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Riflessione estetica: Uomo-Arte-Evoluzione*

Stefano Scaranari

La presente riflessione, che è poi una summa di molteplici riflessioni, si pone come fine quello di studiare e cercare di comprendere l’Arte, quale dimensione caratterizzante l’uomo, indivisibile da tutto ciò che oltre l’Arte stessa designa l’uomo nella sua differenza dagli altri esseri viventi.

Parlare di Arte, significa qui, parlare di diversi punti indissolubilmente collegati tra loro, che definiranno poi, i punti stessi del discorso. Questi punti sono, per l’appunto l’Arte, la metafisica (o meglio il suo oggetto di studio e quindi l’Essere), l’uomo e l’Esistenza che qui identifico con il termine vita. Tale riflessione rimarrebbe claudicante se tutti questi elementi appena citati non fossero presi in considerazione all’interno del concetto di evoluzione.

L’etimologia del termine formata da ex- e volvere, indica una spinta di attuazione di un qualcosa verso l’esterno, e la biologia la definisce come uno sviluppo graduale e continuo degli organismi viventi. La storia dimostra che la vita è in continua evoluzione e un mirato ragionamento può far concludere che l’uomo è tutt’ora inserito all’interno di uno schema evolutivo tuttora in auge.

Per tale motivo tutto ciò che concerne l’uomo ed il suo ambiente (che la lingua tedesca indica giustamente col termine umwelt, poiché l’uomo è inserito nel mondo, welt) è da considerare strettamente legato all’evoluzione, dunque non come fenomeno finito ma anzi in via di finalizzarsi.

Nel testo Il fenomeno umano, Pier Teilhard De Chardin, gesuita, scienziato e uomo di cultura, scrive che l’esistenza e dunque la vita, è finalizzata ad un fine che sarebbe l’autocoscienza ovverosia la piena e totale consapevolezza dell’Essere, intese come le forme di vita nel loro complesso. Questo fine, implica un processo di avvicinamento verso tale consapevolezza e questo processo di avvicinamento è costituito appunto dall’Esistenza di tutte le forme di vita che, partendo da una forma primigenia, la quale come attributo fondamentale ha la mancanza di autocoscienza, si spinge verso una moltiplicazione di tali forme verso la ricerca appunto di tale autocoscienza che sarebbe il fine stesso dell’Esistenza e dunque della vita.

La linea sulla quale si muove tale processo è la linea del tempo, ossia un concetto che prevede all’interno di uno spazio un determinato cambiamento mai arrestabile, perlomeno fino al raggiungimento dello scopo stesso di tale processo.

Per non partire da troppo in là e rendere così il discorso ancora più complesso di come già non sia, si prenda in considerazione la prima specie vivente, complessa, dalla quale tutte le altre specie si sono evolute ossia gli anfibi. Partendo da questa la vita si è sempre più resa complessa e moltiplicata nel tempo per arrivare fino al mammifero. L’uomo è il più giovane, come comparsa temporale, tra i mammiferi ed è l’unico in grado di manifestare la riflessione, che consisterebbe in sostanza nella capacità di pensar-si, di attestare la propria esistenza con un gesto intellettuale che permette di affermare tramite l’evocazione linguistica l’Io sono.1

Ebbene tale capacità nasce nell’uomo per la prima volta dopo eoni geologici di tempo.

«la Riflessione, come lo indica proprio la parola, è la capacità acquisita da una coscienza di ripiegarsi su se stessa e di prendere possesso di sé come di un oggetto dotato di propria consistenza e di valore particolare: non soltanto conoscere, ma conoscersi; non soltanto sapere, ma sapere di sapere. Individuando se stesso nel fondo di se stesso, l’elemento vivente, sino allora disperso e disgregato in un cerchio impreciso di percezioni e di attività, si trova per la prima volta costituito come un centro puntiforme, in cui tutte le rappresentazioni e le esperienze si legano e si saldano in un insieme cosciente della propria organizzazione».2

Dunque la riflessione, tipica dell’uomo, e non delle altre specie animali, è qualcosa in più rispetto alla coscienza, poiché anche altre specie sanno, ma non “sanno di sapere”. E il punto di vista paleontologico è fondamentale per capire come la vita, in quanto necessità esistenziale, cerchi tale riflessione sperimentando di volta in volta forme sempre diverse nella natura stessa fino ad arrivare, nell’hic et nunc all’uomo: «Se l’essere dal quale l’Uomo è nato non fosse stato bipede, le sue mani, al momento giusto, non sarebbero state in grado di liberare le mascelle dalla loro funzione prensile, e pertanto la spessa fascia dei muscoli mascellari che imprigionava il cranio non si sarebbe allentata. Grazie alla stazione bipede che liberava le mani, il cervello ha potuto svilupparsi; e per la stessa ragione, nello stesso tempo, gli occhi, avvicinandosi l’uno all’altro su una faccia raccorciata, hanno potuto convergere, e fissare ciò che le mani prendevano, avvicinavano e in tutti i sensi presentavano: l’atto stesso, esteriorizzato, della riflessione!».3

Anche la neurologia ci ricorda che l’uomo è frutto di un’evoluzione, e ciò sta a significare che l’unità antichissima ed iniziale di ogni forma vivente caratterizzata dall’assenza di riflessione si sta spingendo verso la ricerca di un’altra unità caratterizzata però dalla riflessione spinta al suo livello apicale: «i gangli della base (cervello rettiliano) sono un insieme di strutture del cervello molto antiche che costituiscono la parte più significativa del cervello dei rettili. Queste strutture si trovano nel “cuore” del cervello dei mammiferi e sono coinvolte nella regolazione di comportamenti istintuali-motori e nell’organizzazione di routine comportamentali».4

Ora, se il nostro cervello ha in comune delle strutture con il cervello dei rettili, e se proprio queste strutture regolano il lato più “animale” dell’uomo cioè i comportamenti istintuali e motori, ciò rende ancora più evidente il concetto di evoluzione. La vita agisce come una forza auto-affermativa che tiene ciò che di utile c’era nelle specie precedenti sintetizzandole in quelle successive al fine di raggiungere il proprio fine. Le specie precedenti ovviamente non scompaiono rapidamente ma perdurano per tempi incalcolabili poiché essendo parti dell’evoluzione costituiscono l’ambiente indispensabile per la sopravvivenza delle nuove specie: se gli esseri viventi dai quali l’uomo si è evoluto venissero a scomparire, l’uomo non avrebbe più una base ambientale, biologica e certamente storica sul quale appoggiare la propria vita; i dinosauri non esistono più, ma esistono i rettili, cioè deve in qualche modo conservarsi per necessità ontologica e dunque esistenziale, non in eterno ma per un periodo di tempo necessario, ciò da cui il fenomeno successivo trae la sua origine.

