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Per una teoria della forma *

Carlo Matti

1

 

 

Eccomi, all’inizio e alla fine della strada, nell’attimo presente, unico luogo della mia esistenza, eccomi, spalle al muro, minacciato dalla morte, costretto a percorrere una delle due strade. E’ il bivio, è bianco o nero e qui non esistono grigi o mezze misure. Devo decidere (posso davvero deciderlo?) se il mondo, il mio mondo, sia una concatenazione razionale di fatti, di cause ed effetti (per quanto incomprensibili, inconoscibili e quindi imprevedibili per il mio cervello umano) o un’accozzaglia di casi fortuiti, un garbuglio, una matassa di volti, pensieri, immagini, suoni, movimenti senza bandolo.

Qui, in questo attimo, ci sono io. Io decido della mia sorte? Oppure dovrei dire che io sono deciso, che io in questo attimo sono posto dalla natura o dagli dei o dalla cultura mia madre e nutrice?

Certo potrei ingannarmi, potrei non esser io a scegliere o a subire questa decisione, ma nessuno morirà al mio posto. In questo attimo, che è l’attimo della morte, morte certa, già scritta, la morte è mia, ed io sono solo, assolutamente solo di fronte alla natura. Nessuno mi ha insegnato a parlare in quest’attimo, qui le parole si sgretolano nel fluire imperioso e spietato del tempo, non c’è respiro per parlare e nessun orologio mi dice “questa è l’ora”.

Ed ecco il mio primo atto di fiducia, salto nel vuoto, il mio primo tentativo di parola: io. Questa parola è un’ipotesi scientifica, è un paradigma, che reggerà finché qualche dato o esperimento non lo contesterà.

Io solo di fronte alla natura senza parola, disorientato, accendo il primo lume (che sarà anche l’ultimo), la prima stella polare, traccio il primo segno della mia mappa del mondo, scelgo il nord, e il mio nord si chiama io, misura di tutte le cose, unica misura – per me – di tutte le cose.

Il mio sguardo non abbraccia la natura che è immersa nell’ombra, non ho braccia e mani tanto grandi da poter percorrere in questo attimo (l’unico concessomi) tutta la realtà, non ci sono suoni che mi facciano da guida nella realtà come fossi un pipistrello con il suo sonar, ma io devo orientarmi, perché voglio camminare, parlare e vedere. Ho bisogno di una mappa che mi permetta di definire una vita in quest’attimo, che trasformi il mio corpo e il mio cervello e mente in vita, che mi liberi dal silenzio e dalla cecità immobile del sasso. Io voglio vita, io desidero la vita.

Questo è il vero presupposto di ogni parola, anche di quelle ingannatrici o menzognere: io voglio vita.

Potrei non volerla? Potrei desiderare la morte? I miei nemici, i nemici della mia vita, i predicatori della modestia, del limite, della pazienza e della rassegnazione obbediente mi dicono che io è una parola bollente, che scotta le labbra umane, e mi vogliono vendere – abili mercanti! – la comodità del passato, dell’attimo non più attimo, dell’attimo scritto, passato o atteso ed eternamente rimandato, sempre assente, congelato e immobile.

Ma voglio smascherarli, voglio mostrare i loro trucchi di prestigiatore, voglio ripercorrere le loro contraddizioni. Loro, i predicatori dell’irrazionale, sentiranno il peso della morte, verranno uccisi dai loro stessi pensieri.

Ora, con un virtuosismo del linguaggio, mostrerò come i loro castelli dorati siano soltanto le dimore di grassi becchini e vampiri.

 

 

2

 

“Tutto è irrazionale!”, così gridate con furore o sommessamente bisbigliate voi nemici della mia vita!

Voglio seguire il vostro sentiero, seguire la strada dell’irrazionalità, e fingere di credere che il mio corpo sia frutto di un caso senza necessità, fingere di essere un groviglio di emozioni senza bandolo. Così piango sulla mia sorte un lamento funebre: “ah, me tapino, condannato ad una morte certa – chissà quando, chissà dove, ma sicuramente – condannato a vivere qui senza patria, senza parola! Ah, me tapino! C’è forse qualcosa che merita d’esser vissuto? No! Tutto finisce nella morte, e la morte tutto ingoia, tutto oscura e cancella! Ah, me tapino!”

Così voi piangete, nel fondo del vostro cuore, e per non sentire le vostre lacrime cercate distrazioni e divertimenti. Ascoltate buona musica, ben suonata, senza dissonanze (quelle fanno male alla salute), guardate fiori colorati dipinti su tele che adornano i vostri salotti – che bei colori! – cercate l’emozione, il cioccolatino, la carezza che si dà ai bambini per consolarli di una caduta e del piccolo dolore che la segue. Volete una legge dura, che vi faccia dormire sonni tranquilli su un morbido cuscino, con la coscienza intorpidita – pur di non sentire il vostro pianto! – e vi indignate contro chi infrange le vostre sacre consuetudini, il vostro elemosinare, il vostro essere generosi. Vi vergognate della vostra voluttà, perché è troppo desiderabile, troppo piacevole! Pensate che gli dei siano gelosi dei vostri piaceri e dite “che il ciel non sappia! Altrimenti farà cadere su di noi fulmini e saette!”. Voi, miei nemici, desiderate ogni piacere (e questo ci accomuna) ma vi vergognate dei vostri desideri, del vostro amore per la vita.

Sì, vi ho smascherato, voi amate la vita! Voi che in ogni batter di ciglio volete vedere un moto irrazionale dell’anima, voi che pensate esser tutto frutto di un caso senza necessità, voi che dovreste desiderare la morte che tutto inghiotte e divora – a che serve vivere? Perché sopportare l’inutile scorrere del tempo se tutto è vanità? – voi desiderate la vita, e non la abbandonate.

Almeno foste tanto coraggiosi da abbandonare la vita! Almeno non dovrei più sentire le vostre lamentele!

Voi credete fermamente che tutto sia irrazionale, che il senso delle cose sia ingoiato dalla morte, e invece di rinunciare alla vita vi aggrappate ad essa con ogni mezzo.

C’è una grande viltà nel vostro amore per la vita. Dite “poveri noi!” nella speranza che qualche dio materno corra a consolarvi, e a vicenda vi consolate con vili carezze! Cullati come i bambini, voi non conoscete la tenerezza degli adulti, non conoscete l’amore dei folli!

Pur di non lasciare la vita avete inventato un dio irrazionale, che dia senso al vostro mondo con leggi irrazionali. Dio è la tutela della vostra paura. Voi amate la paura, perché finché c’è quella, allora ci siete anche voi.

