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Ciro Vitiello, L’opera poetica, vol. I, Ed. Guida, 2012

Antonio Spagnuolo

Scrivere, leggere, riscrivere, rileggere, insistere su di un passaggio anche dieci volte, cercando di rinnovare tutto l'impianto strutturale e  tematico della sua poesia, con una penetrazione a posteriori, per cui il sentimento del presente educa e modella la scrittura "data". Così Ciro Vitiello presenta, con le liriche raccolte in questo nuovo primo volume dell’ opera omnia, il suo instancabile lavoro teso a cogliere il senso attivo e profondo che sottende il processo linguistico del divenire poetico. Il tempo, sospeso fra la quotidianità e l’accadere, fra la vita e l’illusione, si appalesa in tutto il suo splendore avvincente, che rende l’uomo protagonista e vittima, , nello schema emozionale che la scrittura riesce a trasmettere per quella sua intensità e per la partecipazione personale che amplifica la continuità. I sobbalzi razionali si sublimano nel verso, ricco di rinvii e di abbagli, per il concretizzarsi delle idee che affollano la mente e che molto spesso annebbiano per le concrete oggettività del richiamo, senza mai scadere trasversalmente.

Contenuti e comunicazione diventano passione civile , misteri della società, certezze di apparizioni, testimonianza di impegno, “mentre il cuore è angosciato, l’orologio sa i tempi/ di rovina – incomincia a nevicare dolcemente / nella finestra, i viandanti vanno tristi con l’ombrello,/ l’orda barbarica abbatte torri….”- La ricomposizione, tra l’intenzione significante e l’inteso stilema, diventa tematica dell’intimità o impaziente accumulo di immagini, che coincidono sempre con il frutto conscio della introspezione e dello scavo continuo attraverso il modulo linguistico. Depositario di messaggi, compiuti con la estrema duttilità delle locuzioni sperimentali, Vitiello dispone il suo ritmo poetico tra i luoghi franosi del laboratorio, riuscendo sempre a salvare la straordinaria sua sedimentazione del vissuto, tra passione rimossa e volontà di conquista. Le immagini ed i moduli compongono molto spesso un impeto civile che affranca il soliloquio per piegare la parola allo strumento retorico , che mai diviene ingombrante , anzi si affina nella esclusiva interpretazione del registro.

Il sentire la lusinga crea un divario policromatico fra il dicibile ed il non dicibile, fra il pensabile e l’impensabile, e l’alterità si determina attraverso le metafore , numerose e ricche, attente molto spesso alle inclinazioni colloquiali , nelle quale il poeta insiste . “L’aurora scivola tra le foglie e brucia il mio corpo-/ tenta le lesioni delle effimere ebrietà, estirpa/le notturne radici, le libidini – si spegne la memoria/ del sogno. E mi concilio- godo- diserto Iddio, muto/ come isole mute, e subito pendo in novissimo nulla/ andando nel frivolo della città. La luce rosicchia i muri,/ graffia gli angoli, le recondite forme, la vile / donnina che galleggia mistica macula!/ Il fiore è libero aprile, così/ sento sorseggio/ secerno.”

Qui il corpo della poesia è una vera e propria avventura linguistica , un canto sospeso tra la creazione del verso la conquista della fabula , ove lo stile compatta l’autenticità assoluta degli accenti.

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