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Claudio Fiorentini, Incauta magia del mentre, ed. Kairòs, 2012

Antonio Spagnuolo

 

Sarebbe opportuno ogni tanto riflettere sullo statuto speciale del libro non letto , del libro che viene trascurato dalla critica e dalla pubblicità , non perché non valido , ma perché non ha trovato l’ora della leggibilità ed è in attesa di esser letto. Ora più che mai bisognerebbe dedicarsi ai libri che invece esigono di esser letti , proprio perché sono fuori dalle infami classifiche dei libri più venduti e - si presume erroneamente – più letti. Da più parti le grandi case editrici, per lo più del Nord, sfornano volumi che cercano o hanno fortuna soltanto perché firmati da personaggi dello spettacolo, della TV, del giornalismo, dello sport,e molto spesso senza una valida sostanza culturale che li renda esemplari. Questo che dico è soltanto per avvalorare la necessità di inseguire anche quei volumi della editoria minore, che molte volte , fortunatamente , sono degni di essere letti e di essere diffusi. E ancor più se parliamo di poesia.

La poetica , anche se inseguita così poco dal pubblico disattento se non addirittura nemico , ha attraversato negli ultimi decenni varie fasi di destrutturazione del linguaggio, cercando nelle varie possibili espressioni di non immobilizzare, per non essere sconfitta dall’insorgere di linguaggi aberranti, e spesso attingendo energia da esperienze emotive già salde per eredità classiche definitivamente assorbite, sia come cristallizzazione di una carica energetica, sia come conoscenza razionale che sopravvive, e che sopravvive alla rivoluzione telematica che cerca di mettere nel cassetto il discorso poetico inteso come discorso lirico pronunciabile.

Il volume di Fiorentini , che questa sera abbiamo il piacere di sfogliare insieme, ha in se intatta tutta la capacita del discorso poetico nel suo stile moderato, che spazia dalla chiave narrativa al gioco delicato dello svelamento, dalle esigenze comunicative , alle scelte di un inconscio pronto a salvare, e a salvarci, ricco di numerose metafore, realizzato nella spontaneità del verbo, giocato molto spesso fra i simboli del logorio dei giorni. .

Egli esordisce con :

“Incenerire case e padri e madri

Poi giovani fuggire

Per uccidere i ricordi

Rossa la sponda

E il cosmo

Incube soccombe

Io non ho forme

Come a difesa di quel bene assente

Che taglia per durare un’altra morte.”

*

Una tale profonda e quasi violenta dichiarazione lascia sospeso ogni giudizio critico per dare il passo allo stupore, che potrebbe nascere rilevando una serie di elementi storici significativi, secondo le scene che il subconscio mette in evidenza per sovrapposizione di emozioni o di congetture, semplicemente penetrate nella materia temeraria ed ambigua dell’annullamento dei genitori , un desiderio occulto che si palesa prima come liberazione da un vincolo , ma subito dopo come incubo manifesto e che preannuncia, senza pietà, di sicuro altra morte, quella che noi stessi paventiamo essere dietro l’angolo ad ogni più sospinto.

*

Col tono febbrile di alcune pagine , accuratamente ricercate nella scelta della parola, ci si addentra in sospensioni che la storia personale rielabora per sospiri, ove un alito di donna possa condurre ad alti voli. Egli dichiara, con alcune frasi lasciate in internet, che la sua scrittura : è il risultato di molte ricerche e studi finalizzati a spogliare la parola del suo significato privato e restituirle un significato unico fatto di suono e di ritmo, dove per capire il contenuto bisogna rinunciare a capire, e semplicemente leggere ad alta voce.

E ad alta voce possiamo scandire :

“Anche cosparsa in carne

L’ansia mia

È traspirante amore atteso

Prosegue

Quasi opposto il tempo

E il suo richiamo

Di passi vitalizi

Amarti allora

Predato dissapore e sangue e sogno

Ma tenue

E teso filo unendo

Possa volerci insieme.”

