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Oretta De Marianis, Il settimo raggio, Ed. Homo scrivens, 2014

Antonio Spagnuolo

Ogni romanzo che ci accingiamo a leggere richiede sempre una diversa modalità di approccio, la quale si tramuta in un diverso modo di affrontare il libro in questione, giungendo quindi a far mutare di volta in volta l'architettura del commento, fra accenti e modalità di registro che si adattano alla simbiosi tra scrittore e fruitore. Una posizione esclusivamente favorevole che possa tratteggiare ampiamente e delineare le tracce di una continua meditazione, o interrogazione, intorno alla storia principale che viene raccontata. Bisogna allora accostarsi con garbo ad ogni scrittura, specialmente se questa è, come nel nostro caso questa sera, una scrittura adamantina, scorrevole, ricca di emozioni e di tratteggi, entro i quali l'emozione e la sensibilità giocano in una disciplina culturale senza alcun dubbio privilegiata. Scrivere storie è un modo di guardare dentro le finestre aperte, di indagare l'umanità che vive al di là di queste, e di ritrovare quella parte di noi stessi dispersa altrove. Così in questo volume la storia si intreccia nel mistero della scoperta archeologica, inaspettatamente per ricucire piano piano un tessuto narrativo che mantiene sospesi per tutto il tragitto.  Conosciamo da tempo Oretta de Mairianis, anche quale feconda creatrice di pagine poetiche e simpaticamente elettrica nel proporsi.-Questo romanzo, che abbiamo fra le mani ora, nasce da una realtà incontrata per caso, dopo la lettura e lo studio di una semplice cronaca storica incredibilmente  vera, capitata fra le mani dell'autrice durante un normale ciclo di approfondimenti o di letture. In effetti il racconto prende il via proprio da una lettera datata 1871 e lasciata quale metaforico testamento dall'esploratore archeologo Heinrich Schlemann. La notizia lascia lo scarno profilo del ricordo e si aggancia alla effervescente luminosità della  scrittrice,sempre carica di humor e di loquacità immediata, capace di coinvolgerti con un fiume di parole e di pensieri,  molto equilibrati e sempre nel giusto peso culturale. Non solo, ma quello che interessa sottolineare è la sua costante attenzione, anche in queste pagine evidenziata, rivolta sempre alla città di Napoli,  in particolare la collina del Vomero, o il rapido sguardo al Cristo velato della Cappella Sansevero, o il serpeggiare di via Egiziaca a Pizzofalcone– per la quale non si limita nello spendere parole e indagini, sia sotto l'aspetto culturale che ci distingue come popolo di elevate capacità, sfiorando appena alcuni problemi sociali o politici. Bene, ora la sua scrittura ha la particolare energia di trascinare pagina dopo pagina in una lettura semplice e accattivante. Ricca di spunti poetici, nell'intimità dei sentimenti che ella sa così puntualmente evidenziare. Alcune pagine sono veramente pura poesia, specialmente quelle scritte in sordina. Scrittura ricca di intermezzi a sfondo filosofico, rapidamente accarezzati qua e la nel mentre scorre adrenalina nelle vene dei personaggi, in completa sintonia anima e corpo, o nel vibrare delle voci tese. Immergersi in un romanzo concepito in questa ottima stesura apre panorami diversificati. Solo quando mettiamo in discussione il punto di vista antropocentrico e percepiamo la relatività della nostra posizione rispetto all'ambiente e agli altri esseri che vi abitano, possiamo davvero capire i luoghi nella loro alterità, vederli al di là delle proiezioni utilitaristiche e ingenuamente localistiche dietro i quali li nascondiamo. Ed è proprio in questo senso, per la capacità cioè di esprimere una comprensione profonda dei luoghi attraverso un doppio movimento di partenza e ritorno, che lo scritto di Oretta sulle figure, sul paesaggio, sulle immagini può dirsi quasi quasi 'ecologico'. Visibile.Rintracciabile. toccabile. Ed osservare la pagina significa prendere a tema uno degli aspetti più affascinanti e misteriosi della nostra esistenza e del nostro stare al mondo. Così accade nel racconto, dove nulla è gratuito e lasciato al caso, dove regna una ricerca meticolosa di essenzialità nello sforzo quasi maniacale di valorizzare ogni livello, ogni minimo aspetto degli avvenimenti. E dove attori straordinari (pare però a volte sostituiti nelle inquadrature più ricercate) interpretano (anche) una vitalità nuda e cruda, con tutta la complessità e ricchezza espressiva che merita. Il rapporto fra la forma adoperata ( i mezzi tecnici grammaticali ) e la visione multicolore del mondo che circonda, in vortice continuo di alternanze figurative, è il