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L’intuizionemetafisica (quale precedente della poiesi artistica) *

Stefano Scaranari

Intuizione

«(...)l'essere che realmente è, senza colore, senza forma e invisibile, che può essere contemplato solo dall'intelletto timoniere dell'anima e intorno al quale verte il genere della vera conoscenza, occupa questo luogo».[1]

«chiamo intelletto ciò con cui l'anima pensa ed apprende».[2]

 

il termine “intuizione” deriva dal verbo transitivo “intuire” che deriva a sua volta dal latino intueri composto da in- e tueri col significato di “guardare dentro”. Ma «il significato originale di intuitio è l'immagine riflessa nello specchio, poi passato a quello dell'atto del guardare intensamente e quindi dell'apprensione immediata, senza mediazione della ragione discorsiva» e ancora per intùito si intende appunto «la facoltà o l'atto di avvertire e comprendere senza riflessione». Quindi per intuizione si intende la comprensione diretta senza la mediazione della conoscenza logico-deduttiva. Ma qual'è l'oggetto di questo conoscere immediato? In generale si può dire che l'oggetto della conoscenza intuitiva sia Dio. L'intuizione è opera dell'intelletto e quest'ultimo termine risale alla scolastica medievale per tradurre il concetto greco di nous. L'intuizione greca è infatti definibile come «intuizione intellettuale». Per i greci si può dire che il principio, l'archè sia l'oggetto dell'intuizione. Talete, Anassimandro, Anassimene, Eraclito pur denominando un particolare elemento della physis a principio delle cose, convengono tutti sul fatto che vi sia un Tutto inteso come «identità che raccoglie e unifica i differenti».[3] Il Tutto, il principio divino unificatore è colto tramite l'intuizione. Si parla di quest'ultima come di un tipo di conoscenza perché essa determina sapere e per i greci, in particolare Anassagora e Platone, il noûs è la più alta forma di sapere in quanto consiste nella comprensione diretta del principio. Nonostante sia una conoscenza estranea alla logica deduttiva e al metodo empirico-sperimentale essa è il fondamento di ogni cultura partendo dalle più antiche. La conoscenza del divino non avviene dunque tramite l'osservazione ma tramite l'intuizione che non ha una base sensoriale. La filosofia di Parmenide basata sull'intuizione dell'essere[4], uno e immutabile, nega senza esclusioni l'illusorietà della percezione sensoriale. Tutto il supposto conoscere umano basato sui sensi, sulle percezioni delle molteplicità fenomeniche, le postulazioni sui concetti di tempo e sul divenire, non sono altro che mere opinioni: «saranno nomi tutte quelle cose che hanno stabilito i mortali, convinti che fossero vere: nascere e perire, essere e non-essere, cambiare luogo e mutare luminoso colore».[5]

L'Essere è uno e immutabile. L'Essere è ciò che è e non può non-essere, quindi ciò che non è l'essere non è e non può essere. In virtù di ciò l'unica cosa che l'uomo può pensare è l'Essere. Ma per pensare si intende qui intuire! L'uomo può, e deve, “guardare dentro” poiché egli è dentro l'essere altrimenti non sarebbe. «Infatti lo stesso è pensare ed essere.[6] [...] Lo stesso è il pensare e ciò a causa del quale è il pensiero, perché senza l'Essere nel quale è espresso, non troverai il pensare. Infatti nient'altro è o sarà al di fuori dell'essere, poiché la sorte lo ha vincolato a essere un intero e immobile».[7]

Nonostante poi Platone opererà un inevitabile parricidio parmenideo[8], egli sosterrà comunque la verità dell'oggetto o degli oggetti dell'intuizione e cioè delle idee, a scapito del mondo fenomenico, molteplice e illusorio poiché riflesso dell'iperuranio. L'Essere diviene quindi, per usare parole Aristoteliche, il «motore immobile». L'Essere è con Platone ciò che determina il non-essere che quindi sarà ma solo relativamente all'Essere la quale sede è l'iperuranio, il mondo non accessibile ai sensi ma solo al nous. La realtà appare molteplice e quindi l'Essere deve essere in un qualche modo  molteplice. Sta qui il parricidio parmenideo, ma sta anche qui la necessità dell'affermazione incontrovertibile delle «idee». In quanto il mondo delle idee «può essere contemplato solo dall'intelletto»[9] ed essendo ritenute le idee «il genere della vera conoscenza»[10] gli oggetti della conoscenza sensibile rimangono una volgare illusione, mera doxa creduta verità da quelli che «sono stati costretti a rimanere per tutta la vita senza muovere il capo!»[11] Per Platone chi crede soltanto alla conoscenza derivante dai sensi senza ascoltare la voce dell'intelletto equivale a «uomini – che - abbiano visto di se stessi e dei compagni (...) – nient'altro - che le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna di fronte a loro[12] [...]. Per questi uomini la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti[13]». Le ombre difatti sono visibili, ma non sono visibili i veri oggetti di cui le ombre sono  semplici proiezioni. Solo l'intuizione può pensare il rapporto tra le ombre ed i corpi a cui sono relazionate. Trasportando la metafora al suo concetto, il mondo sensibile è una caverna e gli oggetti sono le ombre delle idee, che non possono difatti esser percepite sensorialmente, ma solo intuite, e la maggior parte degli uomini credendo di essere liberi sono in realtà incatenati alla limitata conoscenza oggettiva e quindi ben distanti dalla verità. Dopo Platone, Aristotele sottolineerà che l'intuizione coglie senza mediazione i «principi» e non «contenuti concettuali determinati». Aristotele distinse dunque tra Intelletto agente e Intelletto passivo. In riguardo al primo scrisse: «corrisponde alla causa efficiente perché le produce tutte, -le cose- come una disposizione del tipo della luce, poiché in certo modo anche la luce rende i colori che sono in potenza colori in atto. E questo intelletto è separabile, impassibile e non mescolato, essendo atto per essenza, poiché sempre ciò che fa è superiore a ciò che subisce, ed il principio è superiore alla materia. [...] non è che questo intelletto talora pensi e talora non pensi. Quando è separato, è soltanto quello che è veramente, e questo solo è immortale  ed eterno (...) e senza questo non c'è nulla che pensi.»[14] Mentre l'intelletto passivo, «corruttibile» rispetto a quello attivo che è «impassibile», è appunto «uguale alla materia perché diviene tutte le cose».[15] «Questa parte dell'anima deve dunque essere impassibile, ma ricettiva della forma, e dev'essere in potenza tal quel'è la forma , ma non identica ad essa; e nello stesso rapporto in cui la facoltà sensitiva  si trova rispetto agli oggetti sensibili, l'intelletto si trova rispetto agli intellegibili».[16]

Meditando su tali concetti, Alessandro d'Afrodisia giunge ad identificare l'intelletto agente con Dio che illumina l'intelletto passivo presente nell'uomo. Ma in un diverso grado si potrebbe dire con Temistio che l'uomo a sua volta possegga nel suo animo l'intelletto agente avendo la possibilità di intervenire sulla materia considerata intelletto passivo. L'uomo diviene quindi intelletto produttivo nei confronti dell'opera d'arte che è nel suo momento poietico intelletto in potenza. Ma ciò avviene nel riflesso dell'intelletto agente posto a principio dell'uomo. L'arte greca è dramma, e drâma da drân in greco significa “agire”. L'Arte è l'opera, l'essere-in-potenza frutto dell'azione intellettuale dell'uomo che agendo sulla materia, atta a divenire qualunque forma, mette in atto l'ordine superiore in cui l'uomo è l'opera d'arte e Dio colui che agisce.

Secondo Avicenna, l'anima umana è intelletto potenziale e la sua modalità conoscitiva avviene per opera dell'intelletto agente del quale è emanazione. L'intuizione è dunque il passaggio dalla potenza all'atto per mezzo di un'intelligenza esterna.  

L'intelletto umano sembra dunque essere mera possibilità riflesso dell'essere-in-atto originario. Il passaggio all'atto dipende dal grado di comprensione del principio. Ma se nell'uomo coesistessero anima e materia, dunque sia intelletto attivo che passivo, nella misura in cui esso è attivo sarebbe pre-posto ad essere produttivo e nella misura in cui esso è passivo sarebbe preposto ad essere corruttibile. In virtù di ciò l'uomo nella sua misura corporea e quindi contingente subisce l'azione da parte di innumerevoli altri intelletti passivi ed il risultato è la distrazione dalla possibilità di utilizzare l'intelletto agente. Il termine “comprendere” deriva dal latino ed è composto da cum (con) e prehendere (prendere), significa quindi “prendere con sé, fare proprio” e può lasciare intendere l'idea dell'abbracciare l'oggetto della comprensione. Così si potrebbe descrivere l'agire dell'intelletto, un abbracciare la propria origine pur nel mantenimento dell'inevitabile distacco dovuto alla dimensione fisica. Il noûs è presente su due livelli: uno Assoluto o divino e uno relativo o umano. Nel primo caso è l' Essere univoco e incontrovertibile, è pura comprensione di sé e non è relativo a nulla egli è causa sui. Ma come descrive Anassagora il noûs, mescolanza originaria, unità del molteplice, imprime movimento vorticoso generando il divenire e risolvendolo nuovamente in sé stesso. L'intelletto noetico è dunque comprensione di sé che avviene nel generare in modo necessario il molteplice, necessario appunto per l'esistenza dell'unità. A supporto di questa tesi appare fondamentale il pensiero di Eraclito: Il logos universale è un'unità o coincidenza sottostante all'ordinamento del mondo. «La reale costituzione di ciascuna cosa ha l'abitudine di nascondersi»[17]e inoltre «il rapporto invisibile è più forte di quello visibile».[18] E ancora Eraclito scrive: «Quelli che cercano l'oro scavano tanta terra e trovano poco».[19] Alcune interpretazioni[20] traducono tale frammento in una necessità di sforzo e perseveranza, qui invece si vuole tradurre nella necessità di andare oltre l'utilizzo delle facoltà fisiche nella ricerca dell'ordinamento originario. «Di ogni cosa può farsi un'unità, e di tale unità sono fatte tutte le cose»[21] e ancora «se hai udito [e compreso] non me ma il logos[22] è saggio concordare che tutte le cose sono uno.»[23] Tale unità originaria si fonda sul pólemos ossia sul conflitto, sull'opposizione tra gli opposti.  Ma tale opposizione è unitaria e necessaria in quanto permette agli opposti di essere tali. Il noûs assoluto è “ordinamento polemico” che risolve la comprensione/intuizione di se stesso nella generazione del suo opposto ossia l'uomo ovvero il noûs relativo che avrà il suo telos nel ricongiungimento con il proprio principio, in virtù - nel senso aristotelico – dell'ordinamento noetico originario. «Guerra è padre di tutti (gli esseri) e re di tutti, pertanto rende gli uni dèi, gli altri uomini, fa schiavi alcuni, gli altri liberi»[24] Quindi al fine dell'intuizione umana il noûs assoluto le è necessario, ed essa, in quanto noûs relativo avviene tramite il movimento, l'azione, il drâma poiché rispecchia l'ordinamento originario che è  pólemos e in quanto tale esso è divenire quindi movimento, quindi azione, quindi dramma e quindi Arte.