E tutto ciò finalizzato a quello che de Chardin chiama il punto Omega:

«l’Evoluzione, abbiamo riconosciuto ed ammesso, è un’ascesa verso la Coscienza. Il fatto non è ormai contestato dai più materialisti, o per lo meno dai più agnostici seguaci dell’umanitarismo.5 Essa deve quindi culminare, in futuro in qualche Coscienza suprema. Ma questa Coscienza, proprio per essere suprema, non deve recare in sé, al massimo grado, ciò che è la perfezione della nostra: il ripiegamento illuminante dell’essere su se stesso? […] In quanto contiene e genera la Coscienza, lo Spazio-Tempo è necessariamente di natura convergente. Di conseguenza, le sue falde smisurate, seguite nel senso giusto, devono raccogliersi, da qualche parte, verso l’avanti, in un Punto, -chiamiamolo Omega-, che le fonde e le consuma integralmente in sé».6

Tale discorso implica dunque il fatto che le singole coscienze, che si sono evolute a loro volta da non-coscienze o coscienze di grado minore, convergano per spinta naturale, verso un’unica immensa coscienza che le contenga tutte. Ora, questa spinta alla convergenza può essere compresa tramite l’osservazione dei fenomeni alla luce di tale teoria, ma non può essere vista nella sua sostanza, dunque ammettiamo che, appunto la sostanza di tale forza convergente, sia metafisica.

A questo punto, in virtù della convergenza universale anche il discorso converge e si chiami in aiuto ai fini del discorso la teologia medioevale di Anselmo d’Aosta, dove nel Proslogion egli afferma: «Si può pensare in due modi: si può pensare la parola che indica la cosa, o si può pensare la cosa stessa».7

L’uomo dunque è, come scrive de Chardin, un fenomeno, inserito all’interno di uno schema evolutivo finalizzato alla convergenza delle singole coscienze umane all’interno di un’unica grande coscienza che per tale motivo sarà detta Autocoscienza. Tale finalità della vita dell’uomo, o meglio della sua Esistenza, non è decisa da lui stesso ma gli è posteriore, gli è dunque a-priori.

Qui viene a mancare qualsiasi antropocentrismo ed ogni umanitarismo.

L’uomo è il risultato sperimentale di una forza, che potremmo chiamare Natura, che ricerca tramite la sua estrinsecazione in molteplici forme materiali, distribuite nello spazio-tempo, il miglior risultato possibile per la sua Esistenza finale. La vita/Esistenza è l’atto della Natura che è potenza.

L’atto dell’Essere-in-potenza che è la Natura, cioè l’Esistenza o vita, non è un essere-in-atto definitivo ma è composto da innumerevoli attimi di essere-in-atto posti all’interno di un processo evolutivo apparentemente infinito, che si determina volta per volta seguendo uno schema logico che tiene conto dell’evento esistenziale precedente. L’essere-in-atto di volta in volta successivo non sarà dunque già prescritto in qualche coscienza assoluta poiché tale coscienza assoluta è il fine, non ancora realizzato, dunque non ancora in-atto di questo processo esistenziale. Il suo fine sembra essere, l’autocoscienza. L’atto di quel preciso hic et nunc detterà, secondo le norme del contesto che ne regolano e ne regoleranno la sua Esistenza, la forma esistenziale del prossimo essere-in-atto sempre all’interno della finalità auto-coscienziale.

La Natura intesa non in atto ma come potenza, forza finalizzante, sfugge alle regole della contestualizzazione poiché essendo potenza non può avere contesto e dunque neppure regole, per questo motivo la Natura intesa in tale senso è imperturbabile ed eterna, mentre la natura intesa come ciò che ha una determinatezza spazio-temporale, dunque la vita e l’Esistenza è necessariamente soggetta ad un contesto, dunque a regole e dunque ad un divenire, poiché il contesto è sempre spazio-temporale.

Le svariate forme con le quali si manifesta la Natura, dunque tutto ciò che compone il mondo fisico, sono dunque solo il risultato sperimentale di una forza che non appartiene e che non è quindi studiabile tramite la fisica, la geometria né tanto meno la matematica; una forza metafisica, per l’appunto oltre la fisica. Il punto fondamentale è che l’umanitarismo e lo scientismo vigenti ancora in questo secolo pongono tutte le loro forze interpretative sul punto di vista empirico-sperimentale e quindi sul mondo della fisica, tralasciando completamente la dimensione oltre la fisica stessa e continuando così a sbattere la testa poiché la via d’uscita per la comprensione del mondo, che le scienze empiriche stanno cercando è quella sbagliata, è un vicolo cieco. La fisica e così la matematica cercano l’origine di se stesse in se stesse, mentre la loro origine sta al di là di se stesse. È come se un singolo essere umano volesse capire la propria nascita partendo solo da se stesso, non prendendo in considerazione l’ipotesi di avere una madre che lo abbia partorito. Le scienze prettamente empiriche sbagliano dunque il metodo di studio, che è adeguato finché deve comprendere e spiegare i fenomeni, ma inadeguato quando deve trarre la loro origine, essenza e sostanza.

Si può arrivare alla stessa conclusione anche tramite la Prefazione alla Fenomenologia dello spirito di Hegel , dove egli scrive: «Il vero è il Tutto. Il Tutto, però, è solo l’essenza che si compie mediante il proprio sviluppo. Dell’assoluto, infatti, bisogna dire che è essenzialmente un risultato, che solo alla fine, è ciò che è in verità. E appunto in ciò consiste la sua natura: nell’essere realtà, soggetto, divenire se stesso».8 Trasposto in siffatto discorso, ciò è interpretabile così: la verità sta non nel singolo uomo, nella sua singola coscienza, o tantomeno nel suo singolo corpo, né tantomeno solo nell’uomo come concetto generale, ma siccome egli è un tassello dell’evoluzione legato a tutte le specie che lo precedono, la verità sta nella totalità dell’esistenza, dunque delle forme di vita, considerate alla luce del loro divenire, del loro e-volversi verso un Tutto senza molteplicità tangibile consapevole al massimo livello di se stessa. La verità è il fine, che è poi l’atto finale, della convergenza coscienziale della natura su stessa, e tale convergenza non è altro che la ricerca dell’autocoscienza, di cui lo stesso Hegel, in termini diversi, parla. Ecco perché le religioni istituzionali, in particolar modo quella cristiana parlano della verità come un luogo non ancora presente ma desiderabile. La verità starebbe nel regno di Dio, cioè con la morte della corporeità, poiché la corporeità e dunque l’essere umano e tutte le altre forme di vita, sarebbero propriamente un passaggio, obbligato, al fine della natura stessa che in metafora cristiana è Dio e fuor di metafora è l’autocoscienza. Hegel scrive proprio «divenire se stesso», e quando scrive ciò, è consapevole di un incompletezza che caratterizza il mondo fisico ed il suo modus cognoscendi relativo, incompletezza che è destinata a completarsi in una dimensione metafisica. Prima che una cosa si realizzi nella sua perfezione, cioè si adegui allo scopo per cui è nata, essa non è ancora totalmente vera, ma solo in parte poiché non è completa.