Voi professate la vita eterna, annebbiate i vostri sensi con l’incenso, e l’oro e i profumi più dolci, e con il vino o con l’oppio, solo perché avete paura delle vostre lacrime, della vostra voce che piange. Avete il terrore di sentire la vostra voce che dice: io. Preferite il coro di velluto che canta all’unisono: noi.

Siete bambini, fragili cuccioli, che temono di essere abbandonati dalla propria madre. Vi è stato detto “siate buoni e aiutatevi gli uni gli altri altrimenti…” Altrimenti? Altrimenti la mamma vi sculaccia!

Oggi voi adorate le vostre tante madri nelle voci dei vicini, dei coinquilini, dei professori, avete un pantheon di mediocri che grida nelle vostre orecchie! Voi non ascoltate dio – che non parla, non si vede, non si mostra neppure per sbaglio…che sia una vostra invenzione? – ma ascoltate le voci delle vostre madri e padri. L’incesto è la vostra voluttà! Voi siete uno! Ecco l’inganno dell’utopia dell’uno! Tutti in un sol corpo, una sola anima, a gloria delle madri e dei padri sepolti sotto terra!

Non avete la forza di dire io, ma solo la viltà per dire noi.

Il vostro noi fonda la società, la grande madre che vi garantisce il benessere. C’è una primitiva intelligenza nel vostro noi, c’è l’utile difesa dell’uomo preistorico contro le fiere e le intemperie, c’è l’utile benessere della sanità pubblica, dei netturbini, dei panettieri e del baratto. Ma il vostro noi non mi fa respirare, cela come un velo le vostre contraddizioni, un velo di parole e trucchi, che chiamano “devozione” e “rassegnazione” la vostra sete di sangue.

Assetati di sangue! Il sacrificio umano è ciò che tiene unita la vostra società. Gli antichi popoli che sacrificavano uomini agli dei, sacrificavano uomini a sé stessi.

Sulla morte si regge la vostra società – il vostro mondo – e vostra madre, colei che vi dà vita, è la morte, ed anche le vostre lingue sono lingue di morte. Ma delle vostre lingue dirò più avanti.

Ora voglio mostrare e dire perché io preferisco credere che il mondo sia razionale. L’aver smascherato la vostra viltà e le vostre contraddizioni non è sufficiente a dimostrare che siete menzogneri e ciechi. Ora devo mostrare perché la contraddizione sia da rifuggire.

 


3

 

Il mondo non sono io. Il mondo è fuori di me.

Più d’un antico filosofo potrebbe contestarmi su questo punto, ma ad ogni sua obiezione io posso opporre il mio amore per la vita, e la lingua arguta dell’antico filosofo non potrà che tacere di fronte alla mia forza: se io fossi il mondo, se il mondo fosse creato da me, lo avrei senza dubbio fatto meglio!

La mia sorte fortunata ha voluto che io nascessi in Europa, e ha voluto anche che io vivessi in un ambiente caldo d’inverno e fresco d’estate, con tutto il conforto dell’acqua corrente, di dolci cibi e di medici pronti a curare ogni mio malanno. Ma se io avessi creato il mondo, se tutto il mondo fosse una mia illusione, ah! l’avrei fatto senza inverni, o almeno mi sarei fatto senza piedi d’inverno, o con piedi retrattili! Come mi tormentano i geloni d’inverno! Certamente se io avessi fatto il mondo, l’avrei fatto senza geloni! E l’avrei fatto anche senza estati! Come mi tormenta il caldo d’estate! L’avrei fatto senza fame, e senza deserti, senza belve, l’avrei fatto forse senza nessun altro che me stesso! Me stesso con mille divertimenti leciti e illeciti – non avrei neppure fatto l’illecito e il lecito – e mille lascivie, dolci e nessuna malattia e certo non la morte.

La morte, quest’attimo, in cui io sono ancora sospeso mi inchioda ad un mondo che non sono io!

Solo un folle avrebbe fatto il mondo com’è! Un dio buono, che ama gli uomini lo avrebbe fatto molto diverso! Dal punto di vista degli uomini, o almeno dal mio punto di vista, il mondo è ben lontano dall’essere il migliore di quelli possibili. Forse però è l’unico mondo possibile. Ma di questo dirò più avanti.

Quel che è certo a questo punto è che il mondo non sono io. Il mondo è fuori di me. Ora posso affermarlo senza timore: siamo in due, io e il mondo.

È il mio desiderio di vita che mi fa gridare io, ed io mi trovo in quest’attimo nudo e primitivo, come Adamo – colui che viene dalla terra – a dover da subito lottare per vivere. Io e il mondo non siamo amici, il mondo che mi ha generato non è una madre amorosa e paziente ma un torturatore che mi perseguita, un accanito vulcano e possente terremoto e non una culla di delizie.

I miei antenati sono stati costretti ad inventare mille trucchi per sopravvivere, e sono riusciti a rubare alla natura il loro nutrimento. Per questo trovo vili e stupidi i vegetariani: perché come struzzi nascondono a sé stessi la loro natura di guerrieri e predatori, perché non sopportano la loro voce che piange fame e sete. Il vegetariano crede d’esser migliore della vacca o del maiale a cui risparmia la vita, e crede che la vacca e il maiale siano meglio dell’insalata e dei legumi. Il vegetariano decide le gerarchie del mondo, tutto ordina attorno a se, è l’uomo al centro, è il religioso adoratore della saggia divinità che tanto saggiamente ha creato il mondo!

Il vegetariano certamente obbietterà che lui risparmia la vita alla vacca e al maiale perché crede che essi abbiano una coscienza ed una memoria che manca alla lattuga o alle carote. Ma perché mai la coscienza e la memoria andrebbero risparmiate e protette?

Il vegetariano risponde: perché anche l’uomo ha coscienza e memoria.

Ed eccolo smascherato! Ecco la contraddizione! Il vegetariano protegge sé stesso, protegge l’uomo! Non ha alcun rispetto per la vacca ed il maiale o per il cane se non per quanto vi è in essi d’umano! Il vegetariano si è deciso al centro del mondo, ha deciso di essere la grande madre del mondo, la grande divinità. Solo la vanità muove il vegetariano, e nel risparmiare la vita all’agnello egli offre un sacrificio a sé stesso. Lo vedo, il vegetariano! Ancora poco tempo e innervosito dal lungo digiuno passerà dal sacrificio incruento di una vita risparmiata all’essere il grande officiatore, sacerdote e boia del sacrificio umano! Già ora risparmia l’agnello e trafigge l’uomo e ne brucia la carne, e il fumo del fuoco sale come incenso ad onorare la società grande madre, che protegge e difende la coscienza e la memoria. Ma della coscienza e della memoria dirò più avanti.

