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Ignazio Apolloni, Siberia, Ed. Arianna, 2010

Carmen De Stasio

Oltre la soglia della realtà alla ricerca di un’esistenza significativa.

 

Quanti sono i tempi a disposizione dell’individuo? Quante e quali le dimensioni per creare nuove prospettive?

Con una domanda articolata in modo da generare ulteriori indagini avvio la mia meditazione su un testo complesso e completo quale Siberia mi si è proposto. Un universo di digressioni cerebrali, una pletora di circostanze e luoghi che incidono l’esistenza e i processi esistenziali. Condizionano e interferiscono. E infatti proprio sulla rilevanza delle interferenze medito approfonditamente dopo aver chiuso piccoli paragrafi che si insinuano come tappe oblique e sfuggenti nella cristallizzazione di nuclei di vite talora divergenti nell’apparenza, accomunate da consanguineità, da opinioni che si districano come nodi di una medesima trama che converge verso un’unica realizzazione.

Il libro ha una diffusa personalità che si evince dallo scorrimento meditativo che coglie nel procedere nella lettura. Distante in principio il favolistico mondo di cui Ignazio si circonda per mettere in moto meccanismi soavi di immaginativa percezione, si avverte da subito il ritrovarsi in una realtà che media tra le prospettive di un tempo o di tempi trascorsi che fagocitano e spiegano in un paradossale contemporaneo ciò che avviene nel contesto interiore dei protagonisti: persone ed esperienze suggellate da gravi ed intensi momenti in cui domina il persistere di analisi che coinvolge non solo l’aspetto individuale, ma comprende azioni, ambienti, altrui percezioni e altre figure che penetrano il mosaico della storia in evoluzione nelle sue multiformi apparizioni e in cui la meditazione è un fulmine che provoca quasi attrito con le pagine stesse.

L’intreccio è in apparenza incentrato sull’esclusiva immagine dinamica e sceneggiata di un uomo e una donna nello scorrere del tempo interno-esterno; i loro percorsi avvengono in maniera flessibile con flash back e lampi di riflessione. Sono un lui e una lei, due personalità distinte in soffusa ombreggiatura; un padre e una figlia in azione sulla vastità poliedrica e versatile della scena con la trepidazione e il ritmo di un romanzo dalla complessità intensiva, di momenti descrittivi, esperienze assimilate agli spasmi dell’intelletto, ragionamenti in proiezione e talora claustrofobici o sconvolgenti e riflessioni che si aggrovigliano, si perdono in un flusso di pensiero inesauribile, con narrazioni esterne e in memoria, spingendo sempre più in là il ventaglio di vicende personali che ingloba e risucchia in un vortice piano tempi e accadimenti relativi anche a momenti storicamente remoti e paralleli, che mantengono l’attenzione come se si svolgessero in un continuo presente.

Potrei definire Siberia come cronaca romanzata che svela bollenti emozionalità riconducibili a tappe esistenziali, colorate con le densità di congetture coinvolgenti vari aspetti della cultura, in cui tutte le formulazioni dello scibile sembrano distanziarsi tra loro, come se una forza congenita spingesse le une a differenziarsi per natura dalle altre. Contrariamente alle attese, viene scardinato e, infine, abbattuto il muro di divisione che l’individuo stesso erige tra le discipline del pensiero entro le quali il pensiero e la capacità intellettiva si muovono senza limiti e senza timori di sconfinamenti, con la dissoluzione della coriacea diversità.

Se le risposte appagano la curiosità di conoscere (e dunque) di motivare il proprio cammino, l’inesauribile viaggio è in compimento e si svolge seguendo dall’interno e da spettatori due individui tramite i quali l’autore offre un quadro condensativo delle prospettive culturali attuali, sconosciute e dunque velatamente rifiutate dai più.

La capacità di comunicare di Ignazio Apolloni appare nella veste rinnovata di un romanzo costruito con elementi significativi perché emerga quella indipendenza di pensiero, quel (desiderio di) muoversi in libertà su superfici anche contrastanti di rivelazioni mai edulcorate dell’esistenza, nella quale la coscienza di un individuo - che è storia di sé e di altri – ripropone o ricompone non la genesi, non i rapporti con un ricordo accantonato e poi recuperato per giustificare a sé manchevolezze e lacune, insoddisfazioni climatiche della mente e delle proprie circostanze; piuttosto, attraverso fasi di osservazione dei propri atti di vita, elabora la specificità di un’atmosfera ambientale personale, parla con una distintiva voce, nella quale il respiro alto di una cultura altrettanto vasta, poliedrica e in continua crescita corre sul filo di una ricercata ed evidente preziosa autonomia di posizione.

