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Quattordicesima Lettera Aperta

Ignazio Apolloni

A VIRA FABRA

Gentile signora

La so di una curiosità morbosa, in certi casi: pochi in verità e solo se hanno almeno la parvenza delle grandi questioni come ad esempio l’indagine sul chi siamo. Sul chi eravamo infatti o sul chi si era sotto questo o quel regime ci si era interrogati persino a sufficienza tanto da rimanere ben poco da scoprire: basti pensare alla schiavitù in epoca romana, non diversamente vissuta quanto a umiliazioni dai neri in America o Sudafrica. Quale evoluzione ci sia stata da allora sul comportamento umano nei confronti di chi un tempo fu assimilato alle bestie è troppo presto da individuare e definire. Ci sono in atto rigurgiti di animalità, un po’ dappertutto nel mondo, forieri a lungo andare (non male il forieri) di ritorno appunto al come si era. Come vede siamo in una fase di stasi se non in un periodo di involuzione verso il lupus homini lupi per dirla con Hobbes, ma lei per sua fortuna ne è poco sfiorata. Vive le grandi dimensioni: a noi le piccole. Delle sue scoperte o invenzioni manda segnali: noi non riusciamo a fare altrettanto. La prego pertanto di dare maggiore potenza; di allargare il raggio d’azione di quei segnali; di coprire sopratutto il globo delle sue virtù affinché noi si possa vivere in pace gli uni con gli altri.

Mi giunge notizia che lei starebbe sondando, scandagliando i recessi dell’animo umano a partire dal cervelletto (escluso perciò il cuore da lasciare preferibilmente ai poeti). Ci avrebbe trovato molecole sane e molecole malate in perenne lotta tra loro per la supremazia. Ne avrebbe trovato di quelle che sconfessano Dio (apriti cielo!). Di ben più modeste dimensioni sono quelle che attengono a certe quisquilie, e qui cito a mo’ di esempio (orrendo il mo’) l’avarizia tra le peggiori. Mi è noto che la letteratura e il teatro se ne sono occupati (leggi Molière); non hanno tralasciato le faccende ereditarie (non tutte esemplari perché spesso legate al vile denaro, altro che ai geni). C’è però di peggio, stando a Shakespeare. Tutte le volte che si manifestava un vuoto di potere a seguito della morte di un regnante si aprivano crepe nell’armonia dei sottoposti, fino a quel momento; si affilavano i pugnali; si meditava ed attuava la peggiore delle vendette: prendere cioè il posto a letto di colui che se ne era andato e sollazzarsi con la di lui moglie. Salvo il dubbio, il To be or not to be entrato persino nel gergo comune. Non voglio comunque tediarla con simili argomenti dei quali ormai si è esaurita la carica esplosiva (il detonatore infatti si è inceppato allorquando è finito sott’acqua); ben altri i suoi più pressanti interessi: a partire dalla Quarta civiltà nella quale lei ipotizza che l’uomo possa essere codificato alternativamente come ragno o insetto.

Scrive lei, all’interno della meditazione su tale argomento (davvero angosciante) pubblicata all’inizio del saggio apparso sul # 21/2 di Ecriture et Singlossie: “Elaborate una fiera” (più o meno del tipo campionaria) “e avrete un dato uomo e i dati dell’uomo del vostro spazio e del vostro tempo”. Per essere esplicita aggiunge: “Non sono misure reali, sono durata e larghezza del nostro irriducibile odio. Sono relazioni, equivalenze, elevazioni a potenza, radice quadrata, m.c. divisore, minimo comune multiplo; insomma sono minima scienza formale o forma del nostro dilatato senso di sopraffazione al quale non sappiamo negarci. È il nostro modo di essere migliori, di sentirci liberi, di saperci impegnati. Non vi sono gradi o moventi, sanzioni o saggezza, sincronia – coi tempi –, contemporaneità, stadio (fatti nella loro evoluzione). Non c’è consiglio né prudenza che reggano tensioni. Tutto si svolge naturalmente a livello della propria propulsione. È l’energia catatonica intrasformabile che governa il mondo. “E dopo”? Posso dirvi di tutto il PRIMA che fin qui si rivela al nostro corruttibilissimo sguardo. Ma chi devierà il nostro punto di vista? L’uomo totale? La vendetta della natura tradita? Il big bang della vita? C’è sempre un canto...”.