Lasciamo il vegetariano ai suoi tormenti e torniamo all’attimo. Eccomi di nuovo nell’attimo della lotta, costretto spalle al muro a lottare per vivere, costretto ad essere guerriero. Un’arma mi serve per lottare, mi serve una mappa per orientarmi nel mondo inconoscibile.

 

 

4

 

 

Sì, ho detto che il mondo è inconoscibile.

Posso io forse vedere con gli occhi ogni parte dell’universo? Posso assistere stupefatto alla grande esplosione di ogni supernova o alla nascita di ogni galassia? Posso io sentire con le mie orecchie lo scrosciare di ogni cascata, il gorgoglio di ogni ruscello, il sibilo dei forti venti e delle tempeste di sabbia su Marte?

Alzo gli occhi al cielo e guardo la luna. La poesia e i simboli in questo momento non mi interessano, la guardo semplicemente pensando che quello è un luogo, fisico, realmente esistente, in cui forse un giorno io potrò camminare, in cui alcuni uomini hanno già camminato.

Alzo gli occhi al cielo, o piuttosto ne chiudo uno e con l’altro, il volto contratto, faccio penetrare la mia curiosità nell’oculare di un telescopio puntato su Giove. Eccolo il grande pianeta, con i suoi caratteristici colori, le striature e le macchie colorate, così nitidamente visibile in questa notte di fine estate: anche quello è un luogo. Certo con ogni probabilità là nessun Michelangelo ha mai dipinto il Giudizio Universale, e nessun Beethoven ha mai scritto la Nona Sinfonia, ma quello è un luogo, e vedo già il futuro in cui la mia specie – o un’altra più abile e capace –colonizzerà anche altri pianeti, e là produrrà arte, lingue e cultura.

Alzo gli occhi al cielo e non riesco a contare le stelle, non posso neppure tentare di intravedere le regioni più distanti dell’universo, neppure con il grande telescopio Hubble, perché le stelle della mia galassia (quella in cui vivo – in cui mi hanno detto che vivo), con la loro luce, me lo impediscono.

Se anche resto aggrappato al mio sole, alla stella che mi dà vita, e al mio pianeta e alla sua aria che respiro, sono innumerabili gli insetti, le foglie degli alberi e i volti degli individui della mia specie che popolano il pianeta con me, e innumerabili sono i neuroni dei loro cervelli e del mio, e le connessioni tra neurone e neurone.

Il mondo è inconoscibile con l’unico tipo di conoscenza che mi è data, cioè quella degli occhi, delle orecchie, delle mani e del corpo.

Qualche bizzarro inventore di favole e consolatore dei miei nemici (forse un vegetariano) potrebbe avvicinarmi o suonare il campanello di casa mia la domenica mattina quando ancora dormo per tentare di convincermi che “nella mia mente”, “nel mio cuore” o “dentro di me” – quanto è irritante l’imprecisione del linguaggio di questo avventore! – in qualche angolo sta nascosta una conoscenza ben diversa da quella del corpo, e ben più affidabile e alta. Io preferisco ignorare le parole di questo fastidioso e noioso inventore di favole, e lasciarlo a cercare “dentro di me” e “dentro di sé”, “nel suo cuore”, “nella sua mente” qualche luogo nascosto e qualche affidabilissima conoscenza…mentre lui cerca io avrò già finito il mio discorso, e certamente questo attimo di morte sarà trascorso.

Io non posso, con il mio corpo, che mi è dato senza chiedermi nessun parere al riguardo, conoscere tutto l’universo. Non ho abbastanza occhi, mani, orecchie e gambe per conoscere tutto. Nondimeno voglio vivere, io voglio la vita, anche se questo mondo sconosciuto mi assale e tenta di uccidermi. Devo difendermi, devo scoprire e ricordare dove sono le caverne in cui mi posso difendere dagli attacchi del vento e dalle fiere, devo ricordare dov’è il fiume per bere e devo imparare ad accendere il fuoco, devo inventare un modo per accenderlo per alleviare il fastidio dei geloni d’inverno! Mi serve una mappa di questo mondo! E così lo esploro annotando con un linguaggio dove si trovano fiumi, valli e monti e fiere.

Così nasce il mio linguaggio, il mio parlare. Per difendermi dal mondo, per disegnare e raccontare una mappa del mondo.

Ed eccomi ora pronto, con la mia mappa tra le mani, negli occhi e sulle labbra, pronto ad avventurarmi nel mondo ostile, pronto a verificare la congruenza tra la mappa e il mondo.

 


 

5

 

Tento. Solo così saprò se il passo è più lungo della gamba. Il tentativo, l’esperienza sensibile è l’unico modo per verificare quanto la mia mappa sia ben disegnata.

Ovviamente io non sono l’unico autore della mia mappa. La cultura mia madre e nutrice, mio sostegno e mio confine (per quanto superabile) mi ha insegnato una lingua, mi ha insegnato a parlare. Il mio linguaggio non è mio, la mia cultura non è mia, la mia mappa non è stata disegnata da me in ogni sua parte, ma è mia nell’attimo del morituri te salutant, nell’attimo della grande lotta sanguinosa con il mondo. Io tento l’azzardo, io scommetto sulla mappa, io solo, e non la cultura, da cui sono usato e mosso come una pedina e che da me è utilizzata come un’arma da caccia, come una zappa per coltivare la terra o come un sestante che orienti la mia navigazione.

La mia mappa del mondo è fatta con un linguaggio, e scritta in una cultura, è fatta di oggetti, di nomi, di libri scolastici e dipinti, è nella sedia e nella ruota, nel coltello e nella tazzina di caffè, nelle lasagne e nei riti religiosi e funebri, nelle filastrocche e nelle poesie degli antichi europei, nella tragedia greca, è scolpita nelle colonne delle antiche città, ed è disegnata con le mie convinzioni sul mondo, sulle motivazioni che mi spingono, è disegnata con le mie emozioni e pensieri, con le mie conoscenze ed abitudini.

Ad ogni passo mi segue la mia mappa, ad ogni passo è messa alla prova.

La mia mappa ha, come ogni mappa, zone meglio definite e particolareggiate e zone più oscure. Per accorgersene basta confrontare quella parte di mondo che nella mia mappa si chiama “piccioni” con la parte di mondo che si chiama “uomini”.