Anassagora descrive il noûs come intelligenza ordinatrice, quindi questa intelligenza manifesta il suo ordine nella creazione di un'altra intelligenza di ordine inferiore che agisce nel rispetto dell'ordine dell'intelligenza superiore e cioè creando a sua volta. Il risultato è l'Arte, ma è il processo di creazione ad essere Arte! In quanto è appunto la poiesi ad essere la realizzazione dell'ordinamento noetico. Chi non fa arte può esperire l'intuizione tramite la contemplazione dell'opera d'arte. Il risultato è il medesimo perché la contemplazione porta lo spettatore all'intuizione del principio che lo conduce per virtù ad una poiesi eideitica del concetto stesso del principio.

Nicola Cusano nel De docta ignorantia compie una sinossi del concetto dell'unità degli opposti nel termine coincidentia oppositorum. Cusano spiega che la ratio umana è limitata alla conoscenza sensibile, più che un sapere si tratta di un non-sapere. Essa non può cogliere la Verità che si trova oltre la realtà fenomenica, essendo unità ab-soluta, non relativa a nulla. Mentre la ratio conosce solo ciò che è relativo al proprio modo di conoscere che è quello esperienziale, l'intellectus è invece una conoscenza superiore che secondo il pensatore di Treviri conduce alla prossimità dell'unità incondizionata. L'intuizione consiste quindi in un sapere di non sapere socratico che coglie la coincidenza nell'unità divina. La divergenza dal pensiero di Cusano nasce dal dubbio se l'intellectus coglie e quindi diviene l'unità incondizionata stessa nel momento in cui l'intuisce o se come egli pensa l'intelletto si ferma al confine. Se l'anima che genera la facoltà intellettiva è esterna al corpo allora essa può essere l'unità che comprende ma se la facoltà intellettiva è rilegata nell'unità anima-corpo allora essa vi ci si può solo avvicinare ricoprendosi di una docta ignorantia. Ma è anche vero secondo Aristotele che l'intuizione che avviene dall'anima è un soggetto che pensa un oggetto ma se l'oggetto è l'intelletto attivo, allora egli è contemporaneamente anche oggetto, ed in questo caso senza materia. E Aristotele sottolinea «nel caso degli oggetti  senza materia, il soggetto pensante  e l'oggetto pensato sono la stessa cosa, poiché la scienza teoretica e il suo oggetto s'identificano».[25]

Secondo Tommaso d'Aquino l'uomo possiede entrambe le facoltà intellettive di stampo aristotelico,  alle quali destina funzioni distinte. L'intelletto possibile presente nell'uomo sarebbe destinato a ricevere la rappresentazione astratta, in modo da conoscerla nella sua carica di universalità concettuale. 

Nella tradizione aristotelico-scolastica appunto, l'anima viene distinta in «vegetativa», «sensitiva» e «intellettiva». Esse non sono intese come separate l'una dall'altra ma solo differenziate. «sia questa parte separabile, sia non separabile secondo la grandezza, ma soltanto logicamente»[26] L'uomo sarebbe l'unica forma di vita ad essere sinossi di tutte e tre, ma anche l'unica a possedere l'anima intellettiva, considerata la più perfetta. Quest'ultima infatti, specifica Tommaso d'Aquino conciliando Platone ed Aristotele, in quanto Principio absolutus da tutti i corpi e in quanto  contemporaneamente entelécheia, forma a principio dei corpi, assume essa stessa tutte le funzioni sopra descritte. Resta da sottolineare l'elevazione dell'intelletto, contenuto per l'appunto nell'anima umana, da parte di Aristotele ad una natura divina, non mescolata e dunque immortale: «è necessario dunque, poiché l'intelletto pensa tutte le cose, che non sia mescolato, come dice Anassagora, e ciò perché domini, ossia perché conosca».[27] L'intuizione esperita dall'uomo non può quindi che condurre ad uno stato divino, o per lo meno in prossimità. «L'intelletto (...) è forse qualcosa di più divino e di impassibile»[28]. Passando dalla possibilità all'atto e cioè seguendo un movimento verticale l'intuizione genera un collegamento intellettuale tra l'intelletto umano (passivo) e l'Intelletto Divino (attivo), unificando attività e passività in un unico stato intermedio che definiremo di “latenza intellettuale”. In chiave aristotelica l'intuizione è la «virtù» umana in quanto, avendo l'uomo a sua disposizione la possibilità di usare l'intelletto ed essendo quest'ultimo sua esclusiva peculiarità o “forma determinante” esso raggiunge il suo stato di perfezione ontologica solo nel momento in cui mette in atto tutte le qualità che lo contraddistinguono dagli altri “enti”. Ma la straordinarietà dell'uomo è che mettendo in atto la sua perfezione ontologica esso mette anche in atto una possibilità metafisica. Seppur ogni uomo contiene in sé le possibilità di contemplazione dell' «Essere» chi non agisce in tal direzione non raggiunge la completezza di sé, cioè si ferma all'utilizzo delle funzioni minori della propria anima e la parte più attiva (proprio perché più perfetta in quanto simile al Principio) rimane inutilizzata e quindi l'uomo nella sua complessità è ridotto a non-essere. Pensare nella sua accezione più alta significa proprio portare a virtù le possibilità umane mettendo in atto l'intelletto e raggiungendo la possibilità di contemplazione del principio. La completezza dell'uomo, la sua perfezione, non è nient'altro quindi che la comprensione di un'imperfezione che definisce la condizione umana! Questa presa di coscienza è necessaria a mettere in moto dei comportamenti pratici finalizzati al raggiungimento dello stato di «giustizia» nella società umana, che sarà fatta ad immagine del Principio: L'opera d'arte è il risultato finale, l'immagine pratica figlia della comprensione intuitiva che è Arte. Nella finalità etica  l'Artista ha il compito di produrre opere d'arte cosicché saranno le immagini su cui si dovrà basare il popolo per costruire la società perfetta, perché basata sul principio. Quest'ultimo in quanto Essere, è mancanza di incomprensione, quindi mancanza di conflitto. Una società basata sulla vera comprensione di esso non ammette il disordine.

Pólemos è opposizione originaria e necessaria ma esclusivamente della phýsis. L'Essere è uno e immutabile ma molteplice e diveniente nell'alterità. pólemos è la legge del mondo fisico e non dell'agire umano, mentre l'Essere non ha legge perché non ne ha bisogno essendo principio di se stesso. Il conflitto umano nella sua forma più degradante, ed ogni altra forma di decadenza sociale è frutto dell'uso scorretto ,perché incomprensione, di una libertà esclusiva dell'uomo. Infatti egli solo può creare disordine, e la comprensione di quest'ultimo è necessaria alla realizzazione del suo opposto: «il soggetto che conosce dev'essere in potenza il contrario e questo deve trovarsi in lui».[29] Tutto nel mondo fisico è nomos del pólemos, solo la libertà umana ne trascende, proprio in quanto libertà! Libertà, comprensione, intelletto e principio sono quindi strettamente collegati. L'agire etico deve quindi basarsi sull'oggetto dell'intuizione poiché solo questa porta alla comprensione del valore del libero arbitrio. Solo in tal modo si potrà costruire una società giusta, perché basata sulla verità e non sulla menzogna derivante dall'incomprensione. E per quest'ultima, causa del degrado umano, non s'intende incomprensione delle contingenze, cioè ciò che è causato da altro ma proprio dall'incomprensione di ciò che genera il molteplice e cioè del principio! La consapevolezza profonda è dunque la risultante dell'intuizione umana. Essa non può che creare ordine di riflesso divino e quindi non può condurre al falso e al male[30] almeno che non sia una scelta libera, anche se come sostiene Platone, una volta che l'uomo conosce l'idea di Bene non sceglierà da sé il male pur essendo libero di farlo perché sarebbe insensato.      

Arte e opera d'arte sono dunque necessarie all'uomo da una parte per l'elevazione spirituale del singolo, dall'altra per l'orientamento etico/morale della società. «L'arte/la poesia è utile. Indispensabile».[31]

L'Arte scaturisce dunque dall'intuizione, che coglie oltre il mondo fisico la sua trama permanente.

«Il movimento è l'atto di ciò che è imperfetto, mentre l'atto in senso proprio, quello di ciò che è perfetto, è diverso»[32]

L'Arte è difatti il risultato di un movimento compiuto dall'uomo, ma tale movimento rispetta due ordini: uno intellettuale ed uno fisico. Mentre il primo movimento è compiuto dalla psiche (psyché) ed è responsabile dell'Arte come poiesi artistica, il secondo movimento consta nella cinesi del corpo,ed è responsabile, come conseguenza al movimento intellettuale, dell'opera d'arte. L'Arte nel suo insieme di prius poietico e di fisicità dell'opera è la risultante del coinvolgimento olistico dell'uomo. Quindi commentando il passo di Aristotele, il movimento fisico è l'essere-in-atto del corpo ed è perfetto in sé ma imperfetto rispetto all'essere-in-atto dell'intelletto che è perfetto in sé e rispetto ad ogni altra cosa. Ma l'uomo è perfetto (quindi completo, in virtù) nella sinergia del movimento fisico e intellettuale. Quindi l'uomo è perfetto quando crea Arte!

Synérghein” in greco indica l'azione simultanea di due o più elementi col risultato di potenziarne i singoli effetti. Si potrebbe tradurre col significato di “collaborare”.

Allora si potrebbe dire che nell'uomo, physis e intelletto collaborano rendendo l'uomo perfetto nella sua intrinseca imperfezione rispetto all'Essere. Perfetto perché ha raggiunto il livello massimo di perfettibilità a cui può tendere, essendo divenuto dalla potenza all'atto.

Ha importanza il fatto che esso sia imperfetto rispetto a qualcos'altro poiché è ciò rispetto al quale egli è imperfetto a determinare la possibilità e il limite del suo perfezionamento. Il limite è costituito esclusivamente dalla dimensione fisica, poiché liberato da essa l'uomo non sarebbe più tale ma immediatamente Essere assoluto. L'intelletto quindi s-catenato com-prende senza mediazione la propria origine conoscendo l' universale, ma viene trattenuto dal corpo che per definizione non può conoscere altro che ciò che ad esso è in-possibilità cioè il particolare, in virtù degli strumenti cognitivi di cui è in possesso e cioè i sensi che sono appunto limitati a ciò che è sensibile. Non è inutile parlare di cosa l'uomo sarebbe senza corpo o senza intelletto poiché esso è tale per la coesistenza di entrambi. Inoltre l'uomo per essere in virtù non può che assecondare entrambi. L'Arte è intelletto s-vincolato dal corpo mentre l'opera d'arte è l'intuizione con il movimento del corpo, ma l'intelletto umano, passivo, è Arte poiché è ricezione pura del Principio. L'intelletto agente, causa sui, non è arte, è ciò che è e non potrebbe essere altrimenti. L'Arte è esclusivamente prerogativa dell'intelletto umano. Essa è una “necessità di potenza”. Tuttavia siccome l'Arte è generata dall'intelletto e non dal corpo, essa sarà tanto più pura quanto più l'azione corporea sarà secondaria a quella psichica. Il movimento corporeo che tradurrà l'intuizione dovrà comportarsi   come un mero strumento, quale è il pennello nelle mani del pittore, la penna per lo scrittore o lo scalpello per lo scultore. Quanto meno lo strumento, e quindi il corpo, sia d'ostacolo all'artista tanto più l'opera d'arte sarà perfetta.