Questo piace di Ignazio, di una scrittura che si giova di consapevolezza non solo esclusivamente linguistica e stilistica (non si tratta di prove autoreferenziali); egli stigmatizza avvenimenti e circostanze, condizioni e condizionamenti su un unico piano orizzontale, nel quale convergono le innovazioni che dilatano come piano di infinita prospettiva il continuo potenziamento-crescita dell’individuo. Eppure non si tratta di un’analisi a-posteriori come potrebbe denunciare lo sviluppo con una voce fuoricampo: passaggi da un narrare come vissuto e un presente dialogico si alternano e si mescolano con conversazioni che si esauriscono in una introspezione necessaria perché si coagulino con la meditazione successiva; si rappresentano come momento di ferma, di annichilimento del pensiero; si configurano come l’acme essenziale per chiarire movimenti tutti interni. Un’operazione ambiziosa che tende ad alleviare la confinazione provincialistica delle scienze dalle conoscenze.

Tra le pagine domina una integrale e, insieme, mosaicizzata musica del tempo che invade distaccandosi completamente dalla sofferenza. Ciascun elemento che vada a confluire in una centralità provoca scuotimento e variazione – se non addirittura una metamorfosi percettiva – che però non si disperde mai in picchi di dolore, né è mai in agguato il flash sensazionale, il brivido fisico dell’abbandono nell’atto di deviazione verso nuove traiettorie. Tutto avviene senza alcuna nostalgica o straziante mutazione, se non attraverso la razionalizzazione delle parole che l’autore sceglie nel suo acuto e sintetico vocabolario, organizzato attraverso metafore che rientrano a pieno titolo nei percorsi esistenziali, atti dovuti da parte di chi pensa la propria esistenza, accoglie come fasi necessarie le continue mutazioni di rotta perché l’ambizione insita nella natura umana possa procedere nel suo percorso di crescita come pianta selvatica spontanea, antidialettica, che nell’individuo avviene per  meditazioni. Mi piace a tal proposito riferire quanto si legge in un passo che condensa un punto di non ritorno, prevede un’inter-lettura come apoteosi congegnata mediante i segni di una natura che “spiegano” le dinamiche che avvengono all’interno della protagonista Ella, durante il cammino di conoscenza, prima che coinvolgimento con la variabilità del contesto che (si) sceglierà: la strada è tortuosa perché deve scendere dalla collina ma è fiancheggiata da querce le cui foglie a tratti le danno le vertigini tanto son belle; dai colori cangianti tra autunno e inverno fino a diventare di un rosso porpora al tramonto. In questi casi si è lasciata prendere dalla tenerezza; le sovviene quanto va predicando suo padre sul divino e la felicità di sentircisi dentro per comprenderne e amarne la grandezza. Brevi momenti, però, simili stati d’animo. Le curve sono tante; i percoli di finire fuori strada anche di più. (pag. 301)

L’autore mette in discussione la frammentarietà della cultura o, meglio, del concetto di culture e in tal senso configura un quadro di convergenza che, lungi dall’essere avveniristico quadro di assolutezza, viaggia allo stesso ritmo del respiro delle storie contenute e divenendo personaggio etereo fino a che possa trovare espiazione proprio nell’individuo libero o liberato dalle sovrastrutture che non gli permettono di acquisire nella contemporaneità del sé il tutto, ovviamente in relazione a quanto egli riesca a concepire. E dunque la concentrazione su una tematica che possa nutrire la propria vicenda esistenziale sembra il nucleo della disquisizione culturale che si presenta al lettore nella forma di romanzo, pretesto per tentare di rispondere a domande che già godono di solennità nello studio della filosofia e delle scienze tutte, tuttavia senza, spesso, sedimentare come percezione olistica per propiziare un potenziamento della vita, della percezione di vita  migliorativa del sé in confronto a se stesso prima che agli altri.

