizia la moderna cultura artisticopoetica europea, avesse voluto fermare il tempo e lo spazio, mutando questi due parametri l’opera d’artepoesia sparirebbe, ma Manet ha finto di farlo giacché nella immobilità (non fissità) dell’opera ha posto il fluire dello spaziotempo. Ogni autore cerca di realizzare l’Opera e fondamentalmente compie una sola opera d’artepoesia, tutte le altre rimanendo in funzione di quest’Opera Centrale che lascerà posto ad altra Opera Centrale, sino alla fine dei tempi, ogni opera rimanendo nell’opera nuova, pensiero e materia, invisibile ma vivente, come i morti che vivono invisibili. Quindi Hegel aveva ragione a dire che l’arte sarebbe morta?

No. L’arte si è mutata in artepoesia che, ipotizzo, si muterà in “qualcosa d’altro” più arricchito, migliorato, perfezionato. Rimarrà, “alla fine dei tempi”, solo il pensiero dell’artepoesia inglobante il pensiero dell’eternità e della perfezione, pensiero che sarà riassorbito anch’esso nell’Eterno. Muoiono le opere ma non il pensiero di esse, e siccome pensare è credere (sant’Anselmo - Duchamp) rimanendo il pensiero delle opere rimane il credere nelle opere d’artepoesia. Oggi l’artepoesia, domani altro a cui consegniamo il nostro pensare.

Come dicono Rimbaud Duchamp Nietzsche, Davidici Egizi Greci, Lao Tzu Buddha Gesù e tutti gli “uomini sovrumani” di tutte le culture, le opere di artepoesia non possono essere che profezie dette per parabole per essere capite accolte scambiate. La necessità del Mito. L’artepoesia è la Bellezza, il Grande Mezzo dato all’uomo per salvarsi, il solo pensiero, a cui si lega il concetto storico del bello, che lo avvicina alla creazione divina, al progetto divino di donare amore perché sia da tutti accolto e ricambiato. Il Mito della Trinità. Camus dice che se ci fosse Bontà al mondo Poesia non sarebbe necessaria. Questo è il senso del perché la Bellezza dell’artepoesia si trasforma in Bontà dell’artepoesia che deve essere capita accolta scambiata, e così di seguito sino al Big Crunch.

Noi teniamo i ricordi e le memorie: nei musei nelle biblioteche abbiamo o tentiamo di avere il meglio dei vari artistipoeti e siccome ogni autore segna un’opera d’artepoesia il problema centrale degli amanti e competenti cercatori d’artepoesia è quello di capire quale sia l’Opera Centrale di ogni artistapoeta.

Ci sono dati orme lasciti indizi degli autori per capire di ogni artistapoeta l’Opera Centrale che possiamo dire “capolavoro”, per pervenire alla Bellezza - alla Bontà - e attraverso essa(e) accordarsi all’Eterno ovvero a quell’entità che una volta la metafisica chiamava Assoluto. Il Mito della Metafisica.

Noi uomini desideriamo capire il senso della vita e la relazione sua con L’Eterno e ad oggi l’ipotesi più attendibile per raggiungere questo obiettivo rimane il Mito (mythos è narrazione, non descrizione né spiegazione). Così salviamo il mondo le opere i concetti le idee il credere il pensare trasfigurato da noi sovraumani (uomini co-divini che hanno lasciato ogni animalità) per permettere all’artistapoeta (Poesia è per ogni dove) di parolare i più alti inni sul ritorno degli dei sulla Terra, dell’Eterno che permette il recupero di ogni essere, oltre ogni spaziotempo divenire storia che finiranno con la fine della nostro universocosmo. Il Mito del Giudizio Universale.

Se l’artepoesia non è divina, è roba da lunapark. (dopo Christy Brown)

Se un uomo ha paura della morte, verrà salvato dalla sua artepoesia. (dopo Mark Strand)

Voglio andare sino in fondo nel conoscere la mia origine. (dopo Sofocle)

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