«Se pazientemente s'allontanano da ogni consuetudine con i corpi, per quanto è permesso in questa vita»[33]agli uomini sarà più facile lasciare spazio all'intuizione. Essa è necessariamente la sola comprensione dell'universale. Tutto il resto è deduzione o induzione poiché ciò che è coinvolto sono il molteplice e il particolare, contingenze dell'universale. Ciò che l'artista intuisce è il Concetto da cui poi ne deduce la trasposizione logica/figurativa/uditiva. Ma da cosa scaturisce l'intuizione?   Eraclito spiega che l'anima della Sibilla «si limita ad essere consapevole dei segni del Logos, cioè è dotata di intuizione».[34] Partendo dal presupposto che ogni soggetto umano abbia in sé l'Intelletto, la capacità di usarlo più o meno dipenderebbe dunque esclusivamente «da uno specifico addestramento della ψυχή»[35]. La predisposizione innata, il daimon che  abbiamo ricevuto prima della nascita come racconta Platone nel mito di Er, è la parte distintiva della condizione umana. Essa è l'essere-in-possibilità dell'uomo, ma l'essere-in-atto è il risveglio da un assopimento esistenziale in cui l'uomo cade durante la vita. Alcuni non vi cadono mai, altri invece non si svegliano mai, molti vi cadono dopo essersi svegliati.                                             

 

L'intuizione all'interno di uno schema evolutivo  

La risposta alla domanda su cosa sia l'intelletto, che sia affrontata dal punto di vista filosofico/metafisico o da un punto di vista scientifico/evoluzionistico conduce sempre a ricercare il fondamento del discorso oltre il linguaggio del discorso stesso. In chiave evolutiva difatti, l'intuizione corrisponderebbe al grado più alto di auto-riflessione a cui dovrebbe giungere l'ominide.[36] Una coscienza riflessa sembra dunque essere il punto di arrivo dell'evoluzione. Vediamo velocemente quale può essere il passo evoluzionistico che porta alla comparsa dell'intelletto: «Se l'essere dal quale l'Uomo è nato non fosse stato bipede, le sue mani al momento giusto, non sarebbero state in grado di liberare le mascelle dalla loro funzione prensile, e pertanto la spessa fascia dei muscoli mascellari che imprigionava il cranio non si sarebbe allentata. Grazie alla stazione bipede che liberava le mani, il cervello ha potuto svilupparsi; e per la stessa ragione, nello stesso tempo, gli occhi, avvicinandosi l'uno all'altro su una faccia raccorciata, hanno potuto convergere, e fissare ciò che le mani prendevano, avvicinavano e in tutti i sensi presentavano: l'atto stesso, esteriorizzato, della riflessione!».[37]

Ecco dunque i passaggi che conducono alla comparsa della coscienza umana.

«La Riflessione, come lo indica proprio la parola, è la capacità acquisita da una coscienza di ripiegarsi su se stessa e di prendere possesso di sé come di un oggetto dotato di propria consistenza e di valore particolare: non soltanto conoscere, - ma conoscersi».[38] Dunque coscienza e riflessione sono strettamente correlate all'intuizione! Potremmo dire che salendo lungo tre livelli di presa di possesso dell'interiorità di sé, formatisi gradualmente, la vita si è evoluta proprio in funzione della necessità del raggiungimento del livello più alto. In questo momento storico-evolutivo l'uomo non è puramente intuizione, ma anzi essa costituisce un lato piuttosto nascosto dell'uomo. Se si ha da ribattere che nella classicità l'uomo aveva forse un livello più alto di capacità intuitiva, allora si risponde che ciò non solo è possibile ma anche giusto poiché l'evoluzione avviene secondo “onde”, in uno schema ciclico che vede un alternarsi di un salire e di uno scendere perpetuo, necessario alla comparsa di una nuova forma di vita. Questo momento storico è dunque il momento più basso dell'attività intellettuale dal punto di vista prassico, ma all'interno di un movimento evolutivo è quello più prossimo all'avvenire di un nuovo momento apicale di tale attività.

L'intelletto è dunque un'attività umana sì, ma che appartiene alla ricerca  dell'universo di rendersi riflesso in se stesso. Ecco perché l'oggetto dell'intuizione è la totalità assoluta, poiché è proprio il Tutto stesso che tramite l'uomo si cerca.

«L'Uomo scopre (…) di non essere nient'altro che l'Evoluzione divenuta cosciente di se stessa...».[39] Il ritorno della coscienza verso se stessa, la ricerca di ciò che sta oltre l'elemento tangibile è inevitabile per qualsiasi scienza che sia puramente prassica o teoretica. Ogni forma di conoscere infatti cerca l'arché. E questo principio sembra proprio sfuggire ad ogni categorizzazione di stampo fisico ed è così che si ritorna difatti alla metafisica. La scienza empirica si ferma di fronte al passo della riflessione poiché il proprio metodo non è riflessivo, essa non cerca il proprio “nutrimento”, bensì solo le proprie “radici”. «L'Uomo progredisce solo perché elabora lentamente, di generazione in generazione, l'essenza e la totalità di un Universo che è in lui riposto».[40]

Antropocentrismo dunque? Sì ma solo strumentalmente! L'uomo è il mezzo, la tekné, frutto di una accurata e lunghissima sperimentazione, di cui si serve la natura per realizzarsi, per giungere al termine. Non a caso l'intuizione porta l'uomo a negare la propria centralità a scapito dell'importanza di un principio da cui deriva. Solo la scienza empirica afferma invece la propria centralità del proprio ruolo poiché fermandosi all'esterno della realtà non può vedere l'interno da cui essa stessa è resa possibile. È solo all'interno di una sorta di «abbandono» heideggeriano alle proprie leggi di appartenenza che l'uomo può entrare in contatto con la «stoffa dell'universo» alla quale appartiene. L'in-tuere che ne scatena, questo “guardare dentro” è dunque il risultato di un procedimento lunghissimo, che ha generato dall'atomo alla proto-particella vitale, dal batterio all'Uomo attraverso i protozoi, i vegetali, gli spongiari, i celenterati, gli echinodermi, i vermidi, i rotiferi, i trocofori, i molluschi, i cordati, i tunicati, i crostacei, gli artropoidi, gli anellidi, i chelicerati,  i ciclostomi, i pesci, gli anfibi, i rettili, gli aracnidi, gli insetti, i mammiferi, gli uccelli, i placentati e i primati, all'unico fine di portarsi a compimento, di giungere a virtù. In tale chiave risulta quanto tempo e quanto “lavoro” sia stato necessario alla natura per evolversi verso quello che è l'Uomo contemporaneo e che solo al mondo porta la capacità di Intuire. Ci si accorge dunque di quanto sia alto, rispetto a millenni di evoluzione il livello umano nel cammino verso l'autocoscienza.

 

L'intuizione è l'inizio non l'arrivo

Proprio in virtù di questo lento e graduale cammino evolutivo, l'intuizione non  corrisponde all'assoluzione ab aeternum dell'uomo nell'oggetto dell'intuizione, bensì, dopo l'elevazione avvenuta, che appartiene esclusivamente alla mente, esso riprecipita nella prigionia del corpo e memore dell'epifania ricevuta coltiva in modo graduale il cammino verso ciò che ha appreso.

Se il pensiero intuitivo, come facoltà di leggere all'interno della realtà è il risultato di un cammino evolutivo di un unico “organismo” che ricerca di vedere se stesso, il suo culmine sinergesico è l'Arte. Poiché essa è il prodotto dell'attività intuitiva, apice dell'evoluzione della vita. Ergo l'Arte come risultato dell'intuizione è l'«oltre-uomo» poiché convoglia la biologia dell'uomo, gli elementi esterni, con il suo nutrimento spirituale, elemento interno.

Cerchiamo ora di mettere in luce, tramite la lettura del linguaggio poetico e cioè artistico, la scintilla intellettuale, il momento in cui l'uomo, intelletto passivo, è illuminato dall'intelletto agente. Il solo linguaggio che permette di comprendere il prius intellettivo è quello artistico poiché è il suo linguaggio estrinsecato dall'uomo.

 

«mentre ch'i ruinava in basso loco,

dinanzi a li occhi mi si fu offerto

chi per lungo silenzio parea fioco.

Quando vidi costui nel gran diserto,

«miserere di me», gridai a lui,

«qual che tu sii, od ombra od omo certo!»»[41].

 

Il poema dantesco è la celebrazione dell'intelletto. Vi si riscontrano tutti gli elementi derivanti dagli studi dottrinari, teologici e filosofici classici e medioevali che costituiscono la sua formazione. In questi sei versi è descritta tutta la condizione in cui si trova l'uomo dotato di intellighentia: «mentre ch'i ruinava in basso loco», l'uomo che ricerca il principio, nel caso di Dante, Dio,  si trova sempre in condizione precedente di “caduta” che lo spinge poi a rialzarsi verso la fonte più alta di potenza che lo possa sollevare. E questo stesso meccanismo obbedisce a quel movimento ondulatorio/ciclico di cui si parlava poco fa, o al già citato concetto di divenire eracliteo e che costituisce la  «stoffa dell'universo».

Allora dopo la caduta, il movimento esistenziale compie il suo ciclo ed ecco che «dinanzi a li occhi mi si fu offerto». Si noti la “passività” relativa all'intelletto passivo aristotelico, con la quale Dante riceve la visione. Certo egli non vede subito Dio ma bensì una sua emanazione ovvero Virgilio. Come già detto prima il cammino dell'uomo verso l'arché, benché esso sia stato conosciuto nell'unico modo per esso possibile, deve necessariamente essere graduale altrimenti egli non sarebbe più uomo e non ci sarebbe la necessità di fare arte poiché non vi sarebbe più corpo ma solo spirito; infatti l'oggetto della sua visione «per lungo silenzio parea fioco». Nonostante le interpretazioni filologiche interpretino questo «lungo silenzio» come un periodo di mancanza della ragione umana, qui diciamo invece che si tratta del lungo silenzio del daimon dei greci e non della ratio.

Il «gran diserto» è proprio il simbolo del mondo quotidiano governato dalle illusioni, di ciò che i mistici indiani chiamano maya, e delle opinioni che i greci chiamano doxa. Ecco che allora per colui che ricerca la Verità, tutto ciò che gli è d'ostacolo diviene mera vacuità e tutto appare deserto senza ciò che dona senso. «Miserere di me» grida addirittura Dante poiché tale è il sentimento umano di fronte all'Intuizione, l'uomo diviene un nano mirandoliano sulla spalla di un gigante di cui non riesce neppure a vederne i piedi tanta ne è l'altezza, in una valle affollata di altrettanti giganti. Dante comprende di fare parte di un Tutto di cui lui è solo un piccolissimo granello. Invoca così la pietas di  Virgilio qualsiasi cosa egli sia «od ombra od omo certo!». Egli nutre già in cuor suo, proprio in virtù del fatto che tutto ciò è oggetto di un aver guardato all'interno, o meglio di un esser stato all'interno,[42] il dubbio che chi vede non abbia consistenza materiale.

 

«Per correr migliori acque alza le vele

omai la navicella del mio ingegno,

che lascia dietro a sé mar sì crudele;

e canterò di quel secondo regno,

dove l'umano spirto si purga

e di salire al ciel diventa degno.