La metafisica è dunque la dimensione di studio dalla quale bisogna partire per comprendere, e per assecondare dunque la natura nel suo fine del quale noi, siamo meccanismi interni. La metafisica, dunque la «filosofia prima», si occupa di vedere le cose, o meglio ancora “la cosa”, dall’interno per poi spingersi verso l’esterno e confluire solo secondariamente nella matematica che confluisce poi nella geometria e nella fisica. Sempre Hegel scrive a tal proposito: «il movimento della dimostrazione matematica, infatti, non appartiene all’oggetto, ma è un’operazione esteriore alla Cosa. […] L’evidenza che caratterizza questa conoscenza imperfetta, e di cui peraltro la matematica va fiera e si vanta anche dinanzi alla filosofia, si fonda unicamente sulla povertà del suo fine, e sulla deficienza della sua materia, e si tratta pertanto di un tipo di evidenza che la filosofia non può che disprezzare. Il fine o concetto della matematica è la grandezza, cioè proprio il rapporto inessenziale e aconcettuale. In questo ambito, perciò, il movimento del sapere si dispiega solo in superficie, non tocca la Cosa stessa, né l’essenza o il Concetto, e dunque non è affatto una comprensione concettuale. La materia, poi, su cui la matematica garantisce un confortevole tesoro di amene verità, è lo spazio e l’uno. Lo spazio è quell’esistenza in cui il Concetto inscrive le proprie differenze come in un elemento vuoto e morto, e in cui le differenze stesse sono altrettanto immobili e senza vita. Il reale, invece, non è qualcosa di spaziale nel senso in cui questo viene inteso dalla matematica».9

Ecco quindi che la dimensione metafisica viene a farsi portavoce della verità intesa come completamento immobile di un processo dinamico.

Il fine è tale poiché è la fine di un processo inteso come momento evolutivo e che deve quindi risolversi in un risultato che sia il completamento di esso, deve essere perfetto, ossia non più fattibile di cambiamenti, deve diventare ciò che è stato, metafisicamente, predisposto per essere.

All’interno di tale finalità si trova ora, come protagonista l’uomo. Egli è come abbiamo detto il primo e finora (per lo meno in maniera evidente) l’unico essere vivente terrestre a possedere la riflessione. A guisa di ciò come disse l’Aristotele, ciò che contraddistingue l’uomo è il pensiero (ovvero la riflessione) e la sua Entelecheia può essere raggiunta solo se egli usa ciò che gli è proprio. Ora, il pensiero nella sua totalità è un elemento dinamico, che abbisogna di continuità per essere colto ed utilizzato a pieno. In quanto risultato e strumento primario della necessità di autocoscienza insita nella Natura esso riflette la struttura stessa di questo processo esistenziale verso la coscienza assoluta, riflette dunque in sé l’evoluzione e dunque il pensiero/riflessione è sottoposto esso stesso ad una evoluzione. Lungi dall’essere un mero processo cognitivo, esso è lo strumento per eccellenza della comprensione astratta e disinteressata dell’esistenza.

È il primo fondamentale passo verso l’autocoscienza!

Ma proprio in quanto oggetto e soggetto di un’evoluzione, il pensiero/riflessione è ancora ad uno stadio iniziale della propria esistenza e si oggettiva nell’apice delle sue potenzialità solo in pochi soggetti e per una durata di tempo breve rispetto alla totalità dei momenti che ne costituiscono la vita. Questi momenti in cui il pensiero/riflessione tocca i suoi apici di senso esistenziale costituiscono nella loro totalità quella che definiamo Arte.

«Tutta questa vostra tecnologia (…) tutto questo agitarsi affannosamente (…) non sono che stampelle, protesi. L’umanità invece esiste per creare, per creare opere d’arte; questo per lo meno è disinteressato a differenza di tutte le altre azioni umane: grandi illusioni, fantasmi sfocati della verità in assoluto».10

È indispensabile sottolineare che col termine Arte, non si intende una o l’insieme delle opere d’arte, il singolo manufatto risultato dell’operare di chi si definisce o è definito artista; bensì per Arte si intende qui il momento più alto della riflessione, frutto di co-incidenze evolutive e contestuali, un momento apicale dell’agire esistenziale.

Se il pensiero/riflessione, come si è detto prima, è soggetto esso stesso ad una evoluzione e quindi può toccare picchi più o meno elevati, l’Arte è sicuramente il picco più alto che possa toccare, in questo momento storico.

Non solo il pensiero/riflessione è soggetto ad evolversi nel singolo individuo, ma ovviamente in tutta la specie all’interno del divenire della storia, e ciò riguarda nondimeno l’Arte come momento apicale della riflessione. Studiando la storia dell’Arte dalla preistoria ad oggi non si può non notare come l’Arte sia lo specchio dell’evoluzione del pensiero/riflessione. Dalla mera imitazione della realtà percepita dai sensi si è arrivati alla pura astrazione colta dall’intelletto, sintesi della realtà.

Si è arrivati all’immedesimazione, o per usare un neologismo dantesco un intuarsi, con la matrice stessa della realtà esperibile.

Quindi, tutto ciò che è un manufatto ritenuto, per un motivo o per un altro “artistico” non è detto che sia opera d’Arte. Opera d’Arte è solo quel qualcosa che, in quanto soggetto all’elaborazione umana, contiene in sé come risultato una significazione concettuale dell’essenza di ciò a cui si riferisce, captabile dall’intelletto e percepibile dai sensi in una perfetta sintesi. L’opera d’arte, dunque il supporto materico sarà necessariamente divergente rispetto ad ogni altra opera con lo stesso criterio di verità, ma il contenuto apprensibile dall’intelletto sarà esattamente il medesimo poiché l’essenza è unitaria.

La vera opera d’arte non indica direttamente qualche cosa di oggettivo, ma il suo riferimento è solo un effetto del processo della poiesi artistica, la quale passa dalla percezione sensoriale di un oggetto (tesi) alla sua apprensione a-concettuale per mezzo dell’intelletto (antitesi) alla sua astrazione concettuale che converge nella necessità di estrinsecarsi nella materia.