rilievo dato proprio alle figure dei personaggi, che sono a cascata continua e contrassegnati in fondo dalla coesistenza del presente e del passato, del rincorrersi e del gioco di sequenze. Qui non c'è il mito che è nascosto fra metafore, c'è la realtà immanente, nella coscienza immediata della sospensione, che diventa l'anticamera delle sorprese di un giallo. Ed è ancora il ritrovamento di una misteriosa lettera nelle tasche di un cappotto logorato ed unto di un povero barbone, già ottimo professore, morto in solitudine, che accende la curiosità di Tiziano e di Viola, e li spinge a indagare a tutto spiano intorno alla esistenza di un reperto archeologico che il vecchio Schlemann aveva accuratamente celato ai suoi contemporanei. A Dresda Eva, una giovane e affascinante fanciulla, si offre per la ricerca di famosi reperti, spariti senza più lasciar traccia: due tavolette ed un medaglione, che sembra avessero un valore inestimabile. Senza colpo ferire scocca un furtivo bacio far Eva ed il giornalista, bacio apparentemente senza conseguenze immediate. Per infittire il mistero viene rubato dalla camera di albergo di Tiziano il piccolo elefante di osso, reliquia indispensabile per i ricercatori. Romanzo è quindi spazio di libertà assoluta. - Qui il racconto nasce già variopinto, si apre alla visibilità dei sentimenti di ciascun personaggio, mediante incipit ed incisi che scandagliano l'intimità e la sensibilità delle figure. Di notevole interesse alcuni incisi  che i personaggi pronunciano a se stessi, descrivendo puntigliosamente sagome di soggetti che incontrando delinea. Sono pensieri che affollano la mente e descrizioni accorte di alcuni passaggi per una indagine che non trova mai soluzioni possibili. Scrittura quindi distesa, ben centrata in quella ricerca letteraria che rende la pagina totalizzante, scavando nella realtà per riferire le rappresentazioni di necessità e illusioni, di intuizioni e irruzioni improvvise, mediante uno scavo continuo nella visione di un mondo concluso, ristretto nei confini del tratteggio, ancestralmente iscritto in un mito che rimanda continuamente alla illusione di una fine.
A via Egiziaca a Pizzofalcone la nobildonna Tilde Striano riunisce i membri di una strana setta segreta detta del "settimo Raggio", e qui il sensitivo di turno rivela alcuni segreti intorno ai famosi reperti che Tiziano e Viola continuano ad inseguire. Delicata è la descrizione di questa strana seduta spiritica.
 Dunque lasciamo al lettore la sorpresa di scoprire quale sia la conclusione della storia. E' un filo sotterraneo, una suggestione  evanescente,  che a un certo punto viene svelato con un colpo di scena per  riposizionare le esistenze di tutti. Qui non diremo di che si tratta, per non rovinare il gusto della lettura. La storia vera sottesa a tutto il libro emerge tra le pieghe dei fatti di cronaca in un giorno qualsiasi. Così il tocco arguto e attento del giornalista riesce a far germinare un racconto che respira di corporeità sua propria, giocando di strategie nella scrittura.  Il suo è un linguaggio pulito, moderno, chiaro, privo di elucubrazioni o arzigogoli inutili, preciso, lessicalmente puntuale, adatto ed adattabile in una forma che si inquadra in contenuti esistenziali, umani, semplici ed al tempo stesso complessi.
Si rivela in una sorta di coralità che prende corpo tra i personaggi chiave del racconto, in  momenti di condivisione emotiva, dagli sguardi dei passanti, di ciò che si va annotando durante lunghe passeggiate,  una specie di comunicazione non verbale che passa per canali sotterranei. Può benissimo darsi che sia illusione nel vedere in questo il riflesso di un intuito comune, indizio di un'unica e universale intelligenza cosmica: potrebbe invece dipendere soltanto dall'impressione prodotta dalla incompren­sibile ansia che sottende ili incerti passi. Sono momenti in cui la mente vaga senza nulla di particolare su cui soffermarsi, ma in realtà attenta a registrare ogni minima alterazione in un flusso di avvolgente energia. Dall'irrompere improvviso di forze capricciose, imprevedibili, scaturisce la sintesi che si condensa nel frammento.
Un lessico strutturalmente corretto rimanda quindi ad una cronaca sottesa che si dipana piano piano tra la città di Napoli e la vecchia Dresda, alla ricerca di quella chiave capace di rivelare il segreto che da secoli  viene rimandato dall'archeologo ai nuovi corrispondenti. Un gioiello? Una scrittura da decifrare? una strana invenzione virtuale che emotivamente diventa operazione per implacabile ambizione? Leggere il libro per scoprire.

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