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Antonio Spagnuolo, Fratture da comporre, Ed. Kairòs, 2009

Giuseppe Panella

Non so se Antonio Spagnuolo eserciti ancora la professione di medico cardiologo in quel di Napoli. So che l’ha esercitata a lungo senza che lo distogliesse dall’altro suo “mestiere” di editore di poesia (perché quello di poeta, di per sé, non è un mestiere, si sa).

Il titolo stesso della raccolta ultima di Spagnuolo evoca una attività medica (ricomporre fratture pregresse) dove, tuttavia, l’ortopedia è metafora lampante ed ossessiva della scrittura poetica.

«* 57. Come faremo a supporre ancora / un verso, un segno, una parola, / dopo il tremore e l’inganno, / questo groviglio di rumori che imperversa, / improvvisa babele che stronca, / o di soppiatto blocca ogni andare, / chiude un tempo ben fisso nella sera, / ove conclude in fretta ogni voce, / breve amarezza di un retaggio. / Fratture da comporre, / le mie ultime promesse, / da conservare negli spazi di un’unghia, / e chiudere nell’infinito sospetto / dell’illusione» (p. 80).

E’ l’ultimo componimento della raccolta – un testo da cui emerge (in parte) il senso dell’operazione poliritmica e polisemantica di Spagnuolo.

Le “fratture da comporre” sono evidentemente quelle tra l’espressione letteraria del verso e la sua dimensione inconscia (o perlomeno inconsapevole) che la produce e la spinge facendone espandere il significante fino a raggiungere la dimensione del significato. Tale è l’obiettivo che il desiderio di chi scrive vorrebbe produrre (o almeno così pare). Le parole della poesia vorrebbero essere la realizzazione autentica e deliberatamente compiuta della volontà consapevole del poeta – ma questo è poi realmente possibile? I rumori predominano tuttavia, la babele delle voci, le pulsioni che emergono impediscono il comporsi armonico e organico delle parole in versi che escludano o espellano ciò che armonioso (e tradizionalmente bello) non è. Di conseguenza, il lavoro del poeta è proprio quello del bravo e paziente ortopedico che con cura e passione rimette insieme ciò che si è rotto, devastato, “stroncato”  dal divampare esterno dell’inganno linguistico o del segnale confuso che l’inconscio emette. Ma tutto questo risulta solo una possibilità eventuale, il frutto del “retaggio” poetico e della tradizione che lo sostiene, non di uno sforzo consapevole diretto al chiarimento  delle finalità della scrittura o alla caduta delle illusione sulla sua origine – la prospettiva rimane pur sempre quella ristretta di un rapporto tra ciò che si conosce (i propri segni esposti)  e ciò che si produce (la “conclusione affrettata della sera”), i limitati  “spazi di un’unghia” che si rompe proprio nel tentativo di aggrapparsi alla propria volontà dimidiata.

La poesia è tutto questo per Spagnuolo: rumore e silenzio, parola piena e frammento di voce emersa dalle profondità dell’inconscio, tentativo di ricomposizione sulla base di un progetto di cui si riconosce la non-affidabilità in tempi breve (anche se “l’amarezza” è “breve”, è breve anche la conclusione cui si può aspirare).

Le aspirazioni della poesia sono però difficili da nascondere, nonostante la volontà di produrre un “effetto di copertura” che ne impedisca il tracimare. Essa vorrebbe tutto il tempo della mente per sé, vorrebbe imporsi come la dimensione principe dell’espressività del soggetto poetante:

«* 9. In ogni luogo nascondo le eresie:  / trascurate beffe fra gli interstizi di pareti, / accarezzate e consunte dall’improvvisa sparizione. / In queste stanze riducono minacciose doppiezze / le tue carezze, perse e bagnate nello sbocciare / di quella fame mentale che trattiene / regole e simmetrie. / Tra l’alba e la brina  una fuga acceca ed inganna / il verde di radici dissepolte, / nel crepuscolo invece con tutte le forze del sonno / restiamo immobili all’amore che deride / le doppiezze del sogno. /  Forse tacendo una volta per tutte la poesia / attingerà al mistero del divieto con parole disperse, / forse alla furia distruttiva della propria coscienza» (p. 17).

La poesia è una pratica “eretica” e, come tutte le eresie, va praticata in segreto mentre all’esterno si osserva una sorta di nicodemismo semi-confessato. La pratica della scrittura resta un’attività intermedia (avviene negli “interstizi”, infatti) ed è il frutto della “doppiezza” di chi scrive.

Si tratta di una “doppiezza” che non è tanto dovuta alla sua ipocrisia quando al vivere da poeta tra due mondi: quello conscio delle stanze diurne e quello inconscio che si affaccia e si scioglie tra “l’alba e la brina”. La sconfitta delle “doppiezze”, tuttavia, è affidata alla potenza del  desiderio che, mediante l’amore, travolge le barriere del sogno e rende ciò che è sepolto al suo interno (le “radici dissepolte”) capace di emergere al di là delle sue difese sotterranee. La poesia si propone di superare il divieto opposto ad essa dalla censura del SuperIo e si dispone, in tal modo, a superarlo recuperando ciò che è possibile al di sotto della soglia della coscienza che funge da barriera all’espansione del piacere. L’amore si rivela, in questo modo,  come la forza capace di far esplodere la “verde miccia” della vitalità feconda e affettiva (per dirla con un celebre verso di Dylan Thomas da Death shall have no dominion).

Il mondo della “doppiezza” si vede, dunque, oscurata dalla capacità obliqua della parola poetica si definirsi come l’orizzonte di riferimento di ogni esperienza esistenziale che voglia dirsi tale.

Lo stesso progetto appare in un’altra poesia, la numero *3:

«Troppo volte ho giocato variazioni, / troppe volte ho strappato il sorriso, / che le tue indulgenze distoglievano / al mio passo stanco, o per tradire / le fantasie di una mascella incustodita. / L’abbandono per svago della pelle / sospendeva alle mani / sbalzi di stagioni, / intorno a quei lembi lenti / nel tuo solfeggio, / quasi sempre complice dei colori. / Trattenevi lo sguardo, / quando altri rumori strapazzavano le parole / per non dire che t’amo» (p. 7).

Nell’analisi di questo testo la sfida ermeneutica è alta e la scrittura si rivelerebbe di complessità forse eccessivamente ardua se non fosse per quel “sorriso” che campeggia nel secondo verso e che conferma la natura ironica e “doppia” della riflessione poetica di Spagnuolo.

Così le “variazioni” altro non sono che la capacità della scrittura di passare dall’una all’altra parte della coscienza alla ricerca di una dimensione condivisa dell’esistenza, una “stagione” in cui musica, colore ed espressione verbale si assommano e si giustappongono. Il “sorriso” che disvela questo progetto armonizzatore è la cifra di una proposta di poesia che vuole fare da ponte tra ciò che si mostra a ciò che è nascosto sottocoperta e che si rivela per sprazzi nei sogni e nelle avventure liriche delle parole preparate per descriverli e decrittarli. Per Spagnuolo, alla fin fine, quel che conta è ciò che riesce a strappare all’oblio mediante il sondaggio inesausto di ciò che rimane del suo destino di poeta.

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