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SPLENDORE DEL VENTO. La Porta (fr. 2006)

EB di Terzet

 

 

 

a Loredana

che ha favorito di essere

quello che dovevo

 
 

 

 

 

 

Il popolo non ama né il vero né il semplice: ama il romanzo e il ciarlatano.

Nietzsche

 

 

 

Tutta l’arte è in rapporto con la morte.

Rothko

 

 

 

Tra oscurità e chiarezza la misura dell’arte.

Ebt

 

 

 

L’architetto dovrebbe sapere tutto come il poeta ed essere capace di dimenticare tutto.

Botta

 

 

 

E’ alquanto curioso che Milan Kundera continui a scrivere romanzi, benché sappia che il romanzo abbia esaurito la sua funzione. Si rende certamente conto che il romanzo è in declino.

Isozaki

 

 

 

 

 

 

Ecco di fronte la porta

superate le insidie

del giardino rinfrescante,

la macchia delle rose

risalite dal balcone

sull’uva d’Amburgo,

  i riflessi del labirinto

senza sapere se

la maniglia s’aprirà.

 

 

 

 

 

 

Subìto rossolampo occhio

dei marinai non preparato,

increduli perdono coraggio

continuando le manovre

a memoria, la mente a mille

il cuore alla terra lasciata.

Sanno che niente si può

per salvare la nave, che

moriranno in quest’acqua

che ha inondato il cielo.

 

 

 

 

 

 

Leggeri d’anima

Parlando per via 

Passano la notte

Ignari del canto

 

 

 

 

 

 

 

Abbandonati nelle acque lontano

dalla costa attendono e non sanno

che cosa gli uomini e le donne.

Li scruta un occhio immerso

indeciso e preoccupato della

sorte di quella gente ignota.

Una figura gommosa entra

negli occhi di quei dondolanti

che mani capaci tirano dentro

una calda nicchia di ferro.

 

 

 

 

 

 

i nostri cuori

intiepiditi

dal coro 

rischiano

deboli risposte

 

 

 

 

 

 

 

Lungo un muretto a secco

un pastore parla alle pecore

fedeli e avvezze alla pioggia

con una canna e il cane.

 

 

 

 

 

 

Michelangelo

 

 

Che importa la calcina che brucia gli occhi,

che contano le spossanti coliche,

che peso i dubbi e le tentate fughe,

se questo soffrire lo dobbiamo 

per finire la singolare opera?  

 

 

 

 

 

 

a Mario Botta

 

 

Tra la fantasia italica e il rigore di

Durrenmatt, apri le valli più piccole

alla grandezza del mondo.

Affianchi una chiesa all’altra come

si faceva una volta, apri occhielli al cielo

illumini i mattoni iridescenti.

Sai farlo perché ami quello che fai e credi

duchampianamente al maestro di tutti,

compresa Ronchamp, senza vederti doppio

allo specchio audeniano, singolare

in relazione riuscita con il mondo

fuggendo folla e spettacolo, sorridendo

della sciocchezza innalzata vicino

alla Casa che abita Tinguely

 benedetta dai tuoi mille tagli di luce.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il mio amico arraffò dalla mano

soldi quanto potè per la famiglia,

resistendo alle ondate di puzza

gli strinsi la mano e se n’andò.

A casa mi lavai molto le mani

chiedendo il contraccambio,

vergognandomi di aver pensato

di essermi preso il virus BuonSenBorg.

 

 

 

 

 

 

 

Grazie Auden

9 maggio 2006

 

 

Bisbigliamo sollevandoci

sui desideri, dondolandoci

su nuvole vuote di volontà,

e rumore benefico fanno

le poche parole necessarie

senza la dialettica che inganna.

 

Sorridenti alla Legge, dimentichi

Delle leggine pensate maiuscole.

 

I desideri del corpo e della mente

disgiunti per alcuni, in vero accordati

permettono la singola disposizione

verso il mondo e le costellazioni

dicono come capire quel cuscino

d’aria che libera dalla Grande Madre.

 

In noi destra e sinistra si confondono e

l’unicità è la grande scoperta infinita.