La sola differenza tra il pensiero teoretico (o la riflessione pura) e l’Arte autentica, è la necessità di un supporto materiale di quest’ultima, il che comporta una fase poietica che nel pensiero teoretico manca. L’Arte è il momento riflessivo in cui tesi e antitesi della realtà culminano nella loro sintesi, l’opera d’arte è la sintesi in-atto dell’Arte. Ergo, l’opera d’arte è, come dice il termine stesso, il risultato dell’Arte, non è l’Arte stessa. Quasi come l’Arte fosse un’entità estranea rispetto all’uomo stesso che tramite lo strumento che è l’uomo dà oggettività all’opera d’Arte. Ci si allontana totalmente da un’ottica antropocentrica.

In virtù del cammino evolutivo della Natura verso l’autocoscienza, l’Arte deve spingersi verso una propria indipendenza esistenziale, dunque quando l’uomo si sarà evoluto in una specie superiore, dal punto di vista della riflessione coscienziale, non sarà più necessaria l’opera d’arte poiché non sarà più dotata di importanza la materia, mentre allo stadio attuale dell’evoluzione l’uomo le dà molta, se non troppa importanza, a guisa della sua prevalente incapacità attuale di vedere la cosa in sé. Se un’opera d’arte deve essere lo specchio di tutta questa consapevolezza, si comprende facilmente quante poche siano nella storia le opere d’arte autentiche.

La grandezza dell’Arte sta nell’essere, in virtù della sua significazione concettuale dell’essenza di ciò a cui si riferisce, astorica. Se, abbiamo detto, l’opera d’arte non indica direttamente un qualcosa di fisico ma usa il suo riferimento semantico come simbolo della sua portata concettuale, quando lo spettatore osserva l’Autoritratto di Van Gogh egli in realtà non sta osservando Van Gogh ma il suo concetto inserito, più o meno, (e questo ne determina il suo essere più o meno vicino all’Arte) in un’ottica di consapevolezza a-concettuale.

Così vale per la Cappella degli Scrovegni di Giotto, per La Gioconda di Da Vinci, per la Pietà Rondanini del Buonarroti, per il Guernica di Picasso, per il Primo acquerello astratto di Kandinsky e così via. La comprensione artistica sfugge alle regole dell’incasellamento temporale perché apre all’intelletto lo sguardo sull’eternità.

Ogni opera d’arte va presa in considerazione all’interno del proprio contesto. E la superiorità dell’opera autentica sta proprio nel fatto che, mettendo a confronto due lavori, uno ad esempio rinascimentale ed uno contemporaneo, nonostante la considerevole distanza storica e magari anche geografica in cui siano stati realizzati, il che determina la differenza stilistica, i due dipinti (per fare un esempio) conservano di sottofondo una qualcosa che li unifica: creano, nel soggetto che osserva il dipinto, un’amplificazione dell’attenzione alla stato interiore del soggetto stesso, ponendolo al di là dall’interesse per i fatti quotidiani, distante dai problemi che in quel momento non riguardano l’Arte. Insomma i dipinti, che essi siano La vergine delle rocce di Da Vinci o Red, Orange, Tan and Purlple di Rothko spostano l’attenzione dell’osservatore dall’esterno all’interno.

Ci sono ovviamente osservatori che sanno cogliere questo richiamo all’interiorità generato dall’Arte e ci sono osservatori che non sanno coglierlo ma in entrambi questo richiamo è presente al momento del “contatto” con l’opera d’arte, e ciò è evidente poiché anche nell’individuo più scettico nei confronti dell’Arte si potrà osservare un turbamento che ne è il segnale.

L’Arte contemporanea siccome è frutto dell’evoluzione nel cammino verso l’autocoscienza è logicamente più difficile da essere compresa di quella precedente, poiché essa è un superamento o meglio un oltrepassamento della cultura di appartenenza. Solitamente non si è educati ed allenati a comprendere l’Arte in generale, ma anzi si è stimolati dalla società del consumo a farsi “un’opinione” dei fatti di cronaca. Il risultato è un giudizio Doxastico frettoloso e superficiale, ossia ciò di cui l’Arte non abbisogna affatto, anzi ne è nemica.

È ancora pubblicamente diffusa, negli ambienti non colti, l’idea che l’Arte debba essere sostanzialmente imitazione, e che bello sia ciò che genera piacere immediato. Questo non è nient’altro che un residuo dell’istintività insita nell’uomo, non educata allo studio approfondito dell’arte e delle scienze umane, poiché quando anche Tommaso d’Aquino scriveva: «pulchra enim dicintur quae visa placent»11 egli non intendeva la vista degli occhi altresì l’intuere, la visione interiore. «Per Tommaso, la visio è conoscenza intellettuale, non solo appagamento sensibile».12

Un grande studioso di estetica del ‘900 scrisse:«(…) la tesi che l’arte, per quanto è possibile, “imiti” la natura, -(o meglio, si adegui alla natura) – viene inteso, come già in Aristotele, soltanto nel senso d’un parallelismo, non già d’un rapporto: l’arte (…) non imita ciò che la natura crea, ma opera al modo stesso in cui la natura crea, procedendo con determinati mezzi verso scopi determinati e realizzando determinate forme in determinate materie».13

Si tratta di assecondare in un certo qual modo, non del tutto descrivibile, la natura stessa.

Se l’artista imitasse la natura, ciò equivarrebbe a produrre una copia imperfetta di un ente già di per sé perfetto nella propria oggettività estranea a chi la percepisce.

Il vero artista invece deve, poiché può, cogliere quell’in più della cosa adeguandosi aristotelicamente allo scopo per cui è stato predisposto dalla natura, cosicché ciò che ne risulti sia un’aggiunta ontica tra gli enti fisici ed un allargamento della coscienza per sé. E ciò non è da intendersi come gesto egoistico, bensì egoico, se proprio all’ego si vuole additare qualcosa.

Se l’arte pone dapprima il suo prius nell’intuizione metafisica, cioè nell’a-luogo scevro di identità singole e di spazio-tempo, successivamente essa si mette in-atto tramite l’oggettivarsi del contenuto dell’intuizione stessa attraverso un singolo uomo; la poiesi artistica, per definizione, non potrà mai svolgersi contemporaneamente in più soggetti creanti poiché si negherebbe la singolarità e l’unicità di ogni soggetto stesso. Postulando che il “luogo” teoretico dal quale attinge l’intuizione artistica si trovi nel cosiddetto inconscio collettivo Junghiano, per dire che l’Origine è una e dunque tutti apparteniamo e intingiamo necessariamente dalla stessa, il momento di creazione artistica sarebbe comunque un susseguirsi di oggettivazioni artistiche differenti poiché attraverso la differenza dei singoli esseri umani essa passa nutrendosi di queste singolarità. Quindi, nel processo di poiesi artistica, l’intuizione si appesantisce dell’individualità del soggetto creante, ma contemporaneamente lo arricchisce poiché lo eleva adeguandolo al suo fine ultimo che è totalmente disinteressato.