La parte chiamata “piccioni” è abbastanza uniforme e grigia, poco definita, i piccioni sono tutti uguali, non li distinguo l’uno dall’altro se non sommariamente, e mi è comodo ed utile pensare che il piccione di piazza Duomo a Milano sia lo stesso o molto simile a quello di piazza san Marco a Venezia. Un piccione è un piccione, e non mi interessa battezzare e dare nomi ai piccioni. Diversamente accade in quella regione della mappa che io chiamo “uomini”. In questa regione è essenziale dare un nome diverso ad ognuno, distinguere ogni volto dall’altro, e non mi è affatto utile pensare che il gestore del bar dove prendo il caffè quasi quotidianamente sia identico a quello del bar di Genova che frequento raramente. Io ho disegnato in modo più o meno preciso la mia mappa a seconda delle regioni del mondo perché mi è utile così. La mia mappa, in ogni sua parte, anche nelle regioni più impervie dei sistemi matematici, della cultura musicale o delle mie (scarse) conoscenze riguardo l’elettromagnetismo, è disegnata per servire alla mia utilità. Non mi è in alcun modo utile battezzare i piccioni, ma distinguere mia moglie dalla cassiera del cinema che frequento spesso è fondamentale! Fondamentale per la mia vita, per il mio desiderio di vita.

Ancor più fondamentale è distinguere un cibo commestibile e sano da uno avariato, ed è utile perfino distinguere un dipinto di Matisse da uno di Raffaello.

La mia avventura nel mondo, la mia caccia, la mia ricerca di cibo e nutrimento mette alla prova la mia mappa. La mappa è ben disegnata se mi consente di orientarmi senza perdermi, è ben fatta se è congruente con il mondo.

Solo tentando l’azzardo, solo scommettendo, solo alzandomi dalla mia sedia e avventurandomi nel mondo, negli impegni quotidiani, nelle relazioni posso verificare la congruenza tra la mappa e il mondo.

La mappa è valida finché qualche dato sensibile non la contraddice.

Se io pensassi ad esempio che tutte le donne bionde sono sessualmente disponibili a mio piacimento, mi accorgerei molto presto – grazie all’esperienza sensibile – che devo ridefinire le mie convinzioni al riguardo e ridisegnare la regione “donne bionde” della mia mappa. Allo stesso modo se io pensassi che “è sempre utile dire la verità”, potrei facilmente accorgermi che invece per allontanare il seccatore che suona alla mia porta per vendermi un aspirapolvere, un’enciclopedia o qualche dottrina religiosa alla domenica mattina è più semplice e veloce inventare di avere qualche improvviso malore o un’impegno improrogabile e urgentissimo.

Una parte molto importante della mia mappa è quella che definisce cos’è bene e cos’è male.

 

 

6

 

“Bene” e “male” sono parole inventate da uomini molto forti, miei grandi feroci nemici. Sono parole menzognere, sono un tentativo di conquista e di bracconaggio.

I miei più grandi nemici, anch’essi uomini, uomini molto intelligenti, che sapevano ben valutare e parlare, videro con chiarezza ciò che era loro utile. E dissero: “chiamiamo bene ciò che ci è utile, e male ciò che ci è inutile, così che anche tutti gli altri uomini agiscano per il nostro utile”. Gli uomini meno intelligenti e meno abili nel valutare e nel parlare cedettero a quei grandi nemici, e inserirono nelle loro mappe del mondo una regione chiamata “bene” ed una chiamata “male”.

Quei terribili nemici, grazie a questo stratagemma, erano riusciti ad inserire nelle mappe di altri uomini – come un cavallo di Troia – il loro utile, erano riusciti a far agire altri uomini secondo la loro mappa. Avevano diffuso la loro mappa come se fosse l’unica possibile, l’unica vera.

Per fare questa abile operazione intellettuale avevano usato tutte le loro armi e tutta la loro violenza e forza. La maggior parte degli uomini credeva alla loro cultura menzognera, al loro linguaggio menzognero perché essi erano i detentori del potere, della conoscenza del ciclo delle stagioni e della luna, perché essi sapevano quando era il momento per seminare e per raccogliere l’uva, perché essi avevano il potere di far morire di fame altri uomini e il potere di ucciderli, il potere di sacrificarli sull’altare della società.

Il potere dei sacerdoti degli antichi popoli di imporre il proprio volere – cioè il proprio utile – derivava dalla loro conoscenza. La conoscenza (che è sempre conoscenza sensibile, attraverso i sensi) è ciò che permette di elaborare una mappa del mondo efficace e affidabile, cioè una mappa forte, capace di imporsi grazie alla sua utilità. Le conoscenze astronomiche che i sacerdoti-astronomi custodivano, con le quali potevano guidare la vita della comunità primitiva, erano effettivamente ed indubbiamente utili alla vita fisica di ogni membro della comunità, e per mezzo di quelle conoscenze la classe sacerdotale guidava le attività collettive degli antichi popoli. Ma anche i sacerdoti erano uomini – e ogni uomo vuole principalmente il proprio utile, così come io voglio il mio utile – e così mescolarono alle indicazioni sulla semina e il raccolto e sulle stagioni (conoscenze che producono un utile comune) altre indicazioni e suggerimenti che portavano ad un utile solo per la classe sacerdotale, che in questo modo si poneva come cardine della vita sociale. I sacerdoti, quegli antichi grandi nemici della mia vita, utilizzarono una conoscenza che poteva essere utile a molti uomini (e che quindi poteva senza dubbio fare parte del modello di mondo di molti) per imporre il loro modello di mondo, la loro mappa, rendendo così schiavi gli ignoranti seminatori e raccoglitori.

I sacerdoti inventarono il “bene” e il “male”, parole menzognere che nascondono l’utile di alcuni.

Il sacrificio umano è sacrificio del popolo ai sacerdoti, è sacrificio dell’ignorante al colto, è il sacrificio alla cultura e alla conoscenza. Se la conoscenza divenisse pubblica, non ci sarebbe più bisogno di sacrifici umani, di rinunce, di bene e di male. Ma dubito che gli uomini vili, che godono della comodità dell’obbedienza, potranno mai sopportare le vertigini del sapere. Le loro gambe sono deboli, senza muscoli, le loro braccia non hanno forza, e così saranno sempre sacrificati sull’altare della vita, a beneficio dei sacerdoti e della nobiltà. L’attimo mortale è già trascorso, e non c’è tempo di attendere i deboli e gli stupidi, io non ho il tempo, e così per me fallirà sempre l’utopia della società giusta, l’utopia che vuole il sacrificio incruento del corpo e del sangue del più grande. Fiducia mal riposta è quella del saggio che si mette al servizio del debole, fiducia mal riposta fu quella del rabbì di Nazareth nei suoi seguaci. Sordi erano e sordi rimasero, e non seppero far altro che seguire le orme già invecchiate del loro maestro tramutandole in rito e culto religioso.

I grandi saggi dell’umanità, i fondatori delle grandi utopie, non scrissero libri, non vollero lasciare traccia del loro linguaggio e del loro modello di mondo perché ebbero fiducia nei propri discepoli. Ed ecco che i loro discepoli non seppero neppure divenire guerrieri, non seppero dire io, ma seppero solo miagolare adoremus!

