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La Singlossia come evento necessario

Ignazio Apolloni

Parlare di linguaggi, e della possibile incidenza che essi possano avere sulla struttura mentale dell’uomo o sulla organizzazione della società, postula un rapporto dogmatico tra il linguaggio come segno e la comunicazione di esso come funzione positiva. Con l’ovvia conseguenza che tutto ciò che resta fuori di tale “utilità” – al di là della parodia e del divertissement – è un puro “nulla”.

Se si accetta dunque la nozione ideologica di linguaggio si guarderà con interesse a quella massa di segni capace di modificare comportamenti e visioni del mondo. Se invece si sarà portati a ironizzare o irridere il mondo dei par­lanti (attraverso segni o suoni) si approderà ad una nozione semiologica (e comunque A-IDEOLOGICA) del linguaggio.

È ben ovvio che l’economia tout-court (attraverso la moda, il design e la grafica pubblicitaria) attribuisce al lin­guaggio una funzione positiva. È ancora noto come gli ar­tisti (che non conoscono il motore dell’economia se non lubrificandone gli ingranaggi e lasciandosi trasportare da essi) arzigogolano attorno a possibili paradisi artifi­ciali fatti di segni epocali o apocalittici, o appena appena di pura evasione paracinetica.

Detto dunque, e per ulteriore sintesi, che i linguaggi si distinguono ancora in vincenti (quelli del capitalismo avanzato, fatti di grafo-telemessaggi, smaccati o subliminali e comunque tutti funzionali ad un sempre maggiore consumo) e perdenti (quelli sessantotteschi o puramente utopi­ci, tra i quali può annoverarsi tutta la LOTTA POETICA prima maniera e certamente tutta la POESIA VISIVA), non resta da vedere se non sia possibile sfuggire ad una visione pu­ramente classista dell’operare segnico multimediale per vedere fondato quel territorio ludico (e per ciò stesso estraneo, se non indifferente al mondo della produzione) nel quale la fantasia e l’immaginazione degli artisti han­no ancora molto da dire, per rendere più appagante la vita del laico, dell’agnostico, del pragmatico, dell’ateo (qua­le io sono).

Al di là tuttavia di questa posizione di principio, fatta di un semplice ego contrapposto ad un più forte es, non si può non dare l’ostracismo a qualsiasi forma di ecume­nismo (del tipo MAIL ART) o di infantilismo (il balbet­tio sonoro) vuoi perché la bellezza fa rima con destrezza  – ed è noto che molti operatori culturali non conoscono né l’una né l’altra –, vuoi perché l’uomo (contro ogni ricor­rente estetica del kitsch) è tendenzialmente portato ed ispirato dalla perfezione delle leggi universali.

Non (più) dunque astruserie e consorterie quali si sono rivelati tutti i movimenti artistici presi in sé – con il supporto ed il suggello dei potentati critici – ma una accettazione non mediata, e perciò critica del prodotto estetico da parte di chi si sente naturalmente “vocato”.

Di qui la mia scelta di campo per un prodotto altamente definito (in ciò collaborato da gente di razza come Zito o Cerami) e di qui il rifiuto di potenti benefattori e me­cenati che in fondo finiscono col mecenare soprattutto se stessi. Ma non è tutto. Ed infatti, mentre se si guardi a certa poesia concreta (ad esempio quella di A. Lora Totino) o a certi poemi collazionati (vedi Carlo Belloli) non si può non ricevere una gradevole sensazione di benes­sere visivo, si può restare francamente problematizzati di fronte a certe operazioni concettuali di Beppe Piano o a un filmato esplorativo di altri. Per non parlare di quella autentica esplosione filmica che Saren­co, con il titolo di EN ATTENDANT LA TROISIÈME GUERRE M0N­DIALE, ha presentato a Frosinone nell’ambito di Elektron­poiesis, ed in margine ad essa, nel maggio di quest’anno. Certamente non mancano altri esempi di ludismo in cui la tecnica si è sposata con la qualità: penso a certe performance di Vitaldo Conte e Luciana Arbizzani, o a quelle di Carlo Marcello Conti; ad alcune pagine di Neurosentimental di Ste­lio M. Martini; alle edicole di Luciano Ori; al primo Fran­co Verdi; agli ex libris di Miccini; all’autografia di Enzo Miglietta ecc..., ma altrettanto sicuramente si può affermare che tanti altri prodotti, impropriamente detti estetici, quando si dovrebbero semplicemente chiamare “ma­nuali” lasciano perplessi.

È per questo che la rivista Intergruppo è stata selettiva. Ed è per questo che la selezione di Intergruppo-Sin­glossie sarà ancora più rigorosa.

 

Palermo, 25/10/86

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