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Vittorio Zanetto, Trilli del nascosto inverno, Zanetto Editore, 2010

Antonio De Marchi-Gherini

Ultima raccolta e, a quanto scrive il prefatore Canzio Bogarelli, summa di precedenti raccolte arrichita con qualche inedito a completamento dei paesaggi dell’anima che Zanetto ci regala prendendo a pretesto il cangiare delle stagioni e degli umori in terra lombarda. E se dobbiamo subito cercare dei padri, meglio delle aree di riferimento , possiamo tranquillamente collocare il Nostro in quella tanto elogiata e a volte vituperata Linea Lombarda. Poesia che si avvicina ai crepuscolari perché la Lombardia ha inverni che durano otto mesi e silenzi a volte infiniti che portano gli animi sensibili alla riflessione, alla meditazione e spesso, forse troppo, alla poesia.

Con la natura Zanetto ha un rapporto di amore/odio, nel senso che si specchia in essa con tutti i suoi umori e amori e siccome la natura, come dice Leopardi, e madre e matrigna, il poeta ne intesse un dialogo a volte affettuoso a volte stizzito, come se, appunto, avesse a che fare a volte con la madre a volte con la matrigna.

Leggiamo un testo preso a caso, ma non casuale, poiché risponde a quanto detto sopra: Trilli di passere dallo spoglio ramo:

 

Tra il fruscio di sterpaglie

così secche sotto la neve

odo i trilli di passere sole

dallo spoglio ramo del melo,

nel nascosto inverno ostile

alle vigorose luci del cielo

già cadenzano il subitaneo

respiro di un sonno caldo.

Vedi, ultimo viandante,

giganteggia di solitudine

l’immane vuoto cadente.

Ricado in un dito di nebbie.

 

Ecco ritengo confermate le mie tesi sopra esposte. Vi è amore, malinconia ‘terrore’, ben celate dalla dolcezza del verso e da un linguaggio volutamente arcaico. Oggi tutto è snaturato, marciamo verso la catastrofe collettiva, e se qualcuno vuole frenare questo demente arrembaggio alla natura, che comunque ci sostenta, lo deve fare con le armi spuntate della poesia e con quattro gatti di ecologisti che calpestano l’italico suolo.

Ma sarebbe fare un torto al poeta, visti gli illustri commentatori che mi hanno preceduto, non riconoscere a Vittorio Zanetto un forte capacità sincretica di inflessioni sommesse e contemplative a volte spiazzanti, per la ricchezza della trovata e il nuovo punto di vista che ci regala in abbondanza, magari facendoci vedere con occhi nuovi un albero, due fili di nebbia, una passera che canta alle distese prative il suo inno alla gioia. Sì, dico gioia, anche se il dettato poetico sembrerebbe andare in altra direzione. Oppure certi dialoghi lunari, degni del migliore Montale, Parronchi, Rebora, tanto per citare qualche nome che mi si è affacciato alla mente mentre centellinavo Trilli del nascosto inverno.

Stilisticamente parlando Zanetto tende a una fusione del linguaggio arcaico alto e classicheggiante con il parlato comune, con prevalenza, il ultima analisi, del primo che ben si addice all’elevatezza dei contenuti che veicola. Una poesia che definirei estetica, visione del mondo e paesaggi dell’anima, non dissociati da un impegno etico. Ma di un’etica particolare, quella di difendere a spada tratta i sentimenti, il sale della terra così povera d’amore. Sentimenti per l’anziana madre. Per madre natura e per quel variegato mondo di erbe ed animali che sono il mondo poetico di Vittorio Zanetto, raffinato editore oltre che bibliofilo e cultore di cose belle.

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