In sintesi: tentativo di fondere la tecnica scientifica dei numeri con schemi conoscitivi che sembrano usurpare di volta in volta il trono della esattezza. E poi, esiste davvero un’esattezza? Come potrebbe essere ciò possibile se ogni elemento nel momento di configurazione scalcia prepotente l’altro? E’ mia convinzione che il tratto che congiunge un punto A collegato con un punto B definito su un piano dia come soluzione 1 e non 2. E’ arricchimento: dall’unione si ha la percezione di sé che si traduce con conversazione, scambio, contrasto, discussione, opposizione, per poi procedere in tutte quelle attività cerebrali che confermano l’esistenza di sé e fanno concepire l’idea di comunicazione.

Ella è protagonista non assoluta, perché il viaggio intrapreso suggerisce a sua volta viaggi all’interlocutore in continuo accoglimento dei respiri della parola=minima verità; viaggia all’interno di sé coinvolgendo le proprie membra sovente interrotte dalla vitalità di situazioni che l’attaccano come collante a una realtà che si mostra tuttavia mai definitiva, in perenne azione nel redimere se stessa e fluire verso nuove traiettorie. Una linea guida, dunque, che si astrae dal contesto per aderire a nuovi contesti, incastrati alla maniera futurista di velocissima specie.

Pur non riflettendo la consueta scrittura, l’autore cavalca la sempiterna opportunità concessa all’uomo pensante di frastagliare e frantumare ambienti conoscitivi per rimescolare i connotati e assurgere con una temperata dimensione consona al sé. Ogni volta la percezione si lascia sottoporre a revisione, a condizioni contrastive che alienano nella cromaticità che si perde, si dissolve lasciando talora appena la scia di incantamento. Anche l’errore, il passo falso, è una considerazione posteriore e si insinua nei tracciati come condizione necessaria e sufficiente per potenziare ulteriormente la forza della razionalizzazione, della sete di progressione.

Pronta ad assolvere al compito esistenziale di ricercare le origini della conoscenza e lo scopo dell’esistenza per generare l’individuo nuovo, l’opera di Ignazio offre uno sguardo ad un senso di divino che solleva veli là dove appaiono discrepanze, là dove il lettore rischia di perdersi in elucubrazioni e spinte olfattive che incidono sulla specie stessa dell’ambizione.

Ho parlato di interferenze, ovvero contaminazioni orizzontali che talora provocano solo un vago e superficiale strappo; altre volte, pur inserite nelle medesime condizioni psicologiche, incidono le carni e si propongono come momenti di stravolgimento totalizzante. Ancora, si tratta di momenti in forma di cataclismi universali veicolanti una svolta. Il tutto nella dimensione di millesimi di attimi sconvolgenti quanto una folata di vento e che infine (o nel nuovo inizio) lasciano la scoperta vuota.

Delineata come ricerca forzata attraverso i numeri, la protagonista non va alla ricerca di sé in quanto donna. E’ già donna. E’ figlia e madre di se stessa. Gli incontri, le interferenze non soddisfano la sua richiesta. O, paradossalmente, distruggono il cromatismo circostante, emozionale, elevandosi ad unica certezza e dunque scavalcando e schiacciando la possibilità di incrocio.

La fissità, la necessità di possedere il reale non avviene nemmeno con il possesso dei numeri, con l’esatta schematizzazione o l’incasellamento cerebrale degli avvenimenti in sequenza. Non può una proprietà transitiva o un sillogismo segnare il sintomo di una cadenzata vibrazione verso il cambiamento. Non è nel dettaglio la condizione. L’autore a questo punto si riscopre a segnalare le cervellotiche indicazioni del testo manuale che lascia scoperto il finale giacché mai esiste una parola che determini la conclusione. Perché semplicemente non esiste conclusione. L’esistenza è un incessante movimento talora oscillatorio, talora in illusoria staticità. Ma la sosta è solo apparente, i movimenti impercettibili continuano in pulsioni millimicrometriche. Oltre la crosta. Edulcorata sarebbe la perseveranza nello stabilire l’ordine di tasselli incastrati secondo regole dettagliate, che però lascerebbero vuoto il luogo della creatività.

Di cosa ha bisogno l’uomo per sentirsi tale? Di tutto. L’olistica dimensione è di arduo raggiungimento. La costruzione può avvenire esclusivamente attraverso la narrazione di eventualità, per trovare spazio (questa la ricerca!) nella combinazione di una necessaria totalità di elementi che si attraggono, si dimenano, si scansano, si aborriscono, sui quali vincere assumendo le sembianze efficaci di un burattinaio che intervenga a rimettere ordine e applichi quella competenza raggiungibile