Questi sono problemi a fronte dei quali il quotidiano che affligge la gran parte dell’umanità è poco meno di nulla. Se non vado errato lei in tal modo invita a riflettere; mettere da parte gli ozi; concentrarsi sull’essere strettamente legato al divenire perché questo sia meno tetro agli occhi dei fanciulli di domani.

Ma cosa dici mai, cara la mia Vira. Cosa ti frulla in testa? Perché non limitarsi al temporibus: vivere alla giornata, cioè? Sono state tali e tante le gioie nel ritrovarsi a pranzo o nel sentirsi trasmettere i flussi di pensiero dall’uno all’altra – andata e ritorno! Specialmente se si pensi a quando cominciammo a prevedere, con l’Apicella e la sua teorizzazione su un mondo fondato sugli assi cartesiani in materia di arte, un futuro slegato dal contingente; oppure nel guardare con occhi distratti ma all’unisono il televisore mentre scorrono miriadi di immagini senza alcun effetto su di noi. Non sarebbe bastato questo a riempire i vuoti dell’esistenza: il silenzio pensoso, l’interrogarsi sulle potenzialità non ancora sfruttate dell’uomo; il ritardo nell’esplorazione dell’universo segnico oppure il rapporto tra sincronia e diacronia come motore della Storia?

Tu no, dovevi problematizzare persino il passo veloce di una formica verso il filugello; la foglia di oglio: quando non si trattasse di una pietruzza da agguantare con i denti per quindi portarla sotto terra dove già ce n’è altre destinate a diventare sostegni per la volta della tana. Ti ricordo ferma a esaminare l’azione (premeditata sicuramente) del povero esserino – che incurante del pericolo rischia di farsi schiacciare; di corsa contro il tempo perché qualcun altro potrebbe sottrargli la preda – a domandarti e domandarmi quale la scaturigine profonda di quell’azione. Rimanevo stupefatto, non posso dire allibito. Ed infatti, restando inevasa la domanda vuoi da me e vuoi da te stessa, ti recavi magari a strappare con nonchalance rametti dalla siepe di rosmarino che delimita l’ultimo tratto della strada per Isnello, o altrimenti altrettali rametti dal cespuglio (in inglese bush) di salvia. La macchina a questo punto si riempiva di profumi. Aggiunto a quello tuo (Amarige, all’epoca) entravo in uno stato di ebbrezza, di estasi. Consideravo che tra le tante possibili donne a farmi da partner non avrei potuto scegliere di meglio.

Dai! confessa: la cosa ti inorgoglisce; come minimo non ti dispiace. Ti sentivi preziosa, e lo eri; insostituibile, e lo eri. Insomma un monte da scalare passo passo con l’aiuto di corde e piccozze data l’asprezza del terreno; mica una collinetta servita da una strada abbastanza asfaltata, poche curve. Non so quante volte mi sono cimentato a raggiungere la vetta dei tuoi pensieri, senza risultato apparente, anzi arreso già alle prime asperità. Quanto appariva ai miei occhi, appena mossi i primi passi, mi sembrava un abisso. Non erano di ostacolo solo i concetti puri, bisognosi di esplicitazione largamente sintattica e grammaticale, bensì l’arditezza della formulazione in termini matematici. Ma chi ti aveva dato questa sapienza? Discettando con chi ti eri posta un miglio più in alto; quasi irraggiungibile all’uomo qualunque: sebbene un po’ meno a studiosi delle diverse materie oggetto di trattazione?

Per modestia non avesti a farmi i loro nomi. Ti sei sempre riservata di riprendere con me i discorsi interrotti nei tuoi scritti o confutare – senza sembrare, sarebbe stato irriverente – l’assunto dichiarato definitivo e comprovato dagli altri. Ho provato a sfidarti; a mettere in dubbio sia l’esattezza delle tue conclusioni che quanto potessi capire essere state le posizioni (talvolta puramente preconcette) dei tuoi interlocutori. Che fatica! se ci penso. Che difficoltà nel trovare le corna (per prendere il toro per le corna). Quanto sovraumani gli sforzi, mentre a te sembravano bruscolini. Prendiamo ad esempio le varie teorie sull’evoluzionismo in contrapposizione al creativismo o al Disegno intelligente (non parliamo poi del Principio antropico). Ti sentivi a tuo agio come i pattinatori su ghiaccio, di quelli premiati alle Olimpiadi (il meglio sul mercato). Evoluzioni; piroette; flessioni da capogiro (della pattinatrice in coppia con il maschio) che quasi la testa strofina sulla pista; la musica suona e loro che le vanno appresso a passi di danza fra scrosci di applausi nelle prove più difficili ma riuscite. Eppure tu a vedere una gara (in inglese contest) di tali pattinatori non c’eri mai andata: paura del freddo; dell’umidità sprigionata dal ghiaccio di cui è fatta la pista. Ed allora come si spiega la scioltezza del tuo eloquio, la padronanza terminologica e concettuale di quella materia di cui conoscevi (e citavi a memoria) non soltanto la formula (tutt’intera di matematica) di Hardy e Weinberg ma altresì i postulati aggiunti dal pensiero di Dawking?