 

Non staremo fermi, non ci muoveremo

radicati nel Paradiso Conquistato, o separati

nel Paradiso Perduto risultato di paura e noia.

 

 

 

 

 

 

 

Rumori di fiori

profumi di pitture

odore di caffelatte

piacere dei segni

desiderio di gloria.

Inaspettatamente

vivere sereni

questo recinto.

 

 

 

 

 

 

 

 

Che cosa vuoi, Fondatore dei Giardini, che ti scriva su carta di Ghandara gli errori commessi, che m’inchini ai tuoi fiori?

Che cosa vuoi, Dominatore dei Giardini, affinché il desiderio di belle rose inglesi e sane, dolci come un buon poema, fioriscano nel giardino concessomi che curo con pigra intelligenza?

Che cosa vuoi, Signore dei Profumi e dei Colori, da me incapace dell’estremo e afflitto per la poca rispondenza all’opera mia?

Vuoi forse convertirmi alla Tua legge che domina natura e uomo?

Ebbene posso, ma prima di volerlo Ti chiedo un’assicurazione per la pietà chiesta già da Apollinaire, per quello che non potrò mai capire tra i segni dell’aprile trascorso e ritornante.

Ti chiedo di rivelarti Giardino Universale, oltre ogni ragionevole dubbio. Se ci stai, sarò il tuo miglior giardiniere. 

 

 

 

 

 

 

 

Notti incalzanti film

illuminano il divano tra

parole e pensieri intrecciati

discuto col soffitto a destra

 

domande umane del Dio

il bene il male la noia la paura

e le complesse contraddizioni.

 

Notti parlanti e mi spiego

e sono spiegato dalle domande

da qualche risposta non da me

data né dal soffitto.

 

Notti sul letto fresco

passo al giorno pronto

ad affrontare l’umano odore

dialogando con altra pellicola.

 

 

 

 

 

 

Incerti delle opere, delle parole, dei silenzi indulgenti e vigliacchi, ipocriti negavano la piena del fiume e la ruggine. Truccavano la bilancia, tacevano di fronte alle cose sbagliate. Abbiamo tralasciato e offeso, ci hanno ingannato, poco abbiamo capito i genitori come i figli. Hanno e abbiamo tradito.

Che rimarrà dei passi che abbiamo tentato verso la montagna ventosa, con gli occhi appannati, pieni di timori mentre saliamo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Piergiorgio Welby

20 dicembre 2006

 

 

Abbiamo bevuto vino novello

squarciate le botti e rotti i calici

con gli amici venuti da lontano

nel miscuglio delle lingue

cantammo l’autunno porporino.

Ma risalendo i costoloni colorati

un masso colpì la compagnia come una bomba,

tutti schiacciò immobili nel nevischio di sassi.

 

Non potevamo parlare, non potevamo respirare,

non riuscivamo a muoverci, gambe e braccia non

rispondevano: nessuno soccorreva.

Poi. Ancora poi, molto tempo dopo

scesero irriconoscibili funi per noi

che volevamo sapere del dolore della paura

 di chi era rimasto lassù solo

nel silenzio delle regole d’oro

che placò ogni imprecazione. 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il giallorosa della Giudea e la moschea di Omar dorata

memoria di un nascere tra pareti azzurrogiallobianche

tra frutta e verdura che odora forte più del basilico.

Rimane la frizzante pace di stare insieme ciascuno

mangiando come deve e il tè scende dalla spalla

al suono della campanella con il gracchiare della radio.

Si prolunga la processione dentro i lamenti e le ondulazioni

scritte in foglietti di muro con un canto dall’affilata torre

e viene l’immensità del cielo e la soglia dell’eterno

mentre le colline nascondono il frastuono dei caffèdehors

che vedono l’altro mondo con occhiate turistiche.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Del generale che non amava la guerra

sa le ubriacature e le donne

la paura di non controllare ogni cosa

le ombre e le camere poco regali

senza trucchi di luce.