La società non è dei deboli, non sarà mai a misura dei deboli, perché i deboli muoiono, non sanno strappare alla terra il loro cibo. I deboli sono destinati ad essere concime per i campi dei forti, loro servi e asini da soma.

La conoscenza e la congruenza è la forza dei vincitori nella guerra dell’evoluzione.

 


7

 

La guerra evolutiva non viene vinta dalla forza bruta, dalla clava o dal possente morso, ma dalla conoscenza, cioè dalla congruenza tra un modello del mondo e il mondo. Ecco perché la contraddizione va rifuggita: la contraddizione tra la mia mappa e il mondo è la causa del vostro disorientamento, nemici, è la grande debolezza che vi fa perdere la guerra.

Voi vili, voi nemici della ragione, voi non tentate l’azzardo, non scommettete, non giocate, e credete che la vostra mappa sia vera, che il vostro mondo sia vero solo perché non lo provate nella lotta, non vi alzate dalle vostre poltrone, non uscite dai vostri rifugi e dalle vostre tane! Su di voi resterà come un manto eterno il mio disprezzo! Voi gettate nella fogna la vostra vita, e volete trascinarmi con voi dentro la latrina!

Voi non sopportate le mie grida di vita e vittoria perché fanno sgretolare i muri delle vostre case, perché vi lasciano nudi e indifesi, senza maschere di sicurezza e benessere! La contraddizione tra i vostri pensieri, la vostra morale, le vostre leggi, le vostre abitudini e ciò che i vostri occhi vedono (e fingono di non vedere), le vostre orecchie odono (e fingono di non udire) e le vostre mani toccano (e fingono di non sentire) è tanto stridente e luminosa che vi costringe inginocchiarvi e gridare pietà: adoremus!

Chi vede dio muore – così dicono molte antiche religioni – perché dio frantuma e distrugge le nostre mappe del mondo, il nostro linguaggio. Ma dio è la natura, è la realtà, è la vita! Quale grande viltà e debolezza c’è nell’inginocchiarsi davanti ad un dio ed abbassare gli occhi, affogando nel libro della propria cultura!

La verità – ovvero la realtà, la natura, il divenire inarrestabile e divoratore – che improvvisamente irrompe nei mie occhi e nelle mie orecchie, nella mia pelle davvero sbriciola le mura che ho innalzato a protezione del mio corpo, ma io voglio quella vita, io voglio che i miei pensieri siano la verità, siano vita! Non voglio pensieri fermi, chiari, sempre identici! Voglio sentire e morire in quest’attimo, avvelenato dalla dissonanza della contraddizione per risorgere in quest’attimo, io che sempre voglio!

Voi vili volete la vita ma con la vergogna del ladruncolo che di notte si intrufola nella casa senza difese del falegname. Io voglio con la forza spudorata del predone che assalta la fortezza del re.

Le vostre lingue sono lingue di morte, perché solo con un linguaggio di morte possono essere scritti i vostri poemi.

Ogni modello del mondo, ogni conoscenza, ogni paradigma richiede un linguaggio appropriato: non è possibile parlare delle stelle con il linguaggio delle caverne.

L’imprecisione del vostro linguaggio, la vostra miopia che confonde ogni colore ed ogni linea non sopravviveranno a quest’attimo, non sono adatte al futuro dell’evoluzione, e resteranno sepolte sotto la sabbia del tempo.

Ogni forma, ogni mondo, ha un linguaggio adeguato. Io creatore di forme, di nuove mappe, di nuovi paradigmi non posso insozzarmi le labbra con le vostre parole, con le vostre preghiere e suppliche. Le vostre forme sono primitive, sono rozze e inefficaci, e possono giusto essere utili per coltivare i campi. Le mie forme sono utili per trovare nuovi campi, nuovi pianeti e colonizzare nuove galassie! Io fuggo nella solitudine, lontano dal vostro mondo primitivo, e tutto ciò che ancora mi appesantisce, tutto ciò che mi accomuna a voi, nemici della ragione, lo perderò nel volo, e ricadrà sulla vostra testa e vi distruggerà, e cancellerà le vostre parole “ragione”, “bambino”, “libertà”. Ma di queste vostre parole dirò dopo.

Io rifiuto ogni linguaggio e forma spirituale e rifiuto ogni appello alla giustizia perché sono caleidoscopi che deformano il mondo, sono un mezzo per evitare la lotta e l’azzardo. Gli spirituali si rintanano nelle celle dei monasteri o nelle grotte del deserto, dove possono intorpidire i propri sensi, dove possono chiudere gli occhi fino a divenire ciechi, turarsi le orecchie fino a lasciarle cadere, legare le loro gambe fino a perdere la capacità di camminare, così che nessuna esperienza sensibile possa turbare la loro quiete di eremiti, e nulla possa neppure incrinare la loro convinzione di essere il centro dell’universo. Ancor più pericolosi sono i profeti della giustizia sociale, i deboli che hanno il tempo per provare compassione per i deboli – una razza di vegetariani – e che non sanno cosa sia la forza, che hanno la fiducia negli uomini, che dicono “siamo tutti uguali”, che si nutrono di tanta ingenuità e miopia da finir per essere perfino democratici. Costoro rifuggono dalla realtà e dalla lotta in modo più raffinato degli spirituali, ma sempre fuggono: se così non fosse si sarebbero già accorti da molto che non tutti gli uomini sono uguali, e sarebbero con me quieti e al contempo inquieti in quest’attimo di guerra, e non persi nelle piazze tra colori di pace.

Io rifiuto la fuga dal mondo, io rifiuto di chinare il capo per non vedere la verità, e scrivo forme in trasformazione, in continuo divenire, senza inizio e senza fine. Il mondo per il mondo, l’arte per l’arte, la Bellezza di suprema utilità, completamente inutile: un nuovo estetismo della vita.

Ma prima di fare salti nel futuro, all’inseguimento delle comete, prima di colonizzare nuovi pianeti, voglio ancora chiarire il significato che la parola “ragione” ha nel mio linguaggio, nella mia forma.

 

 

8

 

La ragione non è un procedimento matematico. Non è neppure la logica, non è un paradigma scientifico, non è il crollo del domino. La ragione è fantasia.

La ragione è la matita con cui io disegno la mia mappa, è ciò che trasforma la natura in mondo.

La ragione interconnette, mette in relazione. Non è il procedimento con cui l’equazione si risolve, ma è il modo in cui io imposto l’equazione.

La ragione è il linguaggio, le connessioni tra le parole poste dalla cultura e poste da me, è l’azzardo, il dialogo. È un processo, un evento, non un insieme di regole.