Parafrasando ed allargando contestualmente una frase riguardo alla pittura di Magritte, che si trova sul retro di un catalogo di una sua mostra si può sicuramente affermare che «la particolare forma di conoscenza alla quale ci conduce –l’Arte- è autentica nella misura in cui si rivela rigorosamente inutile per risolvere i fastidiosi problemi dell’esistenza quotidiana».14

Si può dunque affermare a guisa di tutto il discorso che l’Arte può essere definita, facendo particolare attenzione al significato etimologico, come sacrificium ovvero sia un autentico farsi-Sacro. Ciò che si fa sacro è il soggetto che crea tramite l’intuizione in quel particolare hic et nunc del quale lo stesso soggetto quando non sarà più creante ne conserverà l’esperienza come accrescimento coscienziale ma il momento di creazione artistica e dunque di autentico sacrificium si esaurisce nella creazione stessa. In questo modo si può affermare che, questa volta nell’opera d’arte, anche la materia che ne contiene il significato e la forma sia oggetto di un sacrificium poiché la grezza materia si lascia donare di forma e concetto cosicché non sia più grezza ma diviene essa stessa, alla fine e come fine di un processo di sintesi, opera d’arte, quindi contenente l’Arte in sé, riflesso del principio cosmico e del suo divenire verso l’autocoscienza.




Per citare il Buonarroti:

non ha l’ottimo artista alcun concetto

c’un marmo solo in sé non circoscriva

col suo superchio, e solo a quello arriva

la man che ubbidisce all’intelletto.


Questo sonetto, come molte altre opere d’arte, si adegua perfettamente all’affermazione che lo vede come «un segnale meritevole d’attenzione per coloro che intendano esercitare la lettura cognitiva del linguaggio espressivo».15 Ed è proprio questo che si vuole intendere quando ci si trova ad essere fruitori di un’opera d’arte: per ospitare in sé il sacrificium contenuto nell’opera d’arte e completare così il processo dialettico dell’Arte e di conseguenza della Natura è necessario porsi all’ascolto attento dei segnali metasimbolici che sono le opere d’arte autentiche per poi operare un’ ermeneutica conoscitiva che, come un nuovo processo poietico conduca dall’opera d’arte al Concetto comprensibile dall’intuizione inducendo il soggetto ad uno stato di contemplazione estatica della sintesi natura-uomo-arte.

«The rest is silence» sono le ultime parole pronunciate dall’Amleto Shakespeariano, che contengono una consapevolezza implicita in tutta l’opera, del valore contingente di tutto ciò che si oppone alla finalità umana di adempiere alla propria conoscenza profonda, così come l’Ulisse della Comedia Dantesca nel ventiseiesimo canto dell’inferno pronuncia il famoso verso:


fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza.


Laddove le virtù sono simbolicamente quelle che descrisse l’Aristotele nell’Etica Nicomachea intese nell’ottica di una tensione all’Entelecheia di un ente. E l’Entelecheia dell’Uomo è proprio quella di comprender-si attraverso l’Arte nel suo cammino evolutivo portando in sé la serena consapevolezza del sacrificium dell’essere umano nell’autocoscienza.

Nell’Arte solo la forma è in minima parte vincolata al contesto, mentre l’Eidos è universale ed atemporale, e questo spiega perché alcuni concetti sostanziali ritornino sempre, seppur in forme diverse a secondo del contesto storico e sociale che comunque non nasconde, ma piuttosto veicola i concetti stessi. Nella filosofia e soprattutto in teologia, che si occupa di comprendere il principio di tutto si ammette in diverse correnti il concetto di emanazione, secondo il quale da un ente perfetto e non passibile di corruzione ne deriverebbero, appunto per emanazione, diversi altri, meno perfetti man mano che si allontanano dal loro principio. I filosofi neoplatonici sia quelli del periodo romano che quelli rinascimentali ammettono come principio l’Uno come «causa prima assoluta e incondizionata». Francesco Patrizzi ad esempio scrive nella Panarchia:«Dall’Uno si distingue e si genera l’unità e dall’unità gli altri gradi dell’essere via via meno perfetti: la sapienza, la vita, l’intelletto, l’anima, la natura, la qualità, la forma ed il corpo». Secondo Marsilio Ficino la creazione del mondo sarebbe un «processo che va dal caos alla determinazione compiuta delle idee archetipi della creazione» e questo processo è da lui chiamato amore, inteso come assenza di morte, assenza del primigenio morso mortificatore di Adamo: «dall’amore dunque la creazione è stata condotta dal caos al cosmo; e la caratteristica del cosmo come tale è la bellezza. Per via della bellezza l’amore porta la mente stessa dapprima deforme alla formazione compiuta».

E questo processo (il che è da intendersi nella sua verità, sempre al di fuori di ogni linguaggio allegorico e/o metaforico) è rispecchiato pienamente dal processo poietico dell’Arte: che cos’ha l’artista se non l’amore, inteso come legame profondo, per il proprio sentimento del caos e del cosmo? Caos, dal greco Χάος, significa “spazio illimitato” mentre cosmo, dal greco κόσμος significa “ordine”. L’Arte autentica fa proprio questo, passa dall’intuizione del caos alla comprensione del cosmo, e rende questo percorso conoscitivo visibile e contemplabile.

Proclo, (attivo nel terzo secolo a.C.) scriveva che «ogni processo si compie per via di una somiglianza delle cose che procedono con ciò da cui procedono. Un essere che ne produce un altro rimane in se stesso immutato, ma la cosa prodotta necessariamente gli somiglia. Ora, il prodotto, in quanto ha qualche cosa d’identico al producente, resta in esso, in quanto ha qualche cosa di diverso procede da esso. (…) Ora ogni essere che procede per sua natura da una cosa ritorna verso di essa. Vi ritorna in quanto non può fare a meno di aspirare alla propria causa che è per esso il bene; ed ogni essere desidera il bene». Proclo, in questo modo non è né il prima né l’ultimo a mostrare questa «dialettica del rapporto tra la causa e la cosa prodotta per la quale esse nello stesso tempo si connettono, si separano e si ricongiungono in un processo circolare nel quale il principio e la fine coincidono».