Non vuole rispondere, vero? Vuole lasciarmi nella mia ignoranza e lasciarci anche chi non intende fare alcunché per versarsi nella tazza della cioccolata calda. Domanda cosa c’entri la cioccolata quando stiamo occupandoci dell’evoluzione dell’universo e non soltanto di ciò che è successo all’uomo il quale da semplice erectus è passato al faber per quindi approdare alla fase sapiens (quella attuale, sicuramente erronea). No, dico, una donna così intelligente da districarsi dentro i meandri della filosofia coniugata alla matematica che non afferra; trova quasi sconveniente la contaminazione; rifiuta di piegarsi a una logica quasi casalinga (pardon! da caffè quasi storico) per lasciare allo stato puro la dinamica dell’argomentazione creazione-evoluzione? Sarei tentato a questo punto di glissare, non appagare, però capisco che a una come lei – alla quale tutto appare chiaro (in latino de plano) – il rovello se la divorerebbe. Ecco allora che mi spiego.

La cioccolata, si sa, è nutriente; se però è calda, specialmente se molto calda, vengono i bollori; dai bollori si passa inevitabilmente alla ricerca di mezzi empirei e strumenti rivolti ad assicurare la sopravvivenza. Insomma, e detto in breve, bisognerebbe versare i pigri, gli ignavi, in una tazza, o meglio un tazzone di cioccolata calda, non proprio bollente, calda e basta (da sostituire perciò ai pentoloni d’olio in cui si gettavano i recalcitranti, o che si versavano dagli spalti dei castelli contro gli assedianti). Sai i risultati in termini di unguenti, e via via verso terapie avveniristiche. Ed invece nei caffè ci si va per la cioccolata tout court, inconsapevoli degli ulteriori benefici che se ne può ricavare oltre che nel sorbirla.

Ti è piaciuta? Non trovi che tra escamotage ed escatologia c’è di che sbizzarrirsi per trovare una via di uscita a una empasse? Dici, osservi, che non ci avevi mai riflettuto: in matematica non funziona così; si procede per linee rette, procedimenti lineari, bisogna far quadrare il cerchio (vedi quanto segue).

Quattordicesima Lettera Aperta

 

O Dio! obietto io: quanto della retorica ateniese si è perduta frattanto; quanto del mito; quanto del Sacro (molto diverso da tutto ciò che riguarda il Sacro Cuore). Non sarà che si sta diventando più poveri di Spirito (anche qui, niente Spirito Santo); c’è in giro meno senso dell’umorismo; si sta diventando più compassati? No, perché se è così si deve inventare qualcosa di nuovo per digerire il rospo: laddove il rospo rappresenterebbe la scienza pura, quella fatta di numeri e formule. Non ci sarebbe scampo (quando si dice “L’ho scampata bella”!). Non pare anche a te che questo sia il dilemma nel quale attualmente ci si è impelagati (forse da pelago e forse no)?

Ti vedo perplessa. Vorresti darmi ragione ma non puoi. Ne andrebbe di mezzo la stessa filosofia. Se mi permetti però vorrei scioglierti dal giuramento di fedeltà: la difesa ad oltranza dei suoi postulati. È di coloro che praticano i ripensamenti, senza tuttavia arrivare all’abiura, il Regno dei cieli. Dal momento che tu già ci sei debbo dedurre necessariamente che qualche ripensamento l’hai già avuto o sei prossima ad averlo. Già solo per questo mi piaci ancora di più. Lasciami comunque il piacere di dirtelo con questa lettera. Considerato la mia incapacità di farlo a suo tempo a causa della mia congenita timidezza oltre che ritrosia, mi sento finalmente sollevato dall’angoscia di non avertelo mai scritto prima a chiare lettere.

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