La ragione è il frutto complesso della cultura, del mio azzardo e della natura, in essa ci sono relazioni tra persone, parole, lingue, immagini, suoni e danze. La ragione è desiderio e volontà, ipotesi e azzardo. Desiderio e volontà di vita, ipotesi sul mondo e azzardo, tentativo, scommessa, rischio, lotta. La ragione è fantasia, continuo divenire.

Voi nemici della mia vita, voi predicatori dell’irrazionale, voi siete senza fantasia! Per voi tutto è eternamente immobile e fermo, tutto è eterno e monotono. Voi volete una ragione ferma e morta come voi, e ciò che non è fermo lo chiamate “irrazionale”. E allora tutto è irrazionale!

Ho già mostrato le vostre contraddizioni, cioè le menzogne del vostro mondo di menzogna e quindi posso confidare nella grande ragione che regge il mondo, e posso perfino confidare – dopo aver molto azzardato – che anche la natura sia una grande ragione.

Fino ad ora tutte le mie esperienze hanno trovato una spiegazione razionale. Indubbiamente ci possono essere esperienze la cui spiegazione secondo ragione – cioè secondo fantasia! – è più difficile, ma fino ad ora io non ho mai avuto tali esperienze, neppure banali come l’incontro di un fantasma!

Poiché fino ad ora tutto sembra essere interconnesso secondo ragione, io posso ipotizzare che tutto sia effettivamente e realmente interconnesso secondo ragione. Ovviamente credo che la ragione della natura sia ben più complessa della mia, sia formalmente, sia (e soprattutto) perché io non conosco tutta la realtà, cioè non conosco tutta la serie necessaria di cause ed effetti che fa sì che la natura esista.

La ragione della natura non è fantasiosa. La fantasia serve alla mia ragione, è la mia ragione che continuamente tenta e azzarda nuove connessioni, ma la natura è ogni connessione, è eterna relazione, interconnessione, è il risultato della fantasia, è il groviglio delle cause e degli effetti, groviglio tanto intricato e complesso da sciogliersi in un divenire inconoscibile, almeno da me. La natura non tenta, non azzarda, non gioca a dadi, ed anche quando gioca a dadi è sempre certa del risultato, è sempre sicura ed incrollabile, sempre vitale, sempre predatrice e guerriera.

Che io sia predato! Che io muoia di questa vita! Che la verità imponderabile, inconoscibile, inafferrabile, la verità muta e sonora possa dilaniare il mio corpo, che io non anneghi in nessuna viltà, che io non resti aggrappato a nessuna memoria! Ma non è ancora il momento per parlare della memoria e di sua sorella coscienza: ne dirò dopo.

La Bellezza della scienza e dell’arte (che sono la stessa cosa) è tutta nella loro razionalità, nella loro capacità poetica di inventare e tentare nuove connessioni di parole, di gesti, di linguaggio. La mia ragione scrive sé stessa per mezzo di quadri e musiche ed equazioni e piatti ben preparati!

Anche la cucina può essere arte e scienza e perfino nell’erotismo io sfodero l’arte e la scienza mie armi irrinunciabili e necessarie, che mi hanno permesso di vincere la guerra dell’evoluzione.

Ogni luogo nel mio mondo è ragione ed arte, ho trasformato il cibo in cucina e il sesso in erotismo e il corpo in simbolo, la tana in casa, e in tutto sono l’animale più astuto ed armato. Sono uguale agli animali, come loro anch’io lotto contro tutto ciò che identifico come “natura”, cioè tutto ciò che non sono io, ma io sono della specie vittoriosa, la più abile, la più saggia, io possiedo la mappa del mondo più ricca ed elaborata, più vera!

Verità è connessione, relazione e necessità.

 

 

9

 

 

La natura è l’unica natura possibile. Tutto è necessario.

Se il mondo è razionale, tutto non può che avvenire necessariamente. Ho già mostrato come la parola “ragione” se applicata al mio mondo abbia un significato, mentre applicata alla natura abbia un significato diverso. Ciò che la mia ragione cerca con l’azzardo e la fortuna, nella natura è chiaro, e corre con eterno ed incessante movimento e fluire e danzare. Se la mia ipotesi è vera – che il mondo sia razionale – e per ora sembra esserlo finché qualche contraddizione non la confuterà, allora anche la natura è razionale. Ma la natura non è la mappa del mondo, essa è il mondo. Essa non è nominabile, non è né “natura” né “mondo”, essa corre e scivola e si dimena e lotta. Essa è tempo, e non è neppure tempo, è attimo, è eterna vita.

È occupazione da narcisi chiedersi se il mondo sia il migliore di quelli possibili. Migliore per chi? Come posso affermare che altri mondi sono possibili? Simili discussioni sono degne di adoratori dei fiumi e degli astri e dei tuoni.

Ragionevolmente il mondo è l’unico possibile, la natura è l’unica possibile, io sono l’unico io possibile, io sono necessario, i miei pensieri sono necessari, i miei gesti, e chiamo “scelta” ogni mia azione di cui non conosco la causa.

“Scegliere” e “volere” sono spesso utilizzate nella mia lingua, nell’uso quotidiano, quasi come sinonimi, ma lo “scegliere” è un vuoto nella conoscenza, il “volere” è desiderio, ed ogni desiderio è desiderio di vita.

Volere libera, disse più volte Zarathustra, che così parlò saggiamente più di un secolo fa.

Più di un secolo è già trascorso da quelle parole, e ancora voi nemici della mia vita faticate a comprenderle! Io sono nato troppo presto, in un’epoca troppo primitiva per me. Sono nato in un’epoca di adoratori di ninfe e di idoli, che ieri hanno abbandonato la selce e la pietra focaia, e oggi siedono di fronte alla tastiera di un computer ma ancora adorano il sole di ghiaccio! Il vostro pollice non si può ancora opporre al palmo della mano, non potete afferrare né scrivere, ma io ho già cento braccia!

La scelta è un vuoto di conoscenza, è la menzogna del libero arbitrio. Finché ci saranno scimmie che credono nel libero arbitrio, e che spiegano – questo è la mappa: spiegazione! – il loro agire per mezzo di un concetto così impreciso, che non è nella mano né nel cervello (parte forse dal cervello un impulso elettrico che si può chiamare “libero”?), finché ci saranno scimmie che credono di illuminare i vuoti cosmici della loro conoscenza con il fiammifero della “libertà”, fino ad allora non ci sarà parola creatrice. Ma di questo dirò tra poco, alla fine del mio discorso.

La libertà non esiste, è un’invenzione delle superstizioni religiose di uomini primitivi. Ciò che muove la natura, e quindi anche me è il groviglio delle cause, il groviglio della necessità.

Come posso pensare che la natura sia stata fatta per me? Come posso pensare di essere il beniamino di mamma natura quando un microscopico virus o un enorme terremoto mi possono uccidere in un istante? No, non sono il vertice della creazione, non c’è nessuna creazione! Io sono il risultato di un caso necessario.