Ma qui la morta poesì resurga,

o sante Muse, poi che vostro sono».[43]

 

Tutta la Commedia è inseminata di richiami all'Intuizione poiché essa ne è il risultato! Si leggano i primi due versi: le «migliori acque», dove l'acqua potrebbe essere un richiamo metaforico all'arché individuato da Talete, sono il luogo platonico per eccellenza, l'iperuranio che si pone come fonte della verità, l'alzarsi delle vele della navicella dell'ingegno è un evidente allusione all'anima, poiché «ingegno» inerisce alla divinità contenuta in esso, da -in e -gènium dentro il genio, inteso quale entità divina. Significa che per andare nel luogo della verità, l'uomo deve immergersi nella profondità di se stesso, siccome una piccola nave che abbandona terra per spingersi in territori sconosciuti dall'esperienza ma da cui quel marinaio si sente inevitabilmente attratto. Il «mar sì crudele», ossia l'inferno,  rappresenta il peccato dell'uomo che culmina nella sua dedizione al mondo fenomenico, che lo distoglie dall'attenzione della giusta direzione. Il «secondo regno» è appunto il luogo all'interno del quale l'intelletto guarda. E solo quella «navicella» vi può arrivare. E in questo luogo-non-luogo «l'umano spirto si purga e di salire al ciel diventa degno» poiché si libera della rete di convenzioni segniche che lo intrappolano. «Degno» diviene poiché si porta a compimento. E difatti «qui la morta poesì resurga»: qui risorge l'arte! Morta laddove non v'è ascolto dell'oltreità, ri-nasce poiché già esistente nel «secondo mondo» si esteriorizza nel primo. Ma ecco il momento per eccellenza di illuminazione intellettuale descritta da Dante nel Paradiso:

 

se non che la mia mente fu percossa

        da un fulgore in che sua voglia venne.

A l'alta fantasia qui mancò possa[44]

 

Ecco allora che la mente (dal latino mens, dalla radice men- col significato di pensare e ricordare) viene folgorata dall'Essere. È quel processo di metempsicosi, di trasmigrazione dell'anima di cui parlava Platone, l'uomo tramite l'intelletto ri-cor-da la sua essenza e così vi si ricongiunge. Ma è un connubio che coinvolge la mente e il cuore nel senso portato dalla radice greca kar- ossia “vibrare”, una vibrazione fenomenica che origina da un qualcosa che è l'inconoscibile. É una sinergia esistenziale squisitamente Umana. E tal «fulgore», «in sua voglia venne» poiché è l'«intelletto agente» che illumina l'«intelletto passivo». Ed ecco che anche alla forma di immaginazione più alta, non v'è possibilità di comprendere ciò che è giunto da sé nell'anima di Dante per il puro volere di Dio. Non dipende dalla volontà dell'artista dunque decidere il momento della folgorazione intellettuale. L'epifania joyciana non è colta dallo scrittore, anzi è lei che lo coglie quando più gli piace. In realtà la scelta non è casuale ma anzi causale. Tutto segue il perfetto intreccio tra spirito e materia e così quando la totalità della persona è pronta a ricevere il  «fulgore» ecco che esso interviene.

Il già citato Pier Teilhard de Chardin definisce il concetto di «punto omega» come il punto massimo di convergenza di complessità e coscienza raggiungibile non dall'uomo ma dalla vita. E tale «punto omega» ha la necessità di porsi come immortale, trascendente, autonomo e irreversibile ma quel che è più importante è che esso deve essere ontologicamente concreto. L'evoluzione che ha condotto tutte le varie forme di vita sino all'uomo converge (e qui si spiega la forma circolare del mondo) ad esso e ne rispecchia gli attributi. La vita tende quindi a dividersi, a individualizzarsi e con l'apparenza della riflessione alla quale segue l'incrementarsi della coscienza appare la personalizzazione che fa di sé un punto di convergenza della molteplicità tramite appunto la ri-flessione. L'intellettuale non fa altro dunque che apprendere in sé stesso, nella propria interiorità il cammino verso il «punto omega». Quest'ultimo non è una personalità bensì la Persona. Siccome un'opera d'arte è bella e non è la Bellezza, così l'uomo è una personalità ma non la Persona. «Sfericità geometrica della terra e curvatura psichica dello Spirito si armonizzano per controbilanciare nel mondo le forze individuali e collettive di dispersione e per sostituirle con l'unificazione».[45] Non v'è iato dunque tra uomo e inconoscibile. Sì esso è trascendente ed autonomo ma così come tra due qualsiasi esseri umani diversi v'è un seppur antichissimo legame di sangue, tra qualunque forma di vita e l'inconoscibile v'é legame a maggior ragione poiché da quest'ultimo ne dipende la generazione e l'evoluzione che ad esso vuol tornare.

Nel termine greco “telos” è inserito il significato di finalità intrinseca che spesso oggi si suol confondere col destino. In realtà è proprio di finalità che si deve parlare poiché l'umanità ha il proprio termine nel suo punto d'arrivo che è il superamento dell'«ominizzazione». «L'evoluzione (…) è un'ascesa verso la Coscienza (…) -e- deve quindi culminare, in futuro, in qualche Coscienza suprema».[46] Ma se il «punto omega» e cioè la Coscienza suprema è immortale, quindi sempre esistita, trascendente e autonoma, ciò significa che essa esiste già e che l'uomo vi deve solo culminare tramite la convergenza unificatrice delle diverse coscienze fino a congiungersi con l'unica Coscienza che già esiste e che determina il movimento delle altre. L'intuizione dunque è la comprensione di tale Coscienza suprema e ne costituisce la spinta che ne determina il movimento.

L'intuizione è un ingranaggio indispensabile del meccanismo evolutivo verso l'Unità, ed è lo strumento dell'uomo ed insieme anello di congiunzione tra la vita l'oltre-vita.

Qualsiasi  weltaunshaung che affronti qualsiasi questione esistenziale e tocchi quindi le tangenti della vita, userà una pluralità di linguaggi che non costituiscono altro se non una estrema semplificazione superficiale della profondità dell'oggetto del loro discorso. In tal caso si parla dei concetti di «contingenza» e di «permanenza» dove per contingenza si descrive tutto ciò che è derivato da un qualcos'altro e uno soltanto, e per permanenza s'intende ciò che determina e quindi muove tutto ciò che non è egli stesso nell'immobilità del suo muovere tutto. Non è il permanente dunque che si muove, bensì esso “permane” nel far tutto muovere. L'essenza del movimento è il «punto omega», difatti nulla nel mondo è fermo. E l'attività per eccellenza umana che risulta dalla comprensione del movimento universale è difatti compibile solo attraverso il movimento. 

Nel quesito «essere o non essere» amletiano non v'è stazionamento difatti. È puro movimento, attività non del corpo ma dell'anima, che dona al corpo i movimenti che ne derivano.

«To be, or not to be – that is the question.

Wheter 'tis nobler in the mind to suffer

the slings and arrows of outrageous fortune

or to take arms against a sea of troubles

and by opposing end them?» 

 

Si senta qui tutta l'irruenza della vita, concentrata nell'uomo, tramite le parole. La comprensione del movimento e il successivo ri-cadere nell'illusione dell'immobilità della materia è il legname che alimenta il fuoco della sete di verità, nata dall'intuizione. Così come la vita nasce da un punto e ad esso vuol ritornare così nell'uomo il pensiero nasce dall'intuizione e ad essa deve far ritorno. E siccome l'intuizione non è una linea ma un fugace punto evanescente da cogliere al balzo allora l'uomo si tormenta nella ricerca di quell'intuizione esperita e la proietta su tutto il mondo intorno a sé perdendo talvolta le coordinate per orientarvisi. L'ascolto attivo atto ad una ricezione passiva è allora ciò a cui bisogna allenarsi. Non coltivare il tormento della ricerca bensì la passione, quella partecipazione totale al nostro intelletto quale comprensione di appartenenza ad una unità indivisibile. Si ascolti ancora Teilhard de Chardin a riguardo: «cosa significa (…) quell’istinto irresistibile che ci spinge verso l’Unità ogni qualvolta, in una qualsiasi direzione, la nostra passione si esalta? Senso dell’Universo, senso del Tutto: di fronte alla Natura, in presenza della Bellezza, nella Musica, ci coglie la nostalgia, - l’attesa e il sentimento di una grande Presenza. (…) Risonanza al Tutto: nota essenziale della Poesia pura e della pura religione. (…) Cosa rivela questo fenomeno (…) se non un accordo profondo tra due realtà che si cercano: la particella disgiunta che freme all’avvicinarsi del Resto?».[47] Data la confusione che una pluralità di linguaggi può generare soprattutto nel caso in cui si appellino tutti alla stessa “cosa”, si introdurrà di seguito il linguaggio di riferimento prediletto in questa tesi ovverosia quello metafisico. 

 

Metafisica

«Noi non possiamo affatto trasferirci nella metafisica perché, in quanto esistiamo, siamo già da sempre in essa» (Heidegger)

Prima di iniziare il discorso, premetto che ho scelto come preminente- non solo in questa tesi, ma nella mia tesi in quanto visione del mondo, che si estende in ogni mio scritto e nelle mie parole quotidiane – il linguaggio metafisico, poiché lo ritengo personalmente il modo di pensare più libero e indipendente dalle convenzioni storiche e culturali, preconcetti e pregiudizi. Nonostante ciò mi sono trovato e mi troverò ancora a dover utilizzare quanti più termini utili allo svolgimento del discorso. Si proceda.

Se nell’acqua e più precisamente negli abissi dell’oceano si sono formate le prime particelle di vita, allora ci si potrebbe immaginare la metafisica come quell’abisso. Le definizioni etimologiche nonché storiche del termine sono ormai effimere e altisonanti ma v’è sempre la necessità di richiamarle ad una coscienza che sia ermeneuticamente educata.

Composto dai termini greci «metà» e «physis» indica ciò che sta oltre la natura intesa come realtà fenomenica esperibile mediante i sensi. Storicamente il termine fu usato da Andronico di Rodi per definire le opere esoteriche di Aristotele pubblicate dopo quelle sulla fisica (metà tà phusikà). Appare comunque evidente che per l’oggetto trattato la prima definizione sia quella che si avvicina di più all’identità di tale scienza. Ogni filosofo greco prima di Aristotele si occupava di metafisica, anche se questo non era il termine di riferimento utilizzato. Ogniqualvolta si parlava di «archè», di «ápeiron», di «pneuma», di « psyché», di «pólemos», di «stoichéion», di «nous» e di «daimon» e altro ancora, si faceva metafisica. Ma il «to on», ciò che è e dunque l’Essere ha preso il sopravvento fino ad esser definita da Aristotele una filosofia prima o “scienza dell’Essere in quanto Essere”: «c’è una scienza che assume come oggetto d’indagine l’essere in quanto essere e le proprietà che ad esso convengono essenzialmente».[48] Dalla filosofia greca in poi l’oggetto di studio di tale scienza è stato colorito da un’immensità di linguaggi, il che ha dato vita alle più aspre incomprensioni generando conflitti di ogni sorta. La Teologia, ovvero la scienza che studia il concetto di Dio è figlia della metafisica in quanto per prima essa ha dato nome e corpo a quell’entità inconoscibile ma che nonostante ciò si presenta nei pensieri umani. La metafisica essendo però la scienza di tutto ciò che è e non può non essere si occupa anche di ogni cosa esistente, cioè degli “enti” alla luce però della loro sub-stanzia, di ciò che sta sotto di essi spingendoli verso l’esterno.

