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Luigi Fontanella, Controfigura, Marsilio, 2010

Antonio Spagnuolo

Un diario nel quale e per il quale inseguiamo le memorie del giovane Lucio , che altri non è, senza alcun dubbio, lo stesso Luigi, per le strade di Roma , rivisitata tra i ricordi del tempo che fu e che oggi  riappare in tutto il suo metaforico splendore di luci e di ombre. Una trasognata passeggiata mentre riemergono piano piano e a poco a poco fatti ed episodi che erano rinchiusi nella mente del protagonista, a volte addirittura rimossi o accatastati, per poter riemergere con le fantasticherie colorate. Già il titolo infatti rimanda ad altro personaggio, altro da se stesso narrante, che sembra giocare a rimpiattino, e trincera l’autore in un alter ego, che in parte gli somiglia ed in parte è - in verità - sempre lui stesso: con le frustrazioni di allora e le insicurezze di oggi, non più giovanissimo, ma colto, nient’affatto contrito, padrone di lingua e sintassi, sempre alla ricerca del vocabolo e delle etimologie che ogni parola cela. Sembra giocare con le illuminazioni e con i ripensamenti, con le apparizioni che accrescono l’ansia del rivivere momenti o giornate, quasi che l’attualità possa cambiare lo scorrere degli eventi, ma trasportato da un leggerissimo soffio di vento tra vie urbane e squarci di giardini, illuminati dal sole, o dai lampioni sempre fissi nella loro impennata staticità.

L’onda si avvolge come un’elica alla storia di questo simpaticissimo professore e segna tappe fondamentali nelle attese e nei ritrovamenti, negli inaspettati incontri e nelle manifestazioni affettive di antichi compagni, per caso ritrovati , e che diventano quasi tracce indelebili che vanno a segnare lo scorrere della vita e della realtà quotidiana.

Anche gli angoli di un palazzo offrono spunti per una rivisitazione di momenti che hanno segnato ore, le quali si esprimono in poesia come il tocco magico di una campana, o il fruscio ripetuto delle foglie, un tentativo di ridare voce al frammento a livello microscopico per nutrire ed esplorare le ragioni della propria presenza, e si  intreccia così un progetto che coinvolge ogni precisione, esplorare l’irreversibilità delle illusioni perdute e battere le palpebre alle sfumature del racconto.

Tra i ricordi più allegri e pimpanti si affaccia, in tutto il suo splendore di scrittura e di linguaggio, l’avventura sostanziosamente delirante con l’amica Willow , la quale , già alla ricerca di un qualche compagno ricco che possa sistemarla per la vita, coinvolge il protagonista in una giostra di illusioni, culminate con la stesura di un quadro astrologico da lei minuziosamente composto e che , amica o non amica, si fa pagare profumatamente. Le azioni sono rapide e palpitanti in un movimento privato che lascia il sorriso per quel progetto perseguito e non raggiunto. La Willow, quasi del tutto esausta, abbandona la preda e sparisce, ma nel tempo riappare per mostrare a Lucio la sua definitiva e gloriosa conquista.

Il romanzo nasce spontaneo e dirompente dopo il ritrovamento casuale di un vecchio taccuino, sgualcito ed ingiallito, nel quale è segnato a matita l’incipit di una traccia, segnato nella gioventù, senza precisi intendimenti di sviluppo e lasciato a decantare per decenni .

Il gioco è tessuto nelle divagazioni e nelle interrogazioni, nelle sorprese e nei ripensamenti per una specie di rincorsa che trattiene il respiro ad ogni apertura, ad ogni orizzonte, ad ogni realtà, che si propone come nuovo e vecchio discorso, che dal sanguigno ritrae e nel custodito si ritrova. Nitida ed elegante qualche figura femminile si affaccia con le sue caratteristiche umane quasi sempre abbinate alla improbabile creazione letteraria. Così riappare Laura, una fiamma del terzo liceo, ormai irriconoscibile nella sua lievitazione fisica, nella disillusione di un personaggio da salotto, tra quelle figure che ripetono i versi delle loro impertinenze .  

E qui il divertissement nel delineare i caratteri somatici ed i tic di alcuni professori  imbevuti come spugne di cultura classica, latino e greco; dannazione per alcuni studenti già votati al nuovo; aureola mistica per altri di estrazione piccolo e medio borghese, accelerazioni linguistiche che si dipanano in una sequenza di voci, e della coscienza critica e della  illusoria compartecipazione, ed il flusso delle ripetizioni colorate decisamente folto tra le pieghe della malinconia o i sussulti della improvvisazione  .