Questo è il processo dell’Arte.

Un altro filosofo, rappresentante delle sètte gnostiche tra il 100 e il 200 a.C., Valentino scrive di un «essere intemporale ed incorporeo, ingenerato e incorruttibile che essi chiamavano (…) Eone (…) perfetto» dal quale, essendo composto da un’opposizione (Abisso e Silenzio) derivano per emanazione altri eoni meno perfetti sempre formati da coppie: Mente e Verità, Ragione e Vita, Uomo e Comunità (intesa come comunità spirituale). «L’insieme di queste otto determinazioni divine (ogdoade) è il regno della perfetta vita divina o Pleroma. Ora l’ultimo Eone, la Sapienza, volle scoprire il primo, l’Abisso e cercò di risalire verso le regioni superiori del Pleroma. Ma esso non fu da tanto e in questo inutile sforzo dette origine al mondo, che perciò presenta i caratteri di uno sforzo mal riuscito e gli errori ed il pianto che lo sforzo mal riuscito produce».

La bellezza poetica di questa allegoria valentiniana è già di per sé opera d’Arte, poiché egli ha intuito al di fuori di ogni forma allegorica l’essenza dell’Essere, e l’ha trasposta tramite il linguaggio in un insieme organico di simboli che letti con il giusto interesse lasciano intendere la verità oltre il simbolo stesso generando un senso di bellezza in chi legge. Valentino così, involontariamente descrive anche il processo dell’Arte e contemporaneamente crea Arte. E questo vale per tutti quelli che si esprimono attraverso la significazione simbolica, intendendo rivelare il principio, la sostanza e l’essenza delle cose.

Riguardo al processo dialettico insito nell’universo e rispecchiantesi nell’Arte, i teologi Origene e Gregorio di Nissa nella cultura dei loro tempi parlano di Apocatastasi: il primo la definisce come un ciclo di ritorno a Dio del mondo e il secondo come termine di un processo universale che culmina «per inevitabile necessità» con la ricostruzione della condizione originaria.

In molti dunque aveva già compreso, o per lo meno intuito e quindi ipotizzato questa struttura dialettico/concentrica della Natura come forza generatrice ma nell’antichità il concetto di Arte era molto diverso da quello che è adesso e quindi questi discorsi non vi si potevano rivolgere esplicitamente. Nel campo del termine ars, derivato dal concetto greco di Tekné, rientrava tutta la produzione dell’artigianato e delle azioni pratiche e sottoposte a regole; fare la guerra era un’ars, così come la creazione di sedie o tavoli o vasellame. Pittura o scultura erano anch’esse ars ma minori poiché meno utili. Musica e poesia invece conservavano un ruolo di rilievo poiché erano considerate frutto di una mediazione tra l’uomo e il mondo divino. Nella considerazione che gli antichi avevano per esse dunque, dovremmo ricercare l’origine del significato col quale si considera qui l’Arte. Più avanti, nel medioevo la pittura e la scultura verranno considerate un indispensabile mezzo per la diffusione dei messaggi sacri e solo con l’ondata di laicismo che cominciò a diffondersi presso gli artisti nel rinascimento le singole arti cominceranno a guadagnarsi una propria autonomia anche dalla religione. Ma la tensione di ogni vero artista verso la ricerca profonda del reale piuttosto che della realtà sarà sempre presente e rintracciabile nelle opere d’arte degne di tale appellativo. L’artista è un singolo individuo collegato intellettualmente con il Tutto più di altri, che sia per motivi contestuali o per una predisposizione “genetica” il punto è che ogni individuo in quanto appartenente alla specie umana, porta in sé la possibilità di vivere da “artista” proprio perché è la specie umana ad essere la risultante dell’evoluzione atta ad accogliere questa capacità che, distanziandosi dalla concezione conosciuta massimamente, definisco psichedelica riferendomi alla radice etimologica del termine, che composto dai termini greci ψυχή e δῆλος sta a significare un “allargamento della coscienza”.

E proprio questa è la direzione con la quale si spinge tramite l’evoluzione la Natura nella sua tensione all’autocoscienza dove anziché di Natura diviene giusto parlare di Essere assoluto.

Aldous Huxley nel suo testo che raccoglie le esperienze vissute in seguito all’assunzione di mescalina racconta di una lunga riflessione sull’Arte dove conferma lo stato, da un certo punto di vista, privilegiato dell’artista rispetto alle altre persone: «Ciò che noi altri vediamo solo sotto l’influenza della mescalina, l’artista è congenitamente attrezzato a vedere sempre».16

Huxley inoltre con le sue riflessioni evidenzia la vera natura dell’Arte, al di là delle singole percezioni: «sensazioni, sentimenti, intuiti, fantasie, tutte queste cose sono personali e, se non per simboli e di seconda mano, incomunicabili. Possiamo scambiarci informazioni circa le esperienze, mai però le esperienze stesse».17 L’Arte quindi, va ben oltre tutto ciò, tende per necessità ad astrarre la mente del singolo ad una unità.

Tale discorso, che definisce l’Arte, come stato interiore in cui vive l’artista nel momento in cui crea e dunque agisce, producendo oltre che un’entità che si inscrive nello spazio-tempo un’astrazione del soggetto stesso che crea dalla sua individualità corporea ad una unità attiva, si collega con il pensiero di H. Bergson che si ricollega a sua volta all’evoluzionismo.

Egli sostiene infatti l’esistenza dell’individualità, che in quanto tale non può che appartenere, pur nella chiusura caratterizzante l’individualità, ad una molteplicità, ovvero sia, l’individuo è tale poiché è rinchiuso in limiti spazio-temporali. Bergson scrive però che «l’individualità trova dunque il proprio nemico in se stessa. Il bisogno di perpetuarsi nel tempo la condanna a non essere mai completa nello spazio».18 Egli descrive poi la vita, non senza una nota interrogativa, come invenzione la quale è simile per questo attributo all’attività cosciente che è un attributo della vita, ed entrambe, vita e attività cosciente come creazione incessante.19

Ma quando Bergson afferma che «la vita appare come una corrente che va da un germe all’altro attraverso la mediazione di un organismo sviluppato»20 egli conferma implicitamente l’assoggettamento dell’essere vivente, ed in questo caso dell’essere umano, alla vita come slancio che sì passa internamente all’uomo, ma, per usare la metafora Bergsoniana, come in una collana il filo passa attraverso le perle.21