«Così appunto si dice “essere”: in molti sensi, ma, in ognuno di questi, rispetto ad un unico principio».[49] Riallacciandosi al discorso precendente, diremmo dunque che l’oggetto di studio della metafisica è l’oggetto stesso dell’intuizione, anzi, quest’ultima è lo strumento della metafisica. Non il procedimento dal particolare all’universale, ma dall’universale al particolare! Intuizione intellettuale difatti è il termine usato per descrivere proprio il pensiero che coglie l’essentia oltre il fenomeno. Si sottolinea così il legame indissolubile tra i due termini/concetti, ma è altrettanto cogente sottolineare quanto questi siano relazionati con quello di “Arte”. Questo legame “trinitario” tra intuizione-metafisica-Arte è così indissolubile che ogniqualvolta che si intona un discorso su uno dei tre termini, gli altri vengono incontrovertibilmente coinvolti, che se ne sia consapevoli o meno e che si voglia ammetterlo o meno. L’uomo è evidentemente il risultato di una creazione, e altrettanto evidente è che esso nasce dall’unione di due identità. Tali identità in quanto per definizione identiche  a se stesse e a null’altro sono opposte l’un con l’altra pur avendo delle similarità comuni. Non si può dire per esempio che un soggetto maschio ed un soggetto femmina siano uguali, poiché sono percettibilmente distinti. È altrettanto vero però che entrambi appartengono alla specie umana. Sono quindi in comunione. Tale sembra essere lo schema dell’esistenza. L’unità tramite la differenza e cioè la contraddizione. La contraddizione però in quanto oggetto è un estremo, opposta ad un altro estremo ovvero il non-contradditorio, l’assolutamente identico-a-sé. Astraendo, la struttura dell’universo intero è l’opposizione intesa come pòlemos o lo è solo la struttura del mondo e del nostro sistema solare? Perché quest’ultimo è inserito in un universo del quale la legge potrebbe essere l’armonia, (dal greco harmózo: io congiungo), l’unità ergo la totale assenza di opposti. Dunque questo “io” che congiunge chi e cosa è? In tutto questo discorso confuso e apparentemente senza una soluzione la risposta è una sola: l’intuizione metafisica! Essa è l’unica risorsa di certezza. Esclusivamente intima essa è la radice profonda della vera religione di quel re-ligare, ossia il raccoglimento di quel legame intrinseco in noi come parte di un universo. È altrettanto evidente di come l’equilibrio della vita sia straordinariamente perfetto e in quanto tale delicato. La corrispondenza tra i vari elementi che determinano una forma vivente, in tutti i suoi aspetti è la risultante di un’operazione di ricerca si potrebbe dire della soluzione migliore. Quindi l’uomo e il suo ambiente sarebbero un organismo che costituisce a sua volta un meccanismo di un altro organismo complesso. Ascoltando dunque questa certezza, che tale rimane solo se non la si sottopone a giudizio e quindi a conclusioni di matrice culturale, qualunque essa sia, ne corrisponderà, nel rispetto della struttura del nostro organismo, la creazione di un successivo organismo. L’uomo ha in possibilità il portare a compimento due distinte virtù creative: quella propria dell’uomo come specie animale e quella propria dell’uomo come ente a sé: il pensiero. Con la prima realizza ciò che ogni altra specie vivente in ragione dell’esistenza ha sempre perseguito, quindi la riproduzione. Egli crea la vita semplicemente esercitando le sue funzioni naturali ed istintive, ma in ciò non si differenzia per nulla da tutti gli altri esseri viventi. Con la seconda invece, l’uomo realizza, crea qualcosa che nessun essere vivente conosciuto abbia mai fatto prima ovvero l’opera d’arte. Ma che cos’è questa? L’uomo si distingue dall’animale anche per la tecnica evoluta sì, ma meno drasticamente rispetto all’opera d’arte. Se si pensa alle costruzioni geometricamente perfette degli insetti come ragnatele o formicai, o nei mammiferi come i castori le dighe, o le tane dei volatili e così via, si vedrà che queste capacità non sono altro che virtù di stampo istintivo atte alla sopravvivenza della specie. Di conseguenza nell’uomo le capacità tecniche che gli permettono di plasmare l’ambiente sfruttandone gli elementi è aumentata con la comparsa del pensiero. Questo, come già detto precedentemente parafrasando Teihard de Chardin in quanto ri-flessione dell’uomo su stesso e generando quindi una coscienza, un Io, pone una distanza dell’uomo dal suo ambiente portandolo a domandarsi il perché delle cose. Tale distanza è insieme la ferita e l’arma da taglio dell’essere umano.

Con tali discorsi non si intende dire che il mondo fenomenico sia falso, non reale o privo di verità. Tali attributi li ha eccome, ma in maniera relativa cioè di-pendente da qualcos’altro che è appunto l’Essere. Se il concetto di Essere è oggi giorno più che mai criticato, (la metafisica ed il suo linguaggio non è mai stata vista di buon occhio tranne da chi di metafisica si occupa direttamente) è necessario ribadire che si tratta solo di un linguaggio. Le differenze nell’usare il termine Dio, o Essere, solo per fare un esempio, sono esclusivamente di natura teorica. Chi è pronto a sguainare la spada di fronte a tale affermazione si macchia solo di fanatismo che di “fan” (tale radice ha il significato di “luce divina”) ha ben poco, mentre ha tutto dell’ “ismo” che lo delinea. Teologi e uomini di chiesa ma insieme uomini dediti al sapere e alla scienza come Vito Mancuso e il già citato Teilhard de Chardin sostengono l’importanza di una «coscienza laica, laica nel senso che ricerca la verità non per appartenere a un’istituzione, sia che essa sia Chiesa, partito, movimento, centro sociale, ma per se stessa, la verità in sé e per sé, la necessitas rationis.».[50]

Alla luce di tale affermazione chi si ferma di fronte al termine “metafisica” non comprendendone la profondità dell’allusione che essa vuole indicare al di là della portata segnico-convenzionale del termine stesso, non potrà avvicinarsi ad un livello maggiore di comprensione se non dell’universo perlomeno del mondo.

Ergo lo stesso Mancuso sostiene: «(…) in teologia non vi –potrebbe- essere nulla di stabile senza un fondamento metafisico».[51] Ciò è senza dubbio corretto.

Non sono l’insieme  delle teorie scientifiche che definiscono la scienza metafisica che si dicono incontrovertibili, non è la forma con cui essa è espressa che la rende fondata, ma l’intuizione intellettuale che vi sta a fondo, alla luce della quale ogni “scienza” o pensiero o riflessione non scientifico che si basa su un’intuizione intellettuale ha un fondamento di certezza. Un analitico beffardo potrebbe qui giocare nuovamente con le parole sostenendo che tra certezza e verità v’è talvolta un abisso di distanza. Orbene, la parola “certezza” è oggettivamente ed evidentemente diversa dalla parola “verità”, non v’è dubbio. Ma allora Les demoiselles d’Avignon di Picasso non ha nulla in comune col Nu descendant un escalier di Duchamp, solo perché sono due segni diversi? Il significante al di là del segno, non è forse il medesimo?

Nella sfera della metafisica si pone “ciò che sta sotto” il quadro, ma più che sta sotto si potrebbe dire “dentro” il quadro. Ecco allora che una volta acquisite le capacità strumentali per decifrare il linguaggio qualsiasi che esso sia: pittorico, scultoreo,architettonico, filmico, musicale, poetico, narrativo, non ci importa più se ciò che abbiamo di fronte ai nostri sensi sia un quadro, una statua, un edificio, un video, una canzone, una poesia, un romanzo o, a maggior ragione, un happening poiché ciò a cui ci mette di fronte tale opera d’arte è la Verità, o qualcosa che ci si avvicina molto.

Ma di fronte allo scettico, al materialista e all’analitico non si può asserire la Verità di un qualcosa senza darne una prova. Bene, diamo allora una prova del fatto che l’Arte, quella autentica, ci avvicina alla Verità:

di fronte ad un opera d’arte particolare, tutti prima o poi almeno una volta nella vita, che lo ammettano anziché no, hanno provato un “turbamento”, nostalgia, felicità o benessere. Che sia l’uno o l’altro stato d’animo poco importa poiché dipende dalla personalità e dal contesto dinamico-sociale del soggetto, ciò che importa è invece che sia nell’inquietudine che nella gioia lo spirito di chi osserva si ritrova sospeso da tutti gli affanni della vita quotidiana. Ci si dimentica per un tempo indefinito del tempo stesso (difatti non si sa dire per quanto tempo è durato tale stato d’animo), l’ora del giorno non ha il minimo rilievo in quel momento, non si pensa al luogo in cui ci troviamo, non si fa caso alle persone che abbiamo attorno, non si sente più né la fame né la sete, i piccoli dolori e pruriti scompaiono, i rumori esterni si attutiscono diventando indefiniti e tutto ciò che in quel momento è di nostro inter-esse (poiché vi siamo dentro) è quell’opera d’arte.

Si diceva prima che la materia è relativamente vera, poiché è proprio tramite quel supporto fisico che ci permette di percepire con i sensi, che possiamo godere dell’opera d’arte.

Ma, mentre quella tela, quei colori, quel marmo, quei mattoni, quei più svariati materiali si degraderanno nel tempo, ciò che ci ha lasciato sospesi in quella luce di sentimento (in senso crociano) non solo non morirà ma non cambierà mai.

La verità quindi, come un schiaffo agli scettici, si mostra virulenta in quel sentimento, in quello «spaesamento» che ogni, e ripeto ogni essere umano ha provato o proverà di fronte ad un’opera d’arte.

Un’ulteriore prova della veridicità dell’intuizione umana sta nella similarità degli stati d’animo che genera la natura con le opere d’arte. Mentre la natura è-a-sé e genera meraviglia proprio in virtù della sua Bellezza incontaminata, pura e ab-soluta, l’arte che è e-laborata dall’uomo dà ugualmente luogo alla medesima meraviglia. È una prova, è una «scommessa» come direbbe Pascal «sull’esistenza di Dio» e non si scommette su un qualcosa di cui si è certi non esista,

ergo una certezza dell’esistenza di “qualcos’altro”, di ciò che va oltre alla percezione sensoriale la si ha eccome, anche se non le si vuole dare bada.

Pascal distingueva due tipi di “spirito”: «esprit de finesse» e lo «esprit de geometrie».

«Il primo è un sentimento con il quale si colgono molti elementi, spesso sottili, propri dei comportamenti umani, sintetizzandoli in una unità significativa.

Il suo oggetto è la realtà degli atteggiamenti umani, dei sentimenti, delle dimensioni estetiche, che si sentono più che non si vedano, e si colgono nella loro unità vivente.

(…) un modo conoscitivo autonomo (rispetto a quello razionale), che si attua con flessibilità, abbracciando, du de hors au dedans, con un solo sguardo, senza progresso di ragionamento, la complessa e sottile realtà umana».[52]

L’«esprit de geometrie» è l’opposto del primo in quanto il suo procedere conoscitivo è il metodo deduttivo: «è raro che i geometri siano spiriti fini e gli spiriti fini geometri, perché i primi vogliono trattare con metodo geometrico le cose che esigono finezza, e cadono (…) nel ridicolo, volendo cominciare dalle definizioni e poi dai princìpi: metodo fuor di luogo in questa specie di ragionamento.»[53]

Allora quegli “spiriti geometrici” che non ammettono l’esistenza di una verità che non sia al di fuori di ciò che possono toccare, udire o vedere, siano sinceri e ammettano di fronte a se stessi se questa loro volersi convincere gli reca felicità.