Si scopre l’amore per le statue che ornano Villa Borghese, con relativi spunti sulla grandezza dei personaggi di quel tempo (ritenuto tuttora presente e imperante e forse, oggi, soltanto da qualche nostalgico signore attempato). E non manca qualche riflessione sull’ego e sull’es durante l’incontro con l’ex compagno di banco; oppure la vicenda di carattere introspettiva che gli fa scrivere, dopo il rischio apparente di essere falciato da una macchina in corsa: “Sento come se davvero avessi subìto l’incidente. Guardo nuovamente verso gli operai. Uno dei due si sta calando nel tombino. Ogni tanto riappare, solo con la testa, per dire qualcosa al collega. In questo apparire e scomparire della sua testa c’è tutto il mistero del mondo”. Chiaramente, questa potrebbe apparire un’espressione di stampo kafkiano, molto diversa dai continui rimandi alla letteratura italiana: da Cavalcanti con la sua ballatetta Per ch’i no spero di tornar giammai, a D’Annunzio; a Pirandello; al Borgese di Rubè; all’Antonio Delfini; all’autore della Coscienza di Zeno. Né sono assenti richiami dotti come quelli in cui appaiono le figure di Fellini e dei suoi migliori film (trattati in chiave di critica cinematografica, seppure a volo di uccello). Uguale trattamento viene riservato al Resnais de L’anno scorso a Marienbad. Toccante, fino a suscitare un forte sentimento di empatia con il narratore, il dichiararsi ostile all’intero mondo; schivo; introverso; eccessivamente riservato: ma all’occorrenza un bluffeur se deve mentire, affermando – senza affettazione – che lui, tutti quei libri tenuti qui e in America, mica li ha letti proprio tutti, e non è vero. Essi sono fermi a testimoniare una continua voglia di crescere, frammista ad una incorreggibile mania bibliofila.

Luigi Fontanella ha una sua tecnica di scrittura veramente coinvolgente, uno stile tutto teso, senza alcun tentennamento, alla mimesi, al tributo per una amplificazione culturale, dal contenuto scelto e dalla impostazione obbligatoria della favola, così che la voce narrante è al tempo stesso voce terrosa e profumata, sapiente e malinconica, sorridente e ammiccante, in una osservazione fedele degli eventi, colti con l’intenzione del cronista ligio, ma al tempo stesso distaccato.

Salvare la mente dall’attaccamento alle parole povere in cui sono chiuse le volontà in contrario , dimenticate o custodite nel cuore, nella misura che si addice ad un intenditore, con l’estremo calore della composizione che allude continuamente alla condizione umana persa nel passato e ritrovata felicemente nel presente. La ripetizione è anche la forza intrinseca dell’eloquenza, tra i frammenti ben distinti, definiti, circoscritti che comunicano continuamente la presenza della continuità. Armonia nell’andamento lirico che insiste senza forzature in una lingua dall’andamento sinuoso, mai arduo o enigmatico, ma scavato nella oggettiva partecipazione del cuore e dei sensi , quasi messaggio scoccato fra il tempo e lo spazio.

Tra le varie occasioni  di incontri non dispiace leggere, con attenzione e interesse, alcune notizie intorno alla “porziuncola” di San Francesco, in un splendida notte estiva , ove un Cristo incoronato di spine, con il volto inclinato a sinistra, fa  bella mostra di se al centro di una piazzetta, deserta ed illuminata da una luce giallognola. La sorpresa è il sapere che il Santo è stato anche a Trastevere, per la precisione a Ripa, in un suo forse non conosciuto soggiorno in quel di Roma, ospite venerato della Santa Jacopa , alloggiato presso l’ospedale di San Biagio. Spigolature che rendono sempre più brillante questo ricchissimo volume.

E cosa dire dell’imbarazzo coloratissimo alla riunione festiva degli amici Fabrizio, Marika e Karen ? Una sceneggiata vera e propria tra due ex amanti, ora inaspettatamente coinvolti in una cenetta a base di cuscus e in un disperato accenno alla danza del ventre , tramutatasi nel più banale litigio.

Controfigura esprime il destino di un giovane nel dischiudersi di un tempo che rischiara e che occulta, nel libero spazio di giornate romane, quando non sorprende più la parabola possibile del pronunciarsi, là dove trae origine il silenzio e ritorna il suono ritmico della memoria , fra costruzione e decifrazione di alcuni tentativi di reinvenzione.

Una lettura gradevole, più volte pigmentata da rapide informazioni , più volte arricchita da sentimenti forti e duraturi, che fanno della speranza un rinvio probabilmente a quel rifugio esistenziale necessario per un rivivificare il ticchettio delle convergenze. E le varie corrispondenze suggeriscono gli spazi aperti nei quali si rispecchiano tutte le nostre presenze, che mostrano, porgendo, il dischiudersi di tutto quel che noi chiamiamo mondo degli altri.

L’impegno di Fontanella ha un contatto profondo con la realtà e le presenze umane che incontra, sia dal punto di vista storico esistenziale, sia dal punto di vista di una pienezza tutta elevata della ispirazione, ed è un gioco intrapreso nella luce gioiosa del racconto che non ha cadute, ma trattiene nel suo involucro, nelle immagini, nella autonomia che funge da lente di ingrandimento per le strutture formali e comunicative.

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