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Vincenzo Fresa, La Sindrome di Saul, Gruppo Editoriale l'Espresso, 2012

Michelangelo Jovine

Il tratto più vistoso della narrativa degli ultimi anni è la graduale separazione dalla Storia o dalla politica. Questo esilio dalla Storia, ha rilevato Marabini, deve essere considerato «non come impoverimento o illanguidimento di forza narrativa, ma come correlativa, opposta se vogliamo, conquista di una realtà più ardua, nascosta nei fondi più remoti dell’anima, nelle pieghe della memoria, o nei meandri della stessa materia che ci compone… Al fattore ideologico si deve aggiungere un ovvio fattore biografico: l’aggressione alla Storia coincide con gli anni della giovinezza, mentre il ripiegamento coincide ora con quelli della maturità». La sindrome di Saul (Gruppo editoriale L’Espresso, 2012) di Vincenzo Fresa è un ottimo esempio di tale congiunzione formale, nella quale l’interrogazione delle ragioni storiche dell’esistenza è affrontata con uno slancio che è, allo stesso tempo, “oggettivo” e “personale”.

Si tratta di un eccellente romanzo che appartiene alla sfera della narrativa della coscienza, e che assegna alla scrittura, perciò, un fondamento autenticamente morale, di respiro fortemente simbolico ed epocale.

Ma quest’opera è anche segnata da timbri e da colori di singolare ambiguità, costituendo un carattere narrativo originalissimo, diremmo anfibio e misto, che oscilla tra la tensione oracolare, oggettiva, assoluta, e il realismo psicologico-confessionale, in cui il gusto dell’introspezione e dell’auto-analisi si intreccia con il grande e universale racconto delle vicende di tutti gli uomini. Quindi, sul piano storico-sociale si innesta un motivo auto-biografico che, tuttavia, non è certo ricompositivo né conciliante; il protagonista è, infatti, quasi “sdoppiato” in due personaggi che vagheggiano con trepidazione elegiaca il passato come una dimensione malinconicamente “perduta”, arrivando comunque, in ogni caso, a giudicarlo aspramente, ironizzando su di esso con un amaro e spesso caustico distacco. In questo modo, lo stesso viaggio nella memoria del protagonista non avviene per mera scelta nostalgica, ma tende ad analizzare con maggiore efficacia e “durezza” lo stesso presente, in nome di un alto, invincibile sentimento di entusiasmo e di fede nella vita.

Dicevamo della natura ambivalente e sdoppiata del protagonista, diviso in un lucido “io narrante” e in un personaggio chiamato Saul Fausti, con un chiaro riferimento di carattere biblico e goethiano; l’io narrante assegna proprio alla figura di Saul il compito di rivivere, in una specie di mitica e onirica proiezione, le esperienze e le tortuose vicende storiche e biografiche da lui vissute.

Fondamentali sono, nel romanzo, le indimenticabili figure femminili che compaiono sulla fitta e complessa scacchiera degli eventi narrati: la prima è immersa in un tragico coma irreversibile ed è in attesa di un bambino di paternità incerta; la seconda è un medico, di nome Era Germani, vedova dell’io narrante (e qui i toni drammatico-paradossali sembrano avvicinarsi a una dimensione pirandelliana); la terza figura femminile è Paloma, una ragazza letteralmente ossessionata, per non dire perseguitata, da Saul Fausti, che ne è follemente innamorato. Un destino crudele attenderà anche la terza fanciulla (ma non vogliamo rivelare i non pochi “colpi di scena” presenti nell’opera) .

Queste tre straordinarie donne sono dotate di un’aura estrema, e sembrano l’immagine allegorica di tre grandi passaggi della storia umana: il sonno pesantissimo della coscienza, la palude del dolore; la rimembranza infinita del lutto, poi riscattata da una improvvisa speranza di salvezza e di palingenesi; e, infine, la rinnovata primavera-rinascita dell’amore che sempre sfugge ed è inseguito: la promessa, forse, di un nuovo Patto, di una nuova alleanza tra l’uomo e il tempo, tra l’amore e la vita. Ma si tratta, però, di una primavera che, dialetticamente, andrà incontro a una nuova fase di tramonto e di un tragico e irreversibile eclissamento. Il romanzo di Fresa è scritto in modo efficace e coinvolgente: il suo stile, plastico e fervido, è continuamente pervaso da una grande energia emotiva e spirituale, ed è capace, in ogni sua pagina, di appassionare il lettore, ma anche di stupirlo e di destabilizzarlo con i suoi vorticosi movimenti inattesi e inquietanti, che delineano una realtà enigmatica e dolente, ferita dalle sue inconciliabili contraddizioni e dalle sue costanti, irrealizzabili utopie.

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