Ora, l’evoluzione è innegabilmente un fenomeno che soggetta ed è a sua volta assoggettata a quella che appunto Bergson chiamava durata. Poiché parlare di tempo significa implicare una molteplicità sterminata di teorie e visioni scientifico-filosofiche che complicherebbero ancor di più il discorso, è più idoneo parlare appunto di durata e di ritmo. Con queste due parole rientriamo nel campo dell’Arte e particolarmente nel campo della musica. L’etimologia greca della parola musica ossia μουσικός (mousikos), stava ad indicare l’attività delle Muse che appunto erano la prima e l’unica fonte di ispirazione per i poeti. In questo l’Arte assomiglia alla vita come descritta da Bergson, poiché anch’essa da una fonte esterna passa attraverso l’uomo per oggettivarsi in svariate forme sempre diverse ed irripetibili l’una dall’altra pur nella condivisione di alcune caratteristiche che ne permettano una definizione. La vita crea in primis la materia organica che accomuna tutti gli esseri viventi che a loro volta lungo il corso dell’evoluzione si distingueranno in molteplici specie pur avendo in comune la stessa materia organica; e così ogni essere vivente, ma prima ancora ogni essere esistente, sarà identico solo a se stesso e costituirà un unicum incontrovertibile pur nell’appartenenza al suo gruppo: una pietra sarà sempre diversa da ogni altra pietra poiché è una pietra, pur appartenendo al gruppo delle pietre e condividendone quindi la costituzione molecolare e minerale e così via per le piante, per gli anfibi, per i rettili, per i cetacei e per i mammiferi.

Allo stesso modo sembra sia stata predisposta l’Arte: essa agisce come una forza che passando attraverso l’uomo dà forma ad entità che chiamiamo opere d’arte, ognuna diversa ed irripetibile tra loro di cui l’uomo è Artefice. L’uomo non è il fautore dell’Arte bensì dell’opera d’arte, poiché l’Arte è l’unità tra, il principio esterno all’uomo che inficia l’uomo stesso della capacità di agire sulla materia tramite l’intuizione che non è poi nient’altro che un’apprensione immediata della forza stessa che passa tramite tutte le forme viventi, e l’azione dell’uomo che crea senza interesse di utilità mondana l’opera d’arte. Non a caso si dice opera d’arte e non opera d’uomo.

Inoltre, Pareyson descrive l’opera d’arte come risultante di un’azione del creare che determina le regole dell’agire stesso dell’artista. È quindi in un momento senza una durata predefinita che l’Arte si svolge. Quante volte si è sentito dire dall’artista stesso che mentre crea non è più cosciente del tempo? Egli intende dire che non pensa al tempo cronologico dettato dalla convenzione stessa del tempo che la società ha inventato per scandire i momenti del vivere quotidiano, che è poi basata sulla scansione naturale delle giornate data dal sorgere e dal tramontare del sole, dal susseguirsi delle stagioni e così via; ma egli pensa, se così si può dire, soltanto al suo creare. Spesso gli artisti stessi riguardo al loro operare parlano di rapimento estatico, che produce poi, in chi contempla il lavoro una rapimento estetico. Ma prima che sensoriale il lavoro dell’artista è appunto estetico. Egli trascende, nel suo agire, la materia, infatti non a caso la modifica completamente, ne elimina gli attributi che più la palesano in quanto tale riducendola a mero supporto simbolico/concettuale.

Per di più così come la vita evolve verso la complessità dell’intelligenza astratta (il pensiero astratto appare solo, anche localizzato a livello neurologico nell’encefalo nell’homo sapiens sapiens), l’Arte evolve verso una forma sempre più difficile di comprensione, in realtà entrambe, la vita e l’Arte si muovono verso la semplificazione poiché mirano entrambe alla comprensione che è poi finalizzata all’unità che risiede nella coscienza assoluta alla quale mira la vita attraverso l’Arte. Le forma e le modalità in cui l’Arte si manifesta sono strettamente legate al momento evoluzionistico in cui si trova il dispiegamento della vita, ma in virtù di questo dispiegamento vitalistico che si dirama in una durata che scandisce una ritmicità del divenire l’Arte è l’unica attività vitale ad avere la capacità di intuire lo stato di assenza di durata poiché in realtà la durata è tale solo quando è inscritta in un limite temporale, ma quando essa è eterna non è più durata ma eternità stessa.

Così l’Arte è eternità, in quanto comprensione del movimento universale verso se stesso, cioè autocoscienza; e durata in quanto inserimento di questa comprensione nel contesto evolutivo che l’intelligenza matematica dell’uomo ha definito spazio-tempo.

Se è vero che «il nostro intelletto, sottoponendosi a una certa disciplina, potrebbe preparare una filosofia che lo superi»22 di certo questa disciplina è il creare artistico e questa filosofia sarà l’Arte nel suo livello apicale ancora da raggiungersi. Di certo l’evoluzione avrà raggiunto il suo scopo quando l’Arte non avrà più bisogno di definirsi tale e tutti saranno consapevoli di essere un tutt’uno, cosa già di per sé evidente quando la scienza ritrova l’origine unitaria a livello chimico, biologico etc. Per ora l’attenzione è spostata sull’unità numerica e non sull’Unità insiemistica ma anche questa è una fase dell’evoluzione. Le fasi della storia dell’essere umano hanno sempre visto un alternarsi di epoche in cui prevaleva una delle due visioni che semplificando con brutalità definiremmo materialismo e spiritualismo. E ciò rispecchia la duplice costituzione della vita, da un lato «slancio vitale» unitario ed indivisibile e dall’altro molteplicità di entità soggette a quella che la scienza definisce entropia, col relativo ritorno alla dimensione di slancio vitale originario.

L’Arte invece ha sempre mantenuto una continuità evoluzionistica verso la concettualità proprio perché specchio dello slancio vitale verso l’autocoscienza che può essere descritto come un movimento costante verso l’interno, immaginabile metaforicamente tramite una spirale il cui movimento è sempre concentrico. Se si ingrandisce tale spirale si noterà che la linea che la disegna è in realtà composta da altrettante tante spirali quanta è la lunghezza della prima. Ora la grandezza delle seconde è relativa poiché tutte insieme ne formano una. E così via ognuna di queste spirali che ne compongono un’altra sarà formata a sua volta da altrettante, così via all’infinito. Di questa spirale non esiste un punto iniziale mentre esiste un punto finale, che è quello che il già citato Teilhard De Chardin definisce «Punto Omega».

