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Raffaele Piazza, Alessia, Ed. Rosso Venexiano, 2014

Antonio Spagnuolo

 

Raffaele Piazza è un giovane, non più tanto giovane poeta, che gioca con Alessia, si nasconde con Alessia, insegue Alessia, si manifesta con Alessia, insomma si fonde con questa luminosa Alessia, giorno dopo giorno, per tessere con lei le più svariate coincidenze di una realtà tutta fiabesca e colorata. Conosciamo Raffaele da decenni e possiamo senza alcun dubbio affermare che egli con la poesia, con la vera poesia, ci sa fare, sia per una scrittura sempre accorta e calibrata, sia per una ricerca culturale, approfondita e sicura.

Non la lingua ma i codici linguistici distinguono nettamente tra realtà e sogno, tra il dicibile, che molto spesso si condivide passivamente con altri, ed il tessuto delle tracce, che si illude di prevaricare il tempo, custode della partecipazione all’essere. Qui sono i gli attraversamenti dei codici tenendo uniti i contrari per mostrare dove la memoria fa corpo con la parola e con la cosa, con l’invisibile ed il visibile, per partecipare al singolare progetto individuale che causalmente e singolarmente coinvolge il poeta medesimo in un vortice sotterraneo che riporta all’inconscio per divenire ritmo. “Alessia illuminata, plenilunio/ mistico e sensuale sulle cose di sempre,/ la casa, la stanza, la città/ il rosso del telefono. Tutto si ferma./ Tutto accade. Alessia rosa vestita/ per la vita nell’attesa dell’incontro …” E’, questa Alessia, la figura predominante che ci accompagna nello sciogliersi dei versi, tutti armoniosamente coesi per comporre un “canto” che sia il ritmo gioioso ed improvviso del distacco quasi sorridente. Un muoversi da fiaba in alcuni balzi apparentemente destinati a rimanere per lo più inascoltati, o meglio proposti di fronte al mistero di un subconscio, sempre vigile e attento agli impulsi graffianti. Personaggio che crea la sua ombra tra gli strani, compatti e sicuri pregi che la sua mano delinea, come uno stilo acuminato e svelto, nel sopraggiungere di accenti, che hanno bisogno di comprendere, di scoprire, di raccontare, con il filtro della memoria, o con l’illusione di un progressivo incipit, una esistenza che l’amore, immaginato o desiderato, rappresenta nella sua forte intensità simbolica e folgorante. Raffaele Piazza ha al suo attivo una lunga militanza poetica, con vari libri e numerosi interventi critici, e con perizia, cultura, accortezza, riesce a creare testi sempre accattivanti e suggestivi. Egli ha nel suo “arco” una duttilità linguistica veramente notevole e la sa usare senza abusare. Le assonanze, i rinvii, le proposte, i suggerimenti, gli incisi sono delle figurazioni ideali attraverso le quali egli riesce a disegnare un tessuto sempre compatto ed attento ai risvolti culturali. Le risoluzioni che egli opera nella sua officina quotidiana diventano storie cantate, una musica da tavolo, uno strumento personale che bisbiglia tracce non solo per le illusioni ma anche per il riflesso di un sottile vetro interiore che lo distingue e lo pone fra le connessioni più sorgive e limpide. “Sera ad intessersi di Alessia/ i capelli con scia luminosa/ a poco a poco nella chiarità/ della cometa intravista dall’Osservatorio/ di Capodimonte con Giovanni:/ visione duale schermata da tracce/ iridescenti: tutto accade fino/ alla stradina della palazzina/ dove vivono famiglie. A poco/ a poco con la cometa degli occhi/ che passa ogni secolo/ a detergere lacrime di vetro.” Lo scavo interiore non si abbandona alle apparenze e cerca di penetrare nei paradossi intentati della psiche, senza mai forzare la mano per immaginare i testo segreti o sedimentati nel profondo, così da rafforzare l’impressione che in queste liriche si raccolga una originale vaghezza di post moderno, per trarne infine un originale sperimentalismo tutto teso alla evanescenza. L’esercizio incessante, in questa scrittura, sarà quindi cifra di approccio alle pieghe di una costante liberazione dalla sorpresa, mentre nella sorpresa stessa incidono i versi di chiosa o di sospensione. Coriandoli il nutrito anelito di versi che in un apparente leggerezza dei contrasti diffonde interruzioni e assembramenti, una distinta soffusione di movimento. “Sera a intersecarsi con quella/ precedente che non torna./ Il tempo del giardino, ragazza/ Alessia in limine con l’aria/ Ad accadere a svettare freddo/ vento sul viso di donna/ nell’intessersi il sorriso con/ di Giovanni la linea delle labbra/ rosse nel senso delle cose/ nel resistere all’attimo/ fuggente a portare Alessia/ oltre il fondale del dolore/ per addentare della mela/rossa la gioia.”

Il canto ripetuto diventa un armonico comporsi di tasselli come volatile, soffusa, interruzione dalla improvvisa intuizione del movimento. Dunque scrittura che diventa germoglio, possibilità, promessa, illusione, richiamo attraverso molteplici aperture alla visione della mente che ricerca, vivida e vivificante, per una realtà che sembra non lasciare scampo ad un ragionevole dubbio che si insinua tra le curiosità di un ritorno, un frammento pervaso di amarezza, una tentazione ricca di sorprese armoniose. Nessun rimpianto è sospeso e controluce scattano possibili passaggi di aneliti, di dolci pieghe, di nascoste ispirazioni verso graffianti e un poco amare rivelazioni. Alla memoria collettiva è dunque il ritmo all’interno del tempo, un tempo che, nelle sue continue oscillazioni, impone i suoi spostamenti tra paesaggi inventati o metafore avvincenti. Ecco che, costellata di squarci meta letterari, qui la trama si cuce in un sistema sottile e al tempo stesso corposo per le sue improvvise dinamiche che interagiscono con gli elementi casuali, per la vasta tastiera che perdura e sfida all’ombra di uno scandaglio complesso, e consapevole di spasmodiche sfaccettature. Tutto si accorda con l’acutezza visiva dell’autore, nella poetica dal tratto esistenziale e dagli accenni sottintesi di una personale filosofia, chiusa in quegli anfratti dei frammenti memoriali, che si mescolano a visoni inconsuete o a tratteggi fantastici.

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