Stordisce chi vuole mutare

lo spazio al tempo legato,

 delle mie opere non insipide forse,

 non parla e segna sul tavolo

dove il tè scoppietta tra le sigarette

la mappa di quel tesoro che tutti tentiamo

ansimando per la teiera quasi vuota.   

 

 

 

 

 

 

 

Mi riconoscerai tu

o solitario fanciullo

mi lascerai scorazzare

nell’affanno di gloria

che amoreggia con

l’orgoglio subacqueo?

 

 

 

 

 

 

 

Ulixes

 

 

Da troppi anni Ulisse passa da

coste a lidi nel rischio di perdere

il nome, bordeggia da una sponda

all’altra come un turista smarrito,

non ricorda del talamo ligneo

presidiato dalla decisa regina astuta.

Nel mentre Ulisse porta alla disperazione

e alla morte tutti i compagni, perde navi

e piloti, le allucinazioni credute divine

accorrono nella sua testa, confondono

i suoi piani come farfalla attirata dalla lavanda.

Sente profumi e vede bellezze, sente

canti e vede spiagge dorate, s’incanta

per tori troppo bianchi. Si affascina alle spume

dei picchi, delle caverne rimbombanti, alla fine

stanco di questa scenografia wagneriana

si lega alla nave per più non sentire i mostri

di dentro e placare la follia che lo brucia

sotto il sole, che lo fa pirata inventore di

strane leggende bugiarde per costruirsi

una storia che finge. Sfinito dalla forza

per annodare il tutto si lascia al sogno che

profondo lo riporta all’inizio del viaggio.

 

 

 

 

 

 

Eroi

 

 

Della terra del fuoco dei mari

custodi arginano gli errori

s’avventano sulle catastrofi

nell’umano possibile

spinti dalla follia del risanare.

La contraddizione li tiene

nella fatica sicuri e pronti

con le mani a togliere ogni pericolo

forse non sapendo – qui la bellezza –

che il loro agire vale quello

dei santi del mondo.

Nascano miliardi di pompieri

pochi minatori con luce e acqua

senza più crolli e asfissie, nascano

o vento gentile del lago miliardi di marinai

che sanno d’amore e di fratellanza,

non hanno paura di te né della morte

e ci aiutano nella durezza degli affanni.

Vento gentile spira più forte per

tutti gli uomini passati e futuri

perché l’incendio propaga e non so

se gli eroi possono salvare

la terra se non spiri di più.

 

 

 

 

 

 

 

 

Sino al petto nel fiume

pregano con collane di fiori

inchinando la testa così

col cappello davanti al muro

mentre a piedi nudi invocano

misericordia chiedendo tutti

di vivere nella santa pace.

 

 

 

 

 

 

 

 

Fosti tu a mandare

madonna pigrizia

che dalle imbecillità

lontano mi tiene

in più bella quiete?

 

 

 

 

 

 

 

consacrazioni 


 

pane rose cioccolata

che vuoi di più con il sole

e la neve che stortano

le monete accumulate per

piccolo regalo.

Ma l’ora è presta e il buio

deve ancora venire

con i crampi serali.

L’orologio sul muro storto

crocifisso come un Bacon

delizia di Pablo mai giunto

alla stazione con Mutt che confonde

miliardi d’imbecilli e sani.

L’orologio piagato segna

ore dritte, le piegate sono

speranze bruciate dalla realtà

 

 

 

 

 

 

 

  Perso tra i sentieri

Perversi del monte

Alla cerca dei sacri

Ippocastani e mirti,

Senza saper dire quando

Vicino al luogo si apre

Il petto chiaro e immortale

Sente il dialogo affine.

 

 

 

 

 

 

cadono grandi petali di rose

come in una festa di carnevale

sulle teste sulle pietre sui fiori

dentro le auto degli amanti

dentro le chiese vuote

sopra i tricorni  consunti

sulle penne delle mimetiche

sui flashes dei minatori

sul fuoco dei pompieri.

Cadono non si sa da dove

continuano a cadere a profumare

la terra ma non si possono cogliere

non si possono portare a casa

si sciolgono come acqua alla presa.