Valerio Scarselli nel suo saggio Indagine molecolare sul bello riporta alcuni sprazzi del pensiero di De Chardin «secondo cui il cosmo inorganico susseguito alla Creazione avrebbe con l’evoluzione portato a compimento il suo anelito a vitalizzarsi come Materia Vivente, la Materia Vivente a umanizzarsi, e l’Uomo ad ultra umanizzarsi liberandosi come Spirito oltre le proprie strutture materiali, oltre la propria matrice».23

Ma poi relativamente a ciò Scarselli ipotizza d’accordo con alcune teorie che il tempo, diversamente da quanto postulato e creduto massimamente fin ora, sia in realtà una sovrapposizione di due direzioni, una «nel comune senso dal passato verso il futuro, l’altra nel verso opposto dal futuro verso il passato. Dalle equazioni risulta che questa seconda soluzione matematica è valida quanto la prima, ma la consuetudine e il comune buon senso hanno sempre imposto che essa venisse scartata. (…) Sia la meccanica classica che la meccanica quantistica sono basate sulla propagazione della radiazione dal passato verso il futuro, come il buon senso si aspetta; tuttavia per le leggi della termodinamica, come già si è avuto modo di dimostrare diffusamente, tale modalità porta inevitabilmente alla degenerazione entropica, alla senescenza, alla perdita di ordine e di informazione, alla morte dell’Universo». Mentre sappiamo bene da un punto di vista scientifico, che l’universo è in continua espansione ed è notevolmente confermato da tutto il sapere filosofico che è la vita in quanto slancio ontico a governare l’universo e non il contrario.

Quindi questa teorica sovrapposizione della direzione temporale depaupera il concetto di tempo della propria definizione rendendola meramente convenzionale ed ormai scientificamente settoriale e dunque sterile e conferma l’ipotesi della spirale infinita come modello universale poiché nella spirale individuata si possono individuare ingrandendola altrettante infinite spirali a comporla e rimpicciolendola si noterà che essa stessa è parte di un’altra spirale. Così come il conteggio del tempo era supposto dalla scienza classica come iniziato dal big bang e tendente verso l’entropia da un lato o l’infinità dall’altro, e quindi d’accordo con la visione tradizionale del movimento temporale dal passato verso il futuro, nell’ipotesi del tempo concentrico descritto dall’immagine della spirale si individua invece la teoria del movimento decritto da Scarselli come dal futuro verso il passato poiché la spirale non ha un inizio ma ha, più che una fine, un fine, che sarebbe in realtà un stabilità autosufficiente, un vero e proprio perfezionamento in quanto non più suscettibile di miglioramenti. Non ha quindi più senso, in quest’ottica, parlare di passato o futuro ma solo di realtà relative interne, dipendenti da una realtà assoluta.

Se dunque, come scrive Bergson «l’universo nella sua totalità è la realizzazione di un piano –e- questo piano non può essere dimostrato empiricamente»24 sua implicita dimostrazione, e cosa ben più importante, sua esplicita realizzazione è l’Arte. Del resto come spiega Bergson, questo «slancio vitale» che caratterizza l’evoluzione non è altro che «una grande corrente di coscienza che è lanciata nella materia e tende a dominarla, riuscendovi meglio in una direzione, peggio in un’altra, e progredendo soprattutto nelle due direzioni fondamentali dell’istinto degli artropodi e dell’intelligenza dell’uomo». È proprio qui, nell’incontro con l’intelligenza dell’uomo che l’Arte scaturisce divampando in tutta la sua potenza creatrice e significante. L’Arte si delinea allora come vertice del divenire evoluzionistico all’interno di uno schema finalistico in cui il fine è un livello di coscienza suprema che sovverte la tradizionale visione della teoria dell’evoluzione, poiché anziché dall’omogeneo al molteplice dopo un certo punto la materia tornerà indietro a ri-semplificarsi nell’assenza di materia ma nella presenza piena e perfetta della coscienza. Il cammino dell’Arte, infatti fino ad oggi è un progressivo incamminarsi verso l’astrazione e verso la destrutturazione della forma, per arricchirla invece di concetto.

 

 

 

1 Si ricordi a tal proposito il pensiero di Blaise Pascal: «Canna pensante. Non è nello spazio che devo cercare la mia dignità, ma nell’ordine dei miei pensieri. Non avrei alcuna superiorità possedendo terre. Nello spazio l’universo mi comprende e mi inghiotte come un punto; nel pensiero, io lo comprendo». E poi ancora: «Ciò che fa grande la grandezza umana è che si riconosce miserabile; un albero non si riconosce miserabile. Riconoscersi miserabili significa dunque essere miserabili, ma riconoscersi miserabili significa essere grandi».

Blaise Pascal, Pensieri, Garzanti, 2002, pag. 38

2 Pier Teilhard De Chardin, Il fenomeno umano, Queriniana, 2010, pag. 154-155

3 Pier Teilhard De Chardin, Il fenomeno umano, Queriniana, 2010, pag. 159-160

4 Franco Fabbro, Neuro psicologia dell’esperienza religiosa, Astrolabio, 2010, pag. 37

5 Quindi, è una nozione ormai, se non ri-conosciuta, almeno conosciuta a livello scientifico.

6 Pier Teilhard De Chardin, Il fenomeno umano, Queriniana, 2010, pag. 241-242

7 Anselmo d’Aosta, Proslogion, Bompiani, 2002, pag.

8 Hegel, Fenomenologia dello spirito, Prefazione, Bompiani, 2008, pag. 69

9 Hegel, Fenomenologia dello spirito, Prefazione, Bompiani, 2008, pag. 97, 101

10 La citazione è tratta dal film di Andrej Tarkovskij Stalker, del 1979 a sua volta tratto dal romanzo Pic nic sul ciglio della strada del 1971 dei fratelli Strugackij.

11 Tommaso dì Aquino, Summa Theologiae, I, q. v, a. 4.

12 Antonio Ferrero, Breve storia dell’Estetica, SEI, 2003, pag. 18

13 Panofsky, Idea. Contributo alla storia dell’estetica, La Nuova Italia, 1973, pag. 31

14 Magritte, il mistero della natura, a cura di C. Beltramo Ceppi Zevi e Michel Draguet, Giunti, 2008

15 Raffaele Perrotta, Ascolti e silenzi, Aracne, 2009, pag. 9

16 Aldous Huxley, Le porte della percezione, Mondadori, 2011: pag. 26

17 Ibidem: pag. 10

18 Bergson, L’evoluzione creatrice, Raffaello Cortina Editore, 2002, pag. 17

19 Ibidem: pag. 24

20 Ibidem: pag. 28

21 Ibidem: pag. 9

22 Ibidem, pag. 6

23 V. Scarselli, Indagine molecolare sul bello, Prometheus, 2011: pag. 78

24 H. Bergson, L’evoluzione creatrice, Raffaello Cortina Editore, 2002: pag. 38

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