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Di fili d'erba e bave di vento

Massimo Sannelli

Sannelli1 non è inverno quello che veramente vede, non è brina quella che lo assale, ma fiore, e il piano è collina. L’amore per qualcuno è forte, fino a questo segno; ma il testo
correrà «in un punto senza brina». Cercando l’eufonia esplodono suoni, suoni, e squilli, squilli. così vola la punta delle dita: digita, incolla, copia. Sannelli2

 

[...]

 

1

corridoi e pratiche, vetri: uno stile
non è completo – forse è una testa,
ma è nuda; è una nuca. Cerere
non madre, madre
mai Cerere, per fingere la storia
più bella. piacente primavera è la stagione, l’ospedale
comincia, e lo scalzo e la nuda
grossa e giovane, alta e l’urina sopra
i posti vuoti dell’acqua grossa e giovane.

 

2

ora bisogna che gli scandali avvengano. la lingua scende
sul pube aperto, che delira. la mano tocca la guancia, «vedi
che è grassa», e no, è morbida –
«io giaccio SOLA», Saffo grida: che sembra un modo non popolare – e Cristo è popolare –, e una fuga
senza riguardo o pietà: ecco, potrei non essere solo, se voglio.

   dopo la vita pubblica, l’occhio ha visto i cosiddetti cementi, i cosiddetti pavimenti: gli uni «grigi» gli altri «freddi», per convenzione della lingua. Questi piccoli appassionati, tante piccole cose – il piede si appoggia piano, per il freddo; la mano evita il tocco, per la polvere – e ti hanno rapito: propriamente, ti attirano a sé. e si aggiungerà molto gentile lampo, o grazia, al mondo vissuto prima. Gesù mostrava a Teresa PRIMA le mani. Non le altre bellezze, perché bruciano. Altre prose, di prima, sembrano BAMBOLE e FALSETTO. Di forte e caldo caro si vive, il bello e il buono; non si muore di altro, ma che il cuore scoppi, perché – confessione piana, in una telefonata lunga – il cuore è rosso, il cuore adora.

   la fantasia promette un mondo puro; nell’anima è stato promesso. Guardalo ora, che cade. Guarda il mondo, che si trasforma: non c’è più il bambino – che non sa se vivrà e come – né l’anziano – che non sa quanto vivrà; ma il giovane. E muore – perché si trasforma per sempre – una fama raggiunta, che non vale più.
l’occhio penetra nelle finestre aperte, a sera, per l’estate; immagina il non visto, il sapore; il sapere; una fontana getta acqua, sotto.
qui penetra poco freddo e il rumore è minimo, che viene dalla strada. Il giorno è festivo: sono quasi colpi, e sembrano sospiri – per questo è amato il telo ricamato, leggerezza, i piccoli passi dietro, la propria madre, forse.

   non è inverno quello che veramente vede, non è brina quella che lo assale, ma fiore, e il piano è collina. L’amore per qualcuno è forte, fino a questo segno; ma il testo correrà «in un punto senza brina». Cercando l’eufonia esplodono suoni, suoni, e squilli, squilli. così vola la punta delle dita: digita, incolla, copia.

   l’altalena e l’appello erano nella stessa mattina, e la palestra e gli insulti: una scuola, l’Italia. ti vedi, e sembra libero il transito tra Tevere e Centro, poi verso i Saxa Rubra. Andata, ritorno. e ora a chi ne scrivi? a chi rimane [vedi, dopo: non rimane nessuno]. gli angoli della casa, e la polvere, e tutti i libri raccolti sono uniti. Da qui si viene e si torna. Le serrature sono state violate una volta, due, tre, quattro, negli anni. E l’inchiostro sparso? E la porta del frigorifero – aperta? Queste forbici, quella carta; il tavolo; nostra figlia, nostra figlia, la casa.

   dentro l’acqua si ride. A sedici anni, la nudità non è grave; l’inizio della vita è delicato. Ferito il corpo, ora la pelle sta lavorando (la pelle è l’esoscheletro, il limite): produce i liquidi che sa quando è colpita, come oggi. Non è più il sangue di ieri. Il liquido lubrifica i tagli, nelle gambe. Molti – che prima sono – dubbi scompaiono. E che il corpo, entro certi limiti, si basti è una consolazione e funziona.

 

3

contro lo splendore – la vista
d’occhio – incredibile, la fine
di membra vive, carni – come
i cani le cercano. Ad uno
splendore si chiede: ora splenderà.
Alla grandezza, che sazi. Alla cosa sensibile:
tutto è amore, tutto, e questo
non sembra amore.

per esistere, la pelle vive. e piove; si vive
15 anni, per esistere, con ardore. la madre
non è dea, senza ardore: che parla per esistere,
in uno stato vero. il suono della R esiste
in uno stato vero, nell’autore: che regge
la notizia, per la donna che vive e l’area
che ci resta.

si contrae il nome, PAV.: il pavimento sempre.

chi pende è un velo lento, ora cade: chi fu
le belle membra.

 

4

ista cartula est di un capo
stanco – la testa – nell’ora
della sua soluzione.

o padre o madre
difende febbre e acqua
di questa casa e insetti
ospiti, lasciàti vivere
e topi. il POCO
non è questo: in un posto
prezioso i fratelli nascono
prima, il lembo di placenta

sparirà! e l’ingenuo. Questa è
una realtà più grande e certa, l’ultima
COSA della prima vita.

 

5.

in una sala si provoca il parto, i giorni
avanti, per esistere: qui puoi morire
subito, non nato qui morire: o no.

l’incarnazione è rotta nella
corsa, l’otto agosto dell’
uomo una goccia decora

il suo motore morto, l’amore
senza errore andato e via
veloce, aperto. Non sono

atteggiamenti. Ora uscite.

di stazione in stazione il filo
del telefono c’è, la cucina
più nuda, e la casa, ci sono:
come è un tamburo duro
in mano ai figli, per gioco; come
la pioggia fredda, che non è neve
bianca.
un punto tondo bello
si romperà, se cade:

forte il ginocchio sul fondo
della strada, il mento forte

sopra lo stesso punto, forse,
non deve più, non deve niente.

[massimo sannelli]

 

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Le immagini fotografiche sono dell’autore.
Il soggetto è uno scultura di Andrea Dal Lago.
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