La necessità è la razionalità della natura, una razionalità senza obiettivi, senza fini o scopi, mossa dalla volontà di vita, la volontà di volere, di una vita che sempre si supera. Ai miei occhi che non vedono tutto la necessità della natura è caso, è inspiegabile avvenimento, epifania, follia – ecco il folle che è vicino alla verità! – e nel mio mondo è impossibile una piena razionalità. Ma se io conoscessi tutto, allora potrei prevedere ogni futuro, ogni singolo avvenimento, anche quale dentifricio sceglierò tra i cento dello scaffale del supermercato, anche quale dettaglio ricorderò di un quadro di Matisse o quando sarà l’ora della mia morte.

Vani sono i tentativi di voi, miei vili nemici, di conciliare la vostra (illusoria) libertà con l’onniscienza del vostro dio! C’è della saggezza nell’idea di un dio onnisciente, che tutto sa del passato, del futuro ed anche di quest’attimo mortale che quando dico “presente” è già fuggito, c’è la saggezza primitiva di chi vuole una ragione nella natura, la saggezza di primitivi uomini che nacquero troppo presto, in un’epoca troppo giovane per loro. Ma questa saggezza mescolata con le cure materne, prima forma di società, trasformò l’ipotesi scientifica di un dio onnisciente nella follia del dio-mamma onnipotente. Il dio che tutto sa necessariamente, e che è quindi obbediente alla sua propria volontà, schiavo di sé stesso ed eternamente necessario, il dio onnisenziente – quanto antropomorfismo c’è in questo dio! È il desiderio di avere grandi occhi e grandi orecchie e grandi mani! – questo dio che è il primitivo paradigma scientifico ed artistico e culinario ed erotico si trasformò nell’idea di “provvidenza”, confortevole allattamento perenne della mente. Quanto è confortevole il dio materno, così adatto a voi vecchi bambini!

Ma “bambino” è una parola difficile, dai molti colori e sensi.

 

 

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È diffusa convinzione che nel piccolo sia celato il grande, nell’inizio la fine, nel cucciolo l’adulto. Questa convinzione, come ogni pensiero di quest’epoca primitiva, è assai confusa ed imprecisa, e deriva dalla credenza superstiziosa nella libertà di progettare. Ma in essa vi è anche qualcosa di razionale.

Non voglio tramutarmi nel setaccio delle convinzioni diffuse – ciò che è confuso va distrutto, non chiarito, pulito e cesellato – ma questo preambolo mi serve per introdurre il discorso sul “bambino”.

Il bambino è uno degli idoli di quest’epoca, e in esso voi nemici della mia vita adorate ciò che più in esso vi somiglia, così come nella vacca e nel cane e perfino nel maiale il vegetariano adora sé stesso. Quale grande schizofrenia voi nascondete nella parola “bambino” e nella parola “cane-migliore-amico”! Voi schizofrenici – non c’è saggezza nella schizofrenia, essa non è luminosa follia – vedete voi stessi in altro, tutto credete di fagocitare con il linguaggio, siete come bambini che non distinguono sé stessi dalla madre. In tutto vi confondete ma senza mai morire! Qui è la vostra viltà: tutto volete senza saper morire (tramontare diceva il saggio Zarathustra). Siete infanti, neonati, scimmie! E vi beate di questo stupido benessere! Ben presto verrà la grande fiera, l’attimo, il respiro mancato che vi toglierà la parola, la morte certa che vi chiederà parole che vi bruciano i polmoni, e scoprirete così banalmente che vostra madre non è voi, voi non controllate le sue braccia e i suoi occhi, ma siete abbandonati per sempre, da sempre, siete attimi di danza! Ah, certo il dolore vi trafiggerà! Ed allora verrete uccisi, oppure la volontà di vita vincerà. In ogni caso la vita vincerà, e le scimmie morranno, e sopravviveranno i forti.

Il dolore verrà, ciò che le religioni intuirono e chiamarono “grande giudizio”, il vortice michelangiolesco che tutto trasfigura in volto!

Voi, nemici, vedete nel bambino la vostra debolezza, io preferisco vedere la mia forza, la mia crudeltà ed egoismo, il cinismo della menzogna e del sopruso. Quanto sono naturalmente e felicemente crudeli i bambini! Quanto sanno perdersi in sé, quanto sanno dire superbamente io!

Questa potrebbe essere la mia retorica del bambino crudele, contrapposta alla vostra del bambino debole. Ma ecco la debolezza della retorica: essa fa dimenticare l’ambiguità delle parole. Essa non è scienza, ma costruisce simboli. Non dice la verità apertamente, ma la ammanta di parabole. Per questo io rinuncio ai simboli.

Non c’è acqua o fuoco, luce o buio, rito o celebrazione che non sia opaca d’inganno e menzogna, ingegnoso stratagemma per rappacificare i conflitti e narcotizzare i guerrieri!

A voi, nemici, servono ancora i riti. A voi infanti serve la sicurezza del rito per avere il coraggio dell’azzardo, e c’è della razionalità in questo vostro timore. Ma che il rito serva per azzardare! Troppo spesso i vostri riti sono allattamento al seno, disinfezione, terrore immobile, troppo spesso voi adorate la medusa che vi pietrifica!

I vostri riti sono palliativi, calmanti, rifugi, non trampolini di lancio. Un trampolino deve essere il rito, che dà sicurezza e follia per il salto!

Io ho già saltato, ho azzardato e vinto, ed ora le mie gambe sono forti per saltare senza trampolino, e la morte non mi uccide più. Non mi è utile attendervi all’uscita della chiesa o dello stadio, perché mentre voi camminate tremanti per guadare un ruscello, io salto da stella a stella. Io rinuncio al rito, perché è un’inutile zavorra.

Il rito è l’utopia della società buona e dell’antropocentrismo, è un’antica mappa, un antico linguaggio, che ha avuto un’utilità nella storia del mondo, che è stato un traghetto dal bambino all’adulto, ma che è troppo antico per la mia lingua del futuro.

Il rito è la storia, la coscienza delle pietre, la memoria dei morti.

 

 

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Cos’è io? Certamente il mio corpo.

La mia mente è un groviglio di sensazioni, cos’altro potrebbe essere? Cerchi pure l’inventore di favole “dentro di me”, “nella mia mente” o “nel mio cuore” qualche luogo nascosto, qualche anima o folletto, cerchi se ha tempo da perdere! Troppo tempo hanno già perso questi inventori di favole! Finché non troveranno qualcosa in me che non sia sensazione, allora potrò scommettere che la mia mente non è altro che un groviglio, intricatissimo ed estremamente complesso di sensazioni. Così io sono quelle sensazioni. Quanta saggezza vi fu nelle parole del costruttore di lenti che più di quattrocento anni fa scrisse che solo attraverso il corpo la mente conosce sé stessa! E quanta saggezza quando scrisse che l’ordine e la connessione di idee e cose sono identici!