Un bel mistero questa pioggia rosata

un’allucinazione collettiva dissero

ma gli uomini continuarono a narrare

questa storia che è giunta sino a me

 

 

 

 

 

 

L’albero di Giotto non è verticale, ficcato com’è alle montagne che sono massi squadrati di mura ciclopiche, elementi modulari per la costruzione di case, di città. Diverso da quello morbido di Masolino, mentre gli spazi delle figure stanno uno sopra l’altro come un desiderio di segno pittorico – di parola - presentato contemporaneamente.

Giotto ha sempre sentito la necessità-desiderio-tentativo di presentare i segni contemporaneamente.

Come i poeti.

Qualcuno si è arreso e ha inventato una disposizione spaziotemporale , a progressione, come Michelangelo. Altri non si sono arresi all’impossibilità e si sono incagliati tra le insidie dei segni e sono andati fuori campo: Beuys, Mallarmé.

Bisogna stare nel giardino che ci è dato, pezzetto o villa, e renderlo il più bello possibile secondo

l’intuizione della nostra personalità, inventando figure in spaziotempi sempre rinnovati.

 

 

 

 

 

 

Cézanne per tutta la vita di fronte alla Sancte Victoire. La studia la analizza mette a fuoco le diverse particolarità, l’ascolta di mattina sotto il sole di sera all’alba quando è nuvolo sotto la pioggia. La montagna è sempre la stessa come il desiderio dell’artista, ma il movimento occhio-cervello si propone diverso ogni volta. La volontà è la stessa: conoscerla capirla sino in fondo.

Un pezzo di mondo per conoscere il mondo e capirlo. Una proporzione un rapporto geometrico una relazione niciana tra due enti viventi di cui Cézanne è l’intelligenza, la montagna l’istinto.

Intelligenza ed istinto, intuizione e volontà dell’artista sono quelle d’un uomo che vuole conoscere-capire l’intimo di una cosa per conoscere-capire l’intimo di se stesso.

Cézanne svela l’anima della Sancte Victoire. 

 

 

 

 

 

Tempo sciupato

se primavera

non riverrà

con germogli

rosa e bianchi

per fiori e frutta

che molti gusteranno.

 

 

 

 

 

 

 

qualche libro intelligente

che non ha alleviato il dolore

non ha salvato dalla violenza

non ha risolto ansie ed angosce.

Si sono dette tre cose ai giovani

non amandoli come si doveva

ricercando un poco d’affetto

neppure essendo grandi banditi

 

 

 

 

 

 

 

La notte quando il barbagianni

e il silenzio si sentono distinti

 

Al mattino quando la luce passa

fitta come il conversar degli uccelli

 

mi dimentico sempre di baciarti

come la bella donna accanto.

 

Di questo ti chiedo perdono

anche se in seguito recupero

il tuo segno improvvisamente

per vivere il giorno spalancato.

 

 

 

 

 

 

Improvviso

- per la nascita di Lidia -

 

 

Siamo fatte così

Noi piccole palle di neve

Quando scendiamo

Dall’alto in attesa

Di correre spericolate

Tra i caprioli saltanti

cigli azzurri di prati.

 

 

 

 

 

 

 

Il fantasma bianco

non viene di notte

ma di soppiatto quando

sto fumando o parlando

bellamente. Si stampa

nella mente e il ricordo

dell’antico è fastidioso.

 

Ogni tanto si diverte

ad aprire una porta dove

entro, niente se non me

stesso seduto ad un tavolo

che gioco alle carte mentre

sono al luna park con una

donna piacente con gli occhiali.

 

Quando stringo una donna

e la bacio ecco che dietro

sovviene il fantasma

col viso di mia madre e

ricordo mio padre in piedi

nella cella frigorifera e non

posso che fare i funerali

già fatti restando in attesa.

 

So che saprò quando dover

attraversare il fantasma

la porta e tutte le porte che

si presenteranno nel sonno

senza sogno che mi sveglia

per far ciò che non ho fatto.

 

 

 

 

 

 

 padre

 

 

 Io non so

Ti misero una maschera

Per paura dei tuoi occhi.