«Non vi è nulla sulla terra che non mostri, o la miseria dell’uomo o la misericordia di Dio; o l’impotenza dell’uomo senza Dio o la potenza dell’uomo con Dio».[54]

Ma solo gli “spiriti fini” possono vedere nitidamente ciò proprio in virtù della loro finezza di spirito. Quello «de finesse» re-spira direttamente Dio attraverso l’intuizione, quello «de geometrie» re-spira la forma di Dio tramite la deduzione. È inevitabile che il primo sia potenzialmente più felice del secondo, poiché quest’ultimo è mancante e per di più lo ignora.

Ho detto potenzialmente poiché colui dotato di tale intelligenza è felice nell’intimità di se stesso e non nell’esteriorità e in un contesto dove regna l’esteriorità a scapito dell’interiorità, lo spirito fine può faticare a sentirsi felice. La fede però, quel soffio involontario che scalda l’esistenza, mancherà all’uomo in preda al «divertissement» che sperimenterà l’abito gelido della noia.

Lo scettico, vuole essere felice perché si illude che la mera sensorialità (e non la sensibilità) sia sufficiente per raggiungere tale condizione di benessere ma esso è in errore poiché la realtà è più complessa di come egli crede. Ricercando la felicità sulla forma anziché sulla sostanza finirà per dover spostare, di-vertire, la sua attenzione su altro, non trovando a lungo termine soddisfacimento. In tal modo ciò che presto avvertirà sarà appunto la noia.

Colui occupato invece a cercare la verità, poiché essa si è affacciata al bordo della sua anima, non proverà mai noia poiché cerca la cosa giusta nel posto giusto.

Le prove sono la chiusura impossibilitante e la noia dello scettico materialista, contro la speranza e l’entusiasmo dello spirito fine.

Ogni qualvolta quest’ultimo pensi di non poter essere felice cade nell’illusione, o perché gli sia stato fatto credere o perché egli stesso si demoralizzi, in realtà sta centrando la sua attenzione sull’individualità e quindi si sta allontanando dall’unità, sta accentuando la propria composizione numerico/geometrico/materiale e per tale motivo non si sente felice. La felicità è la possibilità di raggiungere uno stato risultante da una comprensione fondamentale.

Con materia e spirito in sinergia, l’uomo deve dare il giusto peso ad entrambe le realtà di cui è composto. E il giusto peso significa rispettare il dualismo esistenziale poiché esso è un’unità olistica dove l’una parte influenza l’altra. Dunque dare solo ascolto alla fisicità equivale a ridursi a livello degli animali, e ciò toglie dignità proprio nel valore della riduzione che l’uomo apporta a se stesso (cosa che l’animale non può fare e quindi non perde dignità). Ma dare ascolto allo spirito, è invece giusto poiché esso, essendo il punto energetico centripeto e centrifugo insieme, ci ricorda la nostra duplice ed incontrovertibile costituzione costringendoci a dare importanza anche al corpo e alla materialità. Quindi niente ha meno importanza di altro, è tutto relativo a sé.

L’intuizione che portò Einstein a formulare il famoso «E = mc²» non è altro se non la comprensione metafisica del principio che determina l’esistenza dell’ente. Lo scienziato svizzero non ha fatto altro che recepirlo nel linguaggio che ad egli era più consono.

Ma tra dire che “siamo tutti uguali di fronte a Dio” o «E = mc²» c’è differenza solo nella superficialità della forma.

Perché dunque dare importanza dapprima a ciò che non è evidente piuttosto che a ciò che lo è?

Facile è ciò che è immediato e immediato è ciò che ha fine in se stesso, che non può andare oltre. Ora, è facile constatare che l’uomo non è immediato né fine a se stesso e fa parte invece di un movimento. Si vede nel costante cambiamento del suo corpo, della sua voce, del modo di pensare e di parlare, di compiere le azioni quotidiane. Di nuovo panta rei, di nuovo il fiume eracliteo.

Ne risulta che per arrivare alla fine di un procedimento esistenziale, la via più facile ed immediata non è la migliore. Proprio perché l’uomo è evoluzione e in quanto tale movimento e dunque energheia, letteralmente “al lavoro” bisogna riconoscere l’importanza del lavoro intellettuale oltre che manuale. Altrimenti si ritorna a non dare ascolto ad una realtà essenziale e a spostarsi rispetto al fine per noi pre-disposto. Ciò non significa parlare di destino poiché non vi è nulla di deciso.

Vi è la possibilità, ma non l’obbligo! È nella libertà di scelta che sta la libertà.

E non vi sono scelte giuste o scelte sbagliate poiché sono inscritte entrambe nell’unità dell’uomo che è a sua volta inscritto nell’unità del cammino evolutivo!  

Significa che l’errore è inscritto nella possibilità esistenziale umana come fattore di incremento del progresso spirituale. I termini usati nel volgo popolare come destino, scopo, utile etc. sono un’elaborazione disordinata nel tempo, poiché non pensata criticamente, di un concetto frutto di un’intuizione metafisica di cui sono figli anche i termini che hanno valenza religiosa come, nel cristianesimo Dio in primis, Paradiso, unità e così via. Tutti questi termini hanno in comune il concetto di «Convergenza», per usare un termine amato da de Chardin.

Non a caso prima ho parlato dello spirito come “punto energetico centripeto e centrifugo”.

L’analisi della physis ragionata alla luce dell’intus legere porta in evidenza il fatto che le cose nascono e divengono in seguito ad una spinta che ha sempre carattere circolatorio che esso sia più o meno evidente tramite macro o micro osservazione. Tale “nascita” è un movimento espansivo, che seguendo una forma circolare diviene centripeto. Trasformatasi in atto tale possibilità ed essendosi quindi esaurita, scatta la seconda fase all’interno dello stesso processo ovvero una successiva spinta sempre con carattere circolatorio ma questa volta in-volutiva sempre nell’e-volversi poiché verso l’interno e la forma circolatoria ne fa un atto centrifugo. L’ente dapprima si espande, poi si concentra su di sé. In realtà l’uomo vive una pluralità di movimenti in cui si alternano fasi centripete e centrifughe che appartengono però ad una prima fase di prevalenza centripeta e ad una di prevalenza contraria.

L’uomo non fa altro che rispondere alle leggi dell’universo che non sono altro che le leggi dell’Essere. I fenomeni fisici sono dunque la corrispondenza matematico/geometrica alla legge dell’Essere.

Dove l’Essere è un pilastro, i fenomeni fisici sono ciò che vi posa sopra e la propria legge è quella di poggiare, dettata appunto dalla posizione e dall’entità del pilastro.

La circolarità è, fuor di metafora, la legge dell’Essere trasmessa alla materia. Si osservi la forma dei pianeti, la forma del loro movimento, delle onde acustiche, elettromagnetiche, delle onde provocate dalla caduta di un grave sulla superficie dell’acqua, ma ancora si osservino la forma dei frutti, dei tronchi degli alberi, delle foglie, del movimento del flusso sanguigno nei corpi, della respirazione e così via. Tutto è curvo e la curva riconduce al cerchio. E il più piccolo cerchio immaginabile è un punto. Quello a cui noi, la specie umana dobbiamo convergere.

Tutto ciò è il frutto di un’intuizione, che spostata oltre le contingenze spazio-temporali vede il compimento di un entità nell’unità indistinta dell’Essere.

La nostra struttura è dunque dettata da ciò che la metafisica ha il coraggio di ascoltare.

La metafisica è dunque «la comprensione dell’Essere anticipata nel linguaggio»?[55]

La metafisica, o meglio la sua essenza, ciò che la rende «comprensione dell’essere» è cosa diversa dal linguaggio metafisico. Quest’ultimo la anchilosa nelle sabbie mobili dell’interpretazione filologica, laddove essa diventi esasperazione della ricerca del significato linguistico diventa l’acerrima nemica ai fini dell’intuizione intellettuale che proprio dalle catene dei logicismi si deve liberare. Si legga, in chiave di tale discorso, il seguente spaccato tratto dall’efficiente «metaforica del fondamento» di Blumenberg per comprendere l’importanza dell’Intuizione metafisica e non di un’esasperazione linguistica metafisica:

«appena sono state gettate, le fondamenta spariscono nella segretezza della loro funzione; vengono messe a nudo solo quando l’edificio presenti delle lesioni».[56]

Tale è l’essenza della metafisica, la segretezza. Ed essa corrisponde nel linguaggio umano, al sacrificio. Il sacrificio di Socrate e di Cristo e di tutti i sinceri martiri che la storia conosce, è il rispetto della matrice metafisica dell’universo. Segretezza dell’essere, sacrificio dell’ente.

Sacrificium difatti significa proprio fare sacro. E cos’è che si fa sacro? L’uomo, ammettendo la propria relatività di fronte all’Essere.

Quindi l’uomo è un essere relativo a qualcosa di superiore.

Sant’Agostino ad esempio definiva Dio «majus esse» e l’uomo «minus esse». Dove questo majus indicava l’assolutizzazione dell’Essere, cioè il suo non essere relativo a nulla contro il minus dell’uomo che ne sottolinea proprio il suo legame.

Il filo di un qualsiasi discorso di matrice metafisica si perde nel momento in cui si perde l’intuizione intellettuale che ha generato tale discorso. Una volta dipanata la matassa linguistica, cosa di per sé semplice, è la comprensione del senso che dona valore a quel discorso.

Si prendano ad esempio le pagine dell’aspramente criticato Sein und zeit di Heidegger:

«Solo perché l’essere-nel-mondo è essenzialmente Cura, fu possibile, nelle precedenti analisi, caratterizzare come prendersi cura l’esser-presso l’utilizzabile e come aver cura l’incontro col con-Esserci degli altri nel mondo. L’esser-presso… è prendersi cura perché, in quanto modo dell’in-essere, è determinato dalla struttura fondamentale di questo, cioè dalla Cura».[57]

Ora, al di là dell’apparente difficoltà del linguaggio,[58] ciò che è veramente difficile è comprendere l’essenza del discorso heideggeriano senza avere quella scintilla intellettuale necessaria per comprendere ciò che alla luce di tale comprensione unisce Heidegger con il lettore.

Certo se uno scrittore od un oratore sarà più o meno abile a rendere comprensibili le proprie parole, ciò faciliterà la possibilità di comprensione da parte di chi ne usufruisce.

Ma se in chi ascolta o legge viene a mancare la scintilla della comprensione allora nessuna facilità di linguaggio sarà utile. Lo stesso discorso vale in egual modo per un’opera d’arte. Il linguaggio dell’Arte contemporanea per esempio o di qualsiasi avanguardia necessita di essere districato per poter essere compreso; ciò significa appropriarsi di quelle coordinate culturali che hanno portato quell’artista ad esprimersi in quel modo.

Picasso ad esempio non sarebbe mai esistito in quanto cifra stilistica in un secolo che non fosse il ‘900. E ciò vale per ogni artista che fa della propria vita uno strumento ai fini del progresso dell’arte. E anche qui c’è sacrificio. Ogni vero artista è un martire perché sacrifica la propria individualità, la propria istintività, la propria animalità alla luce dell’arte. E quest’ultima altro non è se non la risposta culturale ad un richiamo dell’«intelletto attivo» all’uomo che risponde col proprio intelletto ricevente.