Io è un groviglio di sensazioni, suoni tradotti in immagini, immagini in esperienza tattile e circolo infinito di traduzioni, di ricerca di linguaggi ibridi e parole: io è sinestesia, la sinestesia resa possibile dal mio cervello.

La coscienza è sinestesia ed è vile la mia venerazione per la memoria. La memoria è il mio rito, ed io non riesco a pensarmi senza memoria! Questo vi è in me ancora di vile! Ed è ciò che mi muove a scrivere, ciò che mi muove ad inserirmi nel grande rito del linguaggio per generare nel futuro la parola creatrice, il creatore che dimenticherà ogni parola perché semplicemente ed eternamente creerà ed esisterà, così come già eternamente crea ed esiste. Ma di questo dirò tra poco, alla fine del mio discorso.

La coscienza – groviglio di sinestesie – e sua sorella memoria sono armi per scrivere la mia mappa del mondo sulla pietra. Sono armi, e non sopravviveranno al mio corpo. È ragionevole la mia difesa della mia coscienza e della mia memoria, perché io intravedo il futuro, ma sono incastrato in quest’epoca primitiva. La paura ancora – saggiamente! – mi impedisce quest’ultimo salto. Ma verrà la morte a costringermi all’ultimo salto, in quest’attimo verrà la morte a distruggere i miei ultimi idoli, ma resterà la mia vita scritta nella vita. Necessariamente vivo, e necessariamente sarò stato e sarò in eterno, necessariamente la mia volontà di vita non verrà mai meno, e necessariamente in un attimo sarò nel nuovo universo, nella nuova natura. Immemore, non sarò più io, ma quella mia volontà, che necessariamente è come fiore e brulicare di insetti e vita in ogni spazio, quella volontà mia e non mia in eterno sarà necessariamente. In eterno è necessariamente. E un infinito numero di volte io sarò di nuovo, così come un infinito numero di volte io sono già stato.

Che io possa abbandonare la mia coscienza e la mia memoria! Eccomi, all’inizio e alla fine della strada, nell’attimo presente, unico luogo della mia esistenza, eccomi, spalle al muro, minacciato dalla morte, qui dove tutto è tempo e non c’è tempo per i riti, le pietre funerarie, non c’è tempo per le parole e per le esequie, qui dove sono e non-sono, dove non c’è dove, dove tutto è divenire.

Cerco invano di balbettare il futuro lontanissimo e già presente che intravedo, ma a nulla vale il mio corpo primitivo, a nulla i miei sensi troppo piccoli. L’azzardo mi ha gettato oltre me stesso, e solo ora posso comprendere i grandi saggi che cancellarono le loro orme dietro di sé, che non scrissero! Ah, quale debolezza ci fu nei loro discepoli che fondarono le religioni, quale primitiva rozza viltà da scimmie!

Ma ho troppo corso per il mio corpo, troppo ho chiesto ai miei occhi e alle mie mani. Intravedo solo, io pur già lontano da quest’epoca primitiva, solo intravedo il grande creatore.

La vita muove le mie parole, e devo rallentare e parlare, perché non in me verrà il creatore, ma certamente nei miei figli. Essi saranno i creatori, e nasceranno quando le mie parole non saranno più necessarie.

È l’ora di concludere il mio discorso, così che io possa uscire e tentare gli azzardi da cui nasceranno i nuovi creatori.

 

 

12

 

Io è sinestesia, è sensazione. La vita in me non può che crescere nel piacere, nelle sensazioni piacevoli.

Tento il salto verso il futuro, tento in continuazione l’azzardo, e il mio tentativo è bellezza, è il bel gusto o profumo, la bella vista, il bel tocco e il bel suono: la bella forma.

Desidero fare un salto che il mio corpo non può fare, desidero una morte, un piacere troppo alto che non riesco a tollerare. Vedo e intuisco la vita della natura, che non è la mia vita. Io sono solo una parte di quella vita, e non posso e non voglio – davvero “volere” e “potere” qui si equivalgono – rinunciare alla mia vita per un salto che non riesco a fare. Ma salterò il più in alto possibile! Nessuna viltà mi fermerà se non il limite del mio corpo.

L’ultimo salto verrà, verrà la morte, resterò per l’ultima volta senza fiato, ma prima di allora il mio respiro è cercare nuove forme, nuove armi, nuove guerre, nuovi linguaggi, sempre nuove parole e nuovi piaceri, così che i miei figli chiameranno ogni foglia di ogni albero con nomi diversi, così che i miei figli non dovranno più parlare perché le loro parole saranno creazione. Semplicemente esisteranno necessari, e nascerà un nuovo universo, in cui tutto esisterà nuovamente e necessariamente generando ripetutamente.. Il linguaggio non sarà più una mappa, ma un nuovo mondo.

Che sia anche questa una mia utopia di conquista? È di nuovo la mia guerra? Ma proprio per questo voglio combatterla! Proprio per questo vi è il sommo piacere nella battaglia! Il conflitto è vita, e il conflitto è piacere.

Il piacere è terra fertile per la vita, è desiderio e volontà, ed io voglio il piacere! La mia arte e scienza è per il piacere, che è forza predatrice, motore dell’evoluzione. Ah, quant’è umano il mio piacere, quanto è sanguigno e viscerale! Voglio riassumere tutto in me, ma il mio corpo mi incatena, e sarebbe folle fuggire da questo corpo, mio ponte per la vita, mia sinestesia. Così con il piacere del corpo, della vista, dell’udito e del gusto e di ogni senso io innalzo la mia vita, io mi rafforzo nella guerra, così che il corpo dei miei figli sarà grande e complesso ben più del mio, e balzeranno da stella a stella. I miei figli avranno un corpo di corpi, così come il mio è fatto di cellule e microorganismi, il loro cervello sarà un cervello di cervelli, il loro pensiero vita equatoriale. Per loro io muoio nel piacere, e così intravedo le voci del futuro.

Solo chi vive nella forza può capire il mio discorso, la mia forma mai conclusa, il mio eterno ricominciare in quest’attimo di morte, il mio eterno volere. Per i deboli le mie parole sono roventi, sono come lava che distrugge e sommerge e cancella. Ma chi si lascia bruciare, chi diviene pazzo per la vita tanto da infrangere le parole come calici di cristallo sulla roccia, chi sa far guerra per il piacere, per il suo massimo utile, non potrà che acconsentire al mio discorso in ogni sua parte.

Ora non mi resta che uscire, e tentare il gioco e l’azzardo di nuove forme.

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