 

 Lontani senza vederti

 

 Molti ti capirono e te

 

 Amando fecero santo.

 

 

                        

 

 

 

Ho letto di porte del cielo, di triplici quadrati e di accumulazioni energetiche. Sono sconfinato da Orione, mi sono perso tra piramidi e madonne nere e piemontesi incinta, tra nomi semiti, rune

sorgenti sacre e mammelle napoletane. Ho sentito di punti orientali dove il sole s’infiltra, nella sacra famiglia ho visto una cripta e nella cattedrale terribili cose.

Ho letto, ho pensato, ma ho capito poco dei vari legami e non m’importa se hai fratelli e figli, se ti sei sposato per amore o per volontà paterna: forse non voglio neanche capire come non capisco la teorie delle stringhe per la gravità quantistica, la ormai debole potenza energetica che abbiamo. Sono in piena confusione, ma quando leggo le parole dei fatti che hai detto, ecco che non posso che alzare gli occhi all’alto e ringraziarti perché non sono ancora sprofondato nella disperazione e che la vita ancora qualcosa attende, per i tuoi doni, da me.

 

 

 

 

il disco d’oro

 

Sette perle cadono

Dalla melagrana

Nella bocca del pesce

Che le risputa sulla roccia

Lucida pietra ricamata

A labirinto segnata.

 

 

 

 

 

 

 

ciechi di chi vede

tra la spesa siepe,

che della carne e  

del fiato nostro?

 

 

 

 

 

 

 

il vento spinge la sabbia

oltre i muri  che cedono

all’occhio dal passo veloce.

Non ci accorgiamo che

batte l’ora preoccupati

delle carte e fuggiamo

sbarrata la porta

 

 

 

 

 

 

robots

 

 

disordini elettromagnetici

quando sentiamo

anomalie neuronali

canto e paura dell’upupa?

 

 

 

 

 

 

 

 

tra i labirinti della nave

cerca appoggio al piede

come in bilico sulla scala

cogliendo l’ultimo acino

 

 

 

 

 

 

Una tempesta speciale

Travolge anche gli stomaci

Degli avvoltoi ripieni di morte.

 

 

 

 

 

 

convalescenza

 

 

 

La penna tentando

pulitura di scorie scopre

se compiuto è il compito.

Paralleli i polmoni

aria per il corpo cercano

nuova per l’anima

negli intervalli del ritmo.

 

 

 

 

 

 

 

icona

 

Il Gran Drago

irato per la spada e geloso

del piumaggio inonda di fuoco

la valle scappando dalla luce

Del Bel Cavaliere.

 

 

 

 

 

 

 

Otranto

 

 

Sulle punte addosso a ingombranti

sagome incerti delle dottrine

cerchiamo una composizione

stupefacente che solo di sangue

di sale odora e non lascia transiti

nella piazza dal vento albanese

spazzata su turisti dubbiosi.

 

 

 

 

 

creazione

 

 

in bilico sul mondo

se ne va la Bionda

con coraggio e senza

paura tra tele e tavole

dipingendo alfabeti

per dare parola d’oro

all’angelo trovato

 

 

 

 

 

 

Pinakothek der moderne

 

Le urla sommesse

delle opere d’arte

- rispettose degli amanti -

inchiodate ai muri

tra bari e ladroni

non odono gli alberi

mentre si beve un caffè.

 

 

 

 

 

 

 

ti svegli appena nato

non riconosci la tazza

i biscotti il bicchiere,

debole e dolorante come se

il buio ti fosse compagno.

E arranchi e borbotti

pensando che poesia è solo

una spruzzata di visioni

 

 

 

 

 

 

naufragio

 

 

La Mare e Vento è affondata.

Due uomini sono annegati.

Signore, solleva i loro corpi

restituisci loro la forza.

Non badare alla lingua

dei padri che consolano i figli

dei giovani che piangono i vecchi

siccome amore non conosce tempo,

e trattieni il senno nostro quando

crediamo di saper governare tutto.