-- Non ci sono punteggiature e la lettura si affanna in stilemi che si rincorrono uno dopo l’altro, per infliggere un certo ritmo, un ritmo che stimola l’intelletto ad interpretare tutto quanto l’autore voglia dire . Una vertigine allora ci suggerisce che l’amore prosegue dal nulla o dall’ansia opponendosi al tempo per non estinguersi , vincolando gli amanti ad un filo che lega al di la del tempo stesso.


*

Ogni poeta dovrebbe risentire naturalmente di quell’insieme provocatorio e contraddittorio dei precedenti storici , culturali , politici , poetici che dalle complessità dei vari periodi approdano a esiti che spaziano tra la tradizione ed il rinnovamento della scrittura, con aperture alle nuove esigenze di un ampio e partecipe rapporto con la realtà comune, e conseguenti prelievi dai testi impegnati, su di un terreno fitto di tensioni in sintonia con le espressioni del vissuto quotidiano.

Tra la fantasia convivono la passione di conoscere e far conoscere , nei modelli che la semplicità dell’autore è capace di manifestare.

*

“Laddove il morire dell’uomo

Al passo degli attimi s’inventa

Mille poesie divampano

A morire nel fuoco.

Noi

Che viviamo il soffio della morte

Nel fugace ritroviamo l’ansia

Di scoprire

Che anche il minimo soffio di vento

Mi si ripete…

…continua

E il ticchettio risolve ogni speranza.”

L’effusione lirica qui si contorce nella speranza che il ticchettio , il passo celere del tempo , non possa fermare il soffio del vento ma sia capace di fermare l’avanzare imperterrito di Thanatos , nella esperienza intuitiva di un comunicarsi da singolo a singolo , tra la poesia e la musica, per indugiare negli attimi che inventano il quotidiano pensiero e la quotidiana illusione. E qui in queste poesie di Claudio Fiorentini rimandi espliciti sono tutti rivestiti di quella fantasia onirica , di indelebile fascinazione a più strati ed in una raffigurazione che ha tutti gli aspetti del bassorilievo.

*


In una interessante pagina de “Il piacere” Gabriele D’Annunzio scrive : “Il verso è tutto. Nella imitazione della natura nessun istrumento d’arte è più vivo, agile, acuto, vario, multiforme, plastico, obbediente, sensibile, fedele. Più compatto del marmo, più malleabile della cera, più sottile d’un fluido, più vibrante di una corda, più luminoso di una gemma, più fragrante d’un fiore, più tagliente di una spada, più flessibile di un virgulto, più carezzevole di un murmure, più terribile di un tuono, il verso è tutto e può tutto. Può rendere i minimi moti del sentimento e i minimi moti della sensazione, può definire l’indefinibile e dire l’ineffabile , può abbracciare l’illimitato e penetrare l’abisso, può avere dimensioni d’eternità, può rappresentare il sopraumano, il soprannaturale, l’ultramirabile, può inebriare come vino, rapire come un’estasi, può nel tempo medesimo possedere il nostro intelletto, il nostro spirito, il nostro corpo, può infine raggiungere l’Assoluto. Un verso perfetto è assoluto , immutabile, immortale, tiene in se le parole con la coerenza del diamante, chiude il pensiero come un cerchio preciso che nessuna forza mai riuscirà a rompere, diviene indipendente da ogni legame e da ogni dominio, non appartiene più all’artefice, ma è di tutti e di nessuno, come lo spazio, come la luce, come le cose immanenti e perpetue…” Con tale e per tale luminosa interpretazione della poesia non resta che immergersi in toto nella lettura di versi e di musicalità, che riescano a coinvolgere il poeta e il fruitore. Si tenta allora una revisione di quanto avviene negli ultimi decenni.

*

La identificazione di un destino individuale coglie di preferenza le fasi dell’eros, quando l’attimo tace o i sogni sembrano covoni e bisacce sospese nella primavera, e coglie ancora quella sommessa esortazione dell’implacabile ansiosa ricerca della favola, nella speranza che il destino stesso sia capace di riproporre una rinascita. “Vivi nel momento che resta tale, come lo svolazzo di un lenzuolo al vento, come la nuvola dissolta , e come la vita che è, e non può far altro che essere…”

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