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Ciro Tremolaterra, Sorrisi da un piccolo giardino, Ed. Kairòs, 2013

Antonio Spagnuolo

 

Per Ciro Tremolaterra il canto della poesia si apre improvviso per rompere il silenzio che circonda il poeta, una limpida musicalità che traspare tra verso e verso in un flusso continuo di sorprese che si affacciano rapide e fulminanti nel giardino della sua semplicità o nella luce di sorrisi ritrovati. Si avverte nello scandire del ritmo, molto spesso rapido e dal verso breve, una serenità che aggancia i passi del cuore per rincorrere le sospensioni che la quotidianità offre al pensiero e alle emozioni. Vi sono momenti caratteristici della sua scrittura , momenti che si affondano nella ricerca , anche se il tratto a volte accenna ad una raffinata leggerezza------ Colloquio placidamente sommesso il suo ripetere : “Io non lo so perché voi non parliate,/ alberi, quando il vento accarezza/ reca proprio una bella sensazione/ vedervi al sole dolcemente muovere/ vicini e in lontananza. Accarezzato/ anch’io con voi, adesso vado piano/( m’imbatto nei ricordi dell’infanzia/ che sembrano fiorire in questo vento)/ perché noi ci stanchiamo tanto tanto.” Come si vede ecco una maniera di poetare che offre la delicatezza del pensiero e della parola stessa. Ma vorremmo approfondire ! Il problema del rapporto, sempre sul filo del paradosso, che un soggetto insatura con la catena significante segna le identificazioni simboliche che si attraversano nelle intersecazioni della provvisorietà. Una prima soluzione sarà quella della metafora – il passaggio dalla struttura dello scivolamento orizzontale a quella dell’arresto sull’asse verticale – che richiama le sembianze delle figure. Vuol dire che il soggetto si tira fuori dalla catena, rilevando un meta-significante– che permetterà di costruire un rapporto con il linguaggio basato sulla metafora, capace quindi di produrre “senso” e di arrestare lo scivolamento metonimico del significante, che non può essere considerato come una struttura statica di differenze. “Amo cantare per le vie assolate, / ristorarmi con voi alberi miti, / scompare ogni sciocchezza ogni bugia / nella profondità dei vostri rami.” - Una armonia, da arcani incanti, meraviglia un mondo da lirici abbandoni ; la natura stessa sembra assentire alle consuetudini dell’abbandono, momenti in cui partecipiamo di una consapevolezza visiva, ove si può trovare la conoscenza e la bellezza che permette di accarezzare la tranquillità , che resiste ed esiste, si distende alla luce solare, qui senza mai curarsi delle altezze o della estetica, che soggiorna nel mondo cercando riparo all’ombra o al disincantato divenire. Tremolaterra vuole ascoltare le voci della natura nuda , vuole ascoltare il canto dei frassini , dei platani , delle verdi foglie, vuole ammirare i clori dell’autunno e ritrovare d’incanto la pace di un giardino che fu luogo prediletto della gioventù. Spesso egli ritorna ai luoghi del passato , con un tremore , con un’ansia genuina, per riassaporare il sole della leggerezza, il venticello che accarezza, e chiede timorosamente di restare solo nel silenzio, così solo da “non dire niente”! – L’esecuzione gestuale e rapida non è casuale, bensì affidata al prorompere del fraseggio , al misterioso flusso delle illusioni , alla pur presente disarmonia dell’imprevisto , rincorrendo lacerazioni e strappi del presente. La parola si adatta a quelle volute , a quegli avvitamenti che coinvolgono e nel contempo consentono di entrare nel vivo delle rappresentazioni, nel senso del ricordo incastonato nella storia presente come un sigillo che imprime indelebili incisioni. Il percorso è lineare , come il ritorno alla istintività della innocenza infantile , o alla levità della gioventù, volutamente tendente a rinnovarsi per non esaurirsi nella futilità. Il poeta cerca di allontanare la discontinuità che nasce involontariamente dalle immagini , come colore e suono , per rimodellare il simbolo tra la realtà e le singole stravaganze del quotidiano. In presa diretta allora, senza troppi tentennamenti , il racconto che egli ricama reca un marco di fabbrica inconfondibile, e gli scatti in avanti stimolano un inanellato imprimere delle intensificazioni , un tentativo per allontanare da se ogni falsificazione del rito , scandagliando nei ritagli della speculazione ritmica. – Il canto nasce già variopinto , con una elegia che apre alla visibilità dei sentimenti, mediante incipit ed incisi di una esperienza che attinge ai ricordi, ai ricordi anche se non molto vicini e delicatamente impressi con un alternarsi di date contate all’incontrario, e continua nelle immagini , correndo gioiosamente tra i prati o coinvolgendo desideri improvvisi, asciugando una lacrima impertinente, sorridendo ad una rapsodia melodica. Tenta timidamente qualche accostamento ad incipit filosofici , penetrando in un ritmo incalzante di domande alle quali ella non da risposta , proprio perché noi non diamo risposta ad alcuni quesiti che sorprendono il nostro intelletto , o a volte cerchiamo di idealizzare figure che si sono accostate nei giorni, nella difficoltà dell’esistenza, nella complicità dei riflessi , e tentiamo di pronunciare semplici ed affettuose parole alla compagna che ci ascolta. Nel silenzio che circonda egli spera di risentire le voci della vacanza , delle foglie scosse dal vento, in una freschezza che si fonde anche nel canto o riecheggia del passare del tempo per apparire dolce e soffusa. Non dispiace in alcune pagine anche una certa esuberanza lirica della scrittura, che si infiamma di slanci celebrativi e memoriali, tra guizzi paesaggistici o incisivi lineamenti familiari. Così appaiono di una semplicità carezzevole alcuni versi come : “Potessi ti starei sempre vicino/ senza pensare a niente , solo a vivere/ in una casa tranquilla innocente./ Avrei voluto dirti questo, cara: / ci eravamo seduti su un muretto / aspettando tuo fratello, quel giorno / che penso anche tu ricorderai, / forse in modo un po’ diverso da me./ Adesso lo capisco (com’è tardi!),/ sentendo che con te sarebbe stato / un buon cammino di sincerità, / complicità, rispetto naturale / nelle difficoltà dell’esistenza/ (starò idealizzando il mio sentire?) / così, perché noi ci vogliamo bene./ Leggi con un sorriso questa mia./ (E poi ci siamo detti tante cose/ trovando accordo comprensione spesso/ diventando le voci familiari).” – Stile colloquiale, che giustifica quegli attimi corali che con garbo mediano nostalgie e sorriso.

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