 

 

 

 

 

 

calcio di rigore

 

 

Terribilis locus stare sulla linea

Caldo o freddo che sia

Da solo nel silenzio fragoroso

Con le manone pronte a bloccare

O farsi scappare la palla.

 

Terribilis locus stare sul cerchio

Caldo o freddo che sia

Da solo nel silenzio fragoroso

Pronto a insaccare imparabile

O sfiorare alto la luna.

 

 

 

 

 

 

 

 

Le possibilità della tempesta

sono terribili come la muffa

dove non trovi i colori saputi

mutati in raggi imbiancati

dalla polvere e dalla spuma:

solo nell’equilibrio temperato

spuntano sorgono ondulano

illuminano tetti e piazze e

i visi mutevoli degli uomini,

confidente pacifico della maestà

tra pietre di fiume nascosto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando i continenti si riuniranno

i fondi dei laghi spariranno alla vista,

quando i lemuri salteranno nel Tibet

gli asini raglieranno tra i leoni

tutto sarà pareggiato. Gli uomini

non troveranno più una caverna aperta

tantomeno dipinta, non troveranno più

Sagrada Familia e Spianata di Lourdes.

Chi parlerà più col barista, tra gli oleandri

o attenderà la Regina con la sua digitale

apparire dal bardato cocchio in the Mall?

Come potremo raggiungere la sala

di lettura della bella libreria di Andrea

quando l’ardesia ricoprirà il mare?

Telefoneremo ai pochi conoscenti

amici raggiungibili, parleremo di

città irriconoscibili, di statue ricoperte

di verdenero, di scimmie con camaleonti

affollare le rovine rimanenti del rosone

di Chartres e le guglie dei santi.

Quando tutto sarà riunito e la Natura avrà

ripreso il dominio rimarranno pochi

uomini e donne che si sposteranno

fino alla consunzione del genere.

Saranno soltanto alghe e felci come all’Inizio

e l’Inizio sarà Origine e il tempo che fu

sarà il tempo che sarà e questo tempo

di penosa torsione non sarà più.

 

 

 

 

 

 

 

ah la Sfinge

che posso dire dinanzi lei

che possono i tendini le vene

fegato e sangue singhiozzo di parole

pagliuzze di tappeto

che neppure ad Alessandria e a Tunisi

vogliono i più sbrecci dei mercanti

nei loro volanti colori nel deserto

presente vagante.

Che dire se la Sfinge tace anelante

che posso se il vento insinua polvere

nelle vallette petrose.

Che posso e che dico

se il tempo non cambia.

Sottile filo tra la rosa e il cassettone

resistente si allarga a triangoli diseguali

secondo un progetto che subito

non si comprende e si pensa casuale.

Le vittime alimentari

la rinascita della tela

sfasciata dai nemici

ti accorgono che un progetto

sovrintende intelligente

più arguto di quanto lo pensano.

 

Ragno e scorpione risalgono i sassi spinosi

desertico passaggio senza il respiro dell’acqua

il giallo e il nero mostrando emblemi del coraggio

allontanati da tutti, solitari audaci permalosi

come il camaleonte che azzurrorossoblu

si adagia sulla punta estrema della pianta

cerca un equilibrio che solo una zampa

non converte in caduta.

Respinti lontano, ecco il grande esilio

per la metafora di questi, o poeta che spegni

con un movimento di parole ogni romantica luna

annulli l’orizzonte temperando di giallo di viola

la terra amata col cielo temuto, alla fine convinto.

Tra questi mondi passa uno sconosciuto

ignoto a tutti se non al piccolo che scruta

chi passa chi va chi si ferma chi sosta

sapiente segnato sotto il sole della stupidità

dalle rughe dell’indifferenza scolorata e sciapa.

Indifferenza non può accompagnare il cammino

essere compagna sorridente del viaggio

quando manca un senso che non conduce

ad essere duci perché il senso può essere

non solo di ragione, ma portare con sé

l’alone della favola bella forse ingannante

certo spinta all’agire con dignità e resistenza

contro ogni possibile disagio ogni bella sirena

che si para davanti, contro soprusi e inganni

davanti a ballerini improvvisati ben istruiti.

Il viaggio deve andare verso la meta sua

che non sta nel punto di ritorno

ma nell’ansia desiderante di oltrepassare

il prefigurato disegno per ridisegnare

un luogo che diventi Luogo dove gettare le unghie

graffiarlo sporcarlo segnarlo per sempre

e ripartire verso isole e mari e cieli e terre

sconosciute a noi che abbiamo sentito soltanto

i mormorii della loro bellezza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

O Grande Signore Del Cielo

Tu che hai tolto dall’oscurità

Uomini donne bambini

Animali come piante,

Tu che permetti all’ape

Di darci il miele stupendo

Alla cicogna di deporre

Sulle nostre case i loro nidi

Al bue di tagliare i campi

Perché nascano ananas e fichi

Al fiume di essere linfa per

I poveri come per i ricchi

Ai poeti di innalzare altari

Ai parole e di canti.

Tu che sei La Grande Luce

Che la terra nera in mezzo

Giro trasformi in rossa

Perché dispensi anche malattie

E rovine sulla testa dei giusti

Di quelli che pregano e ti amano

nel loro segreto?

Perché fai impegnare ingegno

E intelligenza degli uomini

In guerre e delitti?

O Grande Signore Del Cielo

Non lo capisco e sempre spero

Che il tuo moto mi faccia capire com’è

Questo mondo meravigliosamente cattivo.

 

 

 

 

 

 

 per  Messiaen 

 

 

Ai canti degli uccelli attento

non vedeva la feroce lotta

che sotto il guano avviene,

occhio distratto e cisposo

per l’insonne ricerca dell’armonia

assordato dall’enormità del caos.

 

Dal canto ossessionato

non sentiva il chiasso frenetico

di una farfalla stritolata.

 

Dal canto alla domanda preziosa

pensando di aver dato

ragguaglio al male.

 

 

 

 

 

 

 

 

Una volta un uomo attraversò le cascate del Niagara su un filo di acciaio lungo trecento metri, vestito di una tuta rossa, di un bilanciere e di scarpette inzuppate di talco per contrastare l’umidità. Guardò il cielo prima di iniziare, baciò una medaglietta che teneva al collo e segnò il suo corpo del divino. Con paura con forza con maestria con tutto il suo coraggio e il suo mestiere, traballando arrivò all’altra sponda, crollando il corpo per lo spasmo della mente. Erano stati i suoi muscoli, il suo allenamento a portarlo sopra le acque, sorretti da quell’invisibile energia che pervade il cosmo intero. Poco alla volta quell’uomo si addestrò a camminare sul filo senza le scarpette, poi senza la tuta rossa, quindi senza il bilanciere. Un bel giorno passò senza il corpo sconfiggendo la pioggia il freddo e la paura della morte. 

 

 

 

 

 

 

I quadri devono essere miracolosi. Nell’istante in cui un quadro è terminato, ha fine l’intimità tra la creazione e il creatore. Per lui, come per chiunque altro, il quadro dovrà essere una rivelazione, la soluzione inattesa e inedita di un problema che da sempre gli urge dentro.

Rothko

 

 

 

 

Il ritratto fotografico della Taylor-Wood è il frutto di una sola ora di osservazione del soggetto. Non riesci a percepire in profondità la sua personalità. Il mio ritratto dipinto da Lucian Freud ha richiesto 120 ore di lavoro. Per questo è, secondo me, infinitamente più interessante. Perché un quadro deve raccontare tante cose, e non solo una mera somiglianza.

Hockney

 

 

 

I poeti contemporanei quando parlano di poesia dicono tante sciocchezze quanto è la loro povertà di idee creative.

Ebt

 

 

 

 

Siamo una terra vecchia, che ha la mania di seppellire i suoi diamanti.

 Paulhan

 

 

 

 

Nessun cammino matematico-logico conduce alle leggi elementari, le più generali: l’intuizione sola, fondata sull’esperienza, ci può condurre ad esse.

Einstein

 

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