Linguaggio e intuizione metafisica dunque. È un legame importante poiché se lo scopo dell’uomo come apice di un processo evolutivo  è la comunione, la convergenza verso un’unità allora c’è bisogno di comprensione collettiva della matrice metafisica per convogliare l’umanità verso il proprio senso. L’Arte, intesa quale unità di linguaggio e significato è lo strumento ad hoc per svolgere tale compito. Ogni linguaggio può essere capito o compreso. Per capirlo si passa attraverso il ragionamento deduttivo, si prendono uno ad uno gli elementi, si sfronda il groviglio di rami fino ad arrivare al tronco, per poi arrivare fino alla linfa, e dalla linfa alle particelle chimiche e poi agli atomi che le compongono, per poi fermarsi bruscamente di fronte all’atomo. Capire deriva dal latino capere che deriva a sua volta da caput ossia il “vaso di coccio” dei romani.

Ecco quindi il primo modo per avvicinarsi ad un linguaggio diverso dal nostro.

In secondo luogo v’è la comprensione,[59] che come già spiegato significa far proprio, abbracciare un qualcosa. Nell’atto del prendere-con-sé non v’è arrovellamento logico! V’è solo un aprirsi, immaginarsi metaforicamente le braccia che si aprono nel gesto di accogliere, alla novità. Perché la comprensione avviene sempre verso un qualcosa che alla ragione risulta nuovo. L’anima allora compie questo salto, non considerando né nuova né diversa la realtà che ci si pone di fronte e si accomuna a lei annientando le differenze, e dunque le difficoltà di comprensione.

L’uomo non deve far altro che ascoltare la propria «raison du cœur». Per rimanere nel linguaggio di Pascal: «tutto il nostro ragionare si riduce a cedere al sentimento».[60]

E ancora «Le prove metafisiche di Dio sono così lontane dal modo di ragionare dell’uomo e così complicate, che colpiscono poco».[61]

Quindi bisognerebbe rinnegare la ragione, fuggire da essa? Affatto. Bisogna però attribuirla al proprio campo d’azione. La ragione ha la propria entelechia nella comprensione logica dei fenomeni logico/matematici. Essa è lo strumento dello «esprit de geometrie» e va usata per conoscere la geometricità dell’universo; non va estesa ad ogni campo del pensiero. L’intelligenza dunque sta nel riconoscere e nell’attribuire la ragione o «le cœur» ad ogni gesto che andrà ad interpretare o comporre un linguaggio.

Ogni opera d’arte è un linguaggio a sé stante. È un problema controverso però, perché l’opera d’arte subisce varie fasi; la prima è la comprensione del principio da parte dell’artista, la seconda è la creazione del lavoro e la terza, non meno importante è la contemplazione che riceve dall’osservatore. L’Arte è la sintesi del processo evolutivo dell’esistenza. Anzi è la sinossi, lo sguardo d’insieme sulla condizione dello zeitgeist. Nell’Arte si fondono insieme elementi sacri con elementi del tempo e della cultura in cui quell’opera è stata creata.

Si prendano ad esempio due quadri completamente diversi, quali Le fucilazioni del 3 maggio di Goya e Viandante sul mare di nebbia di Friedrich.

Entrambe le opere sono analizzabili dal punto di vista del contesto storico, sia per quanto riguarda i soggetti rappresentati, sia per le tecniche pittoriche utilizzate. Il tocco nervoso e proto-espressionista di Goya rende straordinariamente la tensione dell’atmosfera della fucilazione, allontanandoci dal clima neoclassicista dell’epoca per donare un’alea di sentimento senza tempo alla descrizione dell’avvenimento. E lo stesso risultato avviene per il “viandante” di Friedrich.

Certo la tematica ed il sentimento che affiorano appartengono a quella cultura romantica, ma qui di richiamo a quei valori neoclassici che culminano stilisticamente nel copiare la maniera romano-antica non v’è nulla. Emerge invece glorioso, supportato dal realismo coloristico, il sentimento di grandezza della natura e della consapevolezza dell’uomo di farne parte. Il “viandante” infatti non è sovrastato dalle catene montuose ma anzi le domina spavaldo con lo sguardo. Il suo pensiero è senza dubbio tutt’uno con il panorama che osserva, eliminando distinzioni spazio-temporali.  Ma così come in Goya v’è oggettivamente da un lato la denuncia e la tristezza per avvenimenti storici reali e in Friedrich l’ammirazione e la contemplazione per la fisicità della natura in entrambi in realtà vi è la consapevolezza di un’entità superiore. Essa traluce all’intelletto. Forse è più intuibile in Friedrich per questi due soli lavori, ma se si conosce buona parte del lavoro di Goya, non rimane alcun dubbio a riguardo, per usare il linguaggio romantico, è “il sublime” ciò che motiva il loro operare artistico.

Sia che esso li spinga a criticare aspramente la violenza umana, o che li spinga a gioire dei fenomeni della physis è ad esso che loro devono l’ispirazione poetica.

Non v’è dubbio poi nel caso di Picasso! Cosa può spingere un uomo a raffigurare un oggetto completamente diverso da come appare all’occhio? Il fatto che la ragione fotografica suggerisca che, se un volto visto di profilo mostra solo un occhio, nella mente il ricordo è presente di entrambi e quindi entrambi vanno rappresentati, è solo un fatto strutturale e quantitativo. Certo è un’innovazione a livello storico, ma l’avanguardia non è lo strumento che usa per farsi avanguardia, è l’intuizione che riceve che la mette in condizione di usare quel determinato strumento stilistico per realizzarsi. Si avvicini Las fucilaciònes del 3 de mayo di Goya al Guernica di Picasso.

Al di là del diverso fatto storico annunciato, il dramma rappresentato è lo stesso: la violenza e l’orrore della guerra. In Picasso però v’è una drammaticità accentuata poiché la cifra stilistica è più lontana dalla realtà e più vicina al sentimento che l’evento drammatico provoca.

L’intuizione metafisica è una - e la più evoluta - necessità umana. Il fatto che esista una necessità, implica necessariamente l’idea di “frattura”, di “iato esistenziale”; non si ha bisogno di qualcosa che si ha già o che fa già parte di noi, si abbisogna di qualcosa quando quest’ultima viene a mancare in noi e genera un desiderio di unità. Con ciò non si vuole affermare che non vi sia una continuità tra l’essere e l’ente, tutt’altro: la continuità sta proprio all’interno della diversità che v’è tra il «principio ordinatore» e ciò che è ordinato. Non si può negare che tra padre e figlio vi sia continuità anzi, il legame biologico è alla base del legame d’affetto che dovrebbe sussistere e dovrebbe facilitarlo in maniera disinteressata. Però padre e figlio sono contemporaneamente due persone diverse, pur nella continuità. Dualismo quindi? Sì ma non assoluto, relativo. Non si può negare che vi sia distinzione all’interno di una rete di relazioni ontologiche.Certo che v’è continuità ma proprio in virtù dello scarto ontico. Lo spirito non è la somma delle cose oggettive. Queste non possono essere sommate, poiché non danno un risultato univoco essendo di per sé entità individuali. Esse sono unità nel pensiero che le astrae.

Questa è la necessità di intuizione metafisica: noi percepiamo ogni oggetto come ente dotato di autonomia oggettiva. Contemporaneamente colleghiamo tale oggetto ad una categoria che lo racchiude e tale categoria viene astratta fino a far parte di una “sfera esistenziale” alla quale anche noi stessi apparteniamo, così che di “tutti” ne facciamo un “Tutto” che diviene un“uno” che contiene la possibilità della distinzione. La nostra necessità è quella di sentirci appartenenti ad un’unità indistinta, altrimenti non esisterebbe relazione.

Ciò che sana questo iato tra l’uomo e il suo «principio ordinatore» è la necessità poietica, con cui ri-afferma quella possibilità creativa che è l’Essere.  

Il discorso sulla metafisica è però pur sempre un discorso sull’uomo. Ecco perché si nega un dualismo netto. Non si sarebbe parlato né di metafisica né di Dio se non fosse esistito l’uomo, dunque il discorso è prettamente umano, ciò non significa che al di fuori dell’uomo l’Essere non esista, al contrario! V’era la necessità evolutiva dell’uomo per porre l’accento sulla ri-flessione e generare quel moto di autocoscienza indispensabile al mondo per completarsi.

La dissertazione metafisica non è un discorso inutile a riguardo di un qualcosa che, o non esiste, o se esiste non si vede e non si sente e quindi è inutile parlarne. Abbiamo già detto che il fare metafisica è una necessità, al di là dei dogmi che incatenano questo termine ad una cerchia prestabilita di termini e regole teoriche e teoretiche. È una necessità perché ogni società ed ogni epoca ruotano intorno all’affermazione o alla negazione dell’oggetto metafisico. 

L’antichità classica è stata dominata dalla credenza negli Dei e nel logos per i filosofi, il medioevo in quella in Dio, la modernità nella ragione e nella natura. La contemporaneità è invece dominata dalla noncuranza verso la religio. Se le guerre in passato venivano fatte veramente nel nome della religione ora vengono protratte solo a scopi economici  

Comunque sia è la sostanziale affermazione o negazione del Divino all’interno di una cultura a determinare l’avvento storico successivo.

Ciò che sta oltre alla chimica è ciò che ha dato vita alla chimica. Cos’è che ha fatto diventare quel minuscolo puntino che misurava 10 alla meno 33 cm l’universo intero?

Chiamiamola energia, chiamiamola Dio ma il termine più adatto è Essere poiché ciò che non era è divenuto e il diventare essere dal non-essere è l’energia stessa.

Un altro discorso da chiarire al fine di evitare fraintendimenti metafisici è quello sull’anima, se essa sia creata da Dio al momento del concepimento di un essere umano o se essa preesisteva già prima al di fuori di quel corpo, o ancora se siano i genitori che creano e donano l’anima al figlio appena nato. A parer mio l’anima, prima di “condensarsi” in un corpo non è anima ma è Spirito, essa diventa anima nel momento in cui lo spirito si dirama all’interno di un corpo che è appena stato creato, e la sua funzione è quella di offrire una possibilità di collegamento spirituale, che è però limitato dai confini materiali del corpo. Quando questo corpo muore essa torna alla propria “sorgente spirituale” ma i pensieri ed i ricordi dell’individuo, in quanto entrati sotto forma di particelle psichiche nell’anima vanno a fondersi con lo spirito non conservando più l’individualità dell’unità corpo-anima e fondandosi nell’unità della memoria di tutte le altre anime.

«Se ora, contrariamente (…) all’interno, guardiamo di nuovo all’esterno, e interpretiamo in modo del tutto oggettivo il mondo che ci si presenta, la morte ci appare certamente come passaggio al nulla, ma anche la nascita come un venire dal nulla. L’una cosa come l’altra non può tuttavia essere incondizionatamente vera, giacché possiede soltanto la realtà dell’apparenza. (…) Ciò che muore va dove ogni vita ha origine».[62]

Del resto Jung aveva già postulato l’esistenza di un «inconscio collettivo» da cui gli uomini attingerebbero degli «archetipi mentali»; ciò si collegherebbe benissimo al concetto di «iper uranio» platonico inteso come “contenitore” di idee che si tramutano nell’inconscio umano sottoforma di immagini. Però ciò implica la visione di una possibile cosmo genesi: vi è il mondo dello spirito, che è unità indifferenziata, intangibile e incorruttibile. Questa realtà però è. In quanto è, si muove. È puro movimento senza corpo. Questo si può pensare col concetto greco di pneuma, il soffio vitale che muovendosi si condensa diventando dapprima psyché e  questa successivamente in quanto individualizzazione si reifica  necessariamente in un corpo. Quindi l’anima o  psyché è una omeomeria dell’ousia (Essere) che si stacca da essa, diventando parte singola derivata dall’uguale e conservando l’uguale all’interno. L’individualità è tale solo nel confine che la circonda. Essa si fa corpo in virtù del movimento ab-soluto dalla quale è originata per portare a compimento il ciclo del movimento tangenziale nel corpo attraverso la riflessione che fa prendere coscienza all’anima di sé stessa tramite l’utilizzo della materia che è tangibile corruttibile e dunque evidente. Il processo di ri-flessione  culmina con la morte del corpo. L’anima allora arricchita di esperienza sinergetica dell’anima/corpo ritorna nell’Essere indistinto perdendo i propri confini e portando con sé le particelle di memoria che ha creato quando era anima/corpo espandendo l’Essere tramite coscienza irriflessa. Di conseguenza il kosmos che è la proiezione confinata dell’Essere si espande.

Tutti i movimenti nel mondo fisico/corporeo avvengono secondo l’estrinsecazione schematica del  pneuma si traduce come sintesi perfetta in elettricità. Quest’ultima è il risultato migliore per la realizzazione dall’essere all’ente.

La peculiarità più alta dell’anima dunque, è quella di rendere un corpo cosciente, consapevole di sé. La forma più consapevole dell’entità anima-corpo è l’essere umano. La consapevolezza tuttavia non è di un grado predisposto, ma si accresce seguendo la legge del movimento originario. Quindi a seconda del grado qualitativo e quantitativo di ri-flessione che l’unità anima-corpo raggiunge si ha un aumento della coscienza al quale corrisponde la capacità più o meno elevata di riuscire a vedere l’origine di sé nelle altre forme di esistenza: intuizione metafisica. La metafora pascaliana dell’uomo come un giunco pensante è l’ideale per la comprensione della sua natura riflessiva, poiché così come la canna si piega rischiando si spezzarsi, così l’uomo si volge a sé stesso rischiando di oltrepassarsi:

«L’uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura; ma è una canna pensante.»[63]

Durante l’acquisizione di consapevolezza, che corrisponde  all’aumento del grado di ri-flessione compiuto, la sinergia tra anima e corpo fa si che alcuni canali sensoriali corporei vengano predisposti più di altri come punti di concentrazione della coscienza di sé, per alcuni gli occhi e dunque la vista, per alcuni le orecchie e dunque l’udito. In più a seconda del rapporto che viene coltivato tra l’uomo e la materia esso sarà più o meno portato a sentirla pesante o leggera a seconda di quanta importanza la investi.

Gli artisti dunque sono esseri umani con un più alto livello di ri-flessione  in virtù della quale riescono a scorgere la perfezione della creazione cosmica in tutti i suoi aspetti, chiamandola “Bellezza”.  

«Quando Mozart componeva, non inventava nulla, sentiva. Quando Rembrandt dipingeva, non inventava nulla, vedeva. E così per tutti i grandi, i quali sono grandi non perché hanno inventato qualcosa che prima non c’era, ma perché hanno visto e scoperto una realtà che c’era da sempre».[64]

«L’uomo dabbene giudica di ciascuna cosa rettamente e in ciascuna cosa a lui apparisce il vero»[65]

 

 



[1]    Platone, Fedro, Tutte le opere, Newton Compton, 2009: 247 b-c, pag 941

[2]    Aristotele, L'anima, Bompiani, 2995: Γ 4, 429 a 10 – b 1, pag. 213

[3]    Severino, La filosofia dai greci al nostro tempo, 1996: 48, 49

[4]    De Santillana in un saggio del 1985 Fato antico e fato moderno scrive che l'interpretazione filologicamente corretta del poema Parmenideo tratterebbe l'idea di «spazio» al posto di quella di «essere». Parmenide si sarebbe dunque riferito alla physis lungo tutto il suo Sulla natura. La tesi di G. de Santillana però alla luce del nostro problema non cambia nulla se non una precisazione filologica poiché se anche si sostituisse il concetto di «essere» con quello di «spazio» il discorso non cambierebbe poiché si tratterebbe pur sempre dell'Oggetto dell'intuizione: uno «spazio» inteso come non ciò che delimita ma ciò che ospita ciò che è, è l'essere-in-atto dell'ente. Quindi Parmenide ha comunque supposto l'esistenza di un qualcosa di metafisico.

[5]    Parmenide, Sulla natura, Bompiani, 2001: fr. 8, vv. 37-41, pag. 53

[6]    Ibidem, fr.3, pag. 45

[7]    Ibidem, fr. 8 vv. 34-38, pag 53

[8]    De Santillana sottolinea che Platone «affermi scherzosamente di dover commettere un parricidio» nei confronti di Parmenide «per le libertà che si prende con il pensiero parmenideo». Anche qui dipende dall'interpretazione filologica perché sappiamo invece che il parricidio parmenideo fu indispensabile per la continuazione di una ricerca discorsiva sull'aporia tra ragione ed esperienza. Al di là degli intrighi filologici si rimanga sul filo del discorso.

[9]    Platone, Fedro, Tutte le opere,  Newton Compton, 2009, 247 b-c, pag. 941

[10]  Ibidem, pag. 941

[11]  Platone, Repubblica, Tutte le opere, Newton Compton, 2009, libro VII 515 a-b, pag. 2023

[12]  Ibidem, pag. 2023

[13]  Ibidem, 515 c-d, pag. 2023

[14]  Aristotele, L'anima, Bompiani, 2005, Γ 5, 430 a 10 – 6, 430 a 29, pag. 219

[15]  Ibidem, pag. 219

[16]  Ibidem, Γ 4, 429 a 10 – b 1, pag. 213

[17]  Eraclito, Frammenti, Bompiani, 2007, gruppo III – fr. 8, pag. 403

[18]  Ibidem, fr. 9, pag. 405

[19]  Ibidem, fr.10, pag. 405

[20] Mondolfo e Tarán interpretano: «quelli che cercano il Logos nascosto devono profondervi uno sforzo notevole, e cercare con zelo e perseveranza.»

[21]  Ibidem, gruppo VI – fr. 25, pag. 450

[22]  Si interpreta qui come un gioco sinestesico tra l'udire «me»  riferito alla percezione sensoriale limitata e l'udire il logos riferito invece all'intuizione che conduce alla comprensione dell'unità.

[23]  Ibidem, fr. 26, pag. 454

[24]  Ibidem, gruppo VII fr. 29, pag. 480

      L'interpretazione qui della distinzione tra dèi e uomini nel frammento si rivolge alla differenza tra il concetto di intelletto agente e intelletto passivo di cui si è parlato precedentemente.

[25]  Aristotele, L'anima, Bompiani, 2005, Γ 4, 429 b 21 – 430 a 9, pag. 217

[26]  Ibidem, Γ 4, 429 a 10 – b 1, pag. 213

[27]  Ibidem, Γ 4, 429 a 10 – b 1, pag. 213

[28] Ibidem, A 4, 408 b 29-409 a 17, pag. 95

      v. nota 142:«(...) l'intelletto umano è una “sostanza” che sopraggiunge in noi dopo che, nell'individuo, si sono realizzate  tutte le condizioni necessarie a riceverlo, ossia le funzioni vegetative e sensitive (...). è un intelletto immateriale e immortale, pur essendo condizionato (ma ciò riguarda  direttamente solo l'intelletto “possibile”) dai legami col corpo».

[29]  Ibidem, Γ 6, 430 b 19 – 7, 431 a 8, pag. 223

[30]  «l'intellezione  degli indivisibili riguarda le cose circa le quali non è possibile il falso». (Aristotele, L'anima, Bompiani, 2005, Γ 5, 430 a 10 – 6, 430 a 29, pag. 219)

[31]  Bonessio di Terzet, I pesci gialli, Mimesis, 2005, pag. 20.

[32]  Aristotele, L'anima, Г 6, 430 b 19 – 7, 431 a 8, pag. 223

[33]  Agostino, De quantitate animae, XIV, 24

[34]  Eraclito, Frammenti, Bompiani, 2007, gruppo III – fr. 13, pag. 411

[35]  Ibidem, gruppo III – fr. 13, pag. 411

[36]  L'argomento è affrontato in maniera magistrale da Pierre Teilhard de Chardin ne Il fenomeno umano dove l'evoluzione dell'uomo è considerata olisticamente con il l'evoluzione dell'universo. L'essere umano sarebbe dunque il frutto un periodo inimmaginabilmente esteso di sperimentazione naturale che sembra spingersi verso l'auto-riflessione di se stessa. La vita si è evoluta dunque in innumerevoli specie fino ad arrivare all'uomo come risultato di una ricerca della natura stessa per “ri-conoscersi”.    

[37]  Teilhard de Chardin, Il fenomeno umano, Editrice Queriniana, 2010, pag 160.

[38]  Ibidem, pag 154

[39]  Ibidem, pag 206

[40]  Ibidem,pag 168

[41]  Alighieri, Commedia, Ferni, 1974, vol.1, vv. 61-66, pag. 13-14

[42]  Per la differenza tra essere e avere si legga il volume Essere o avere di Eric Fromm.

[43]  Alighieri, Commedia, Ferni, 1974, vol.2, vv. 1-8, pag. 9-10 

[44]  Alighieri, Commedia, Ferni, 1974, vol. 3, vv.140-142, pag. 230

[45]  Teilhard de Chardin, Il fenomeno umano, cit., pag. 232

[46]  Ibidem, pag. 241

[47]  Ibidem, pag. 248

[48] Aristotele, La metafisica, Utet, 2009, pag. 262

[49] Ibidem, pag. 262

[50] Mancuso, L’anima e il suo destino, Raffaello Cortina Editore, 2007, pag.9

[51] Ibidem, pag.8

[52] Pascal, Pensieri, Bompiani,2000, pag. 528 (la nota è di Adriano Bausola)

[53] Ibidem, pag. 528

[54] Ibidem, pag. 562

[55] Blumenberg, L’ansia si specchia sul fondo, Il Mulino, 2005, pag. 98

In riferimento a: «Il discorso del fondamento – e sia pure quello dell’ “essenza del fondamento” – è saturato di immaginazione, la quale ama spacciarsi per la comprensione dell’essere anticipata nel linguaggio»

[56] Ibidem, pag. 98

[57] Heidegger, Essere e tempo, Longanesi, 2008, pag. 235

[58] apparente poiché nessun linguaggio è difficile...è semplicemente diverso da un altro; si devono allora assumere le coordinate strutturale di quel linguaggio per dipanarlo e di seguito comprenderlo.

[59] Per l’etimologia del termine si rimanda a pag. 5

[60] Pascal,Pensieri, Bompiani, 2000, 474

[61] Ibidem, pag. 5

[62] Schopenhauer, Parerga e paralipomena, II,140; Adelphi, 2003, vol. II, pag. 362

[63] Pascal, Pensieri, Bompiani, 2000, pag. 264

[64] Mancuso, L’anima e il suo destino, Raffaello Cortina Editore, 2007, pag. 100

[65] Aristotele, Etica nicomachea, Laterza & figli, 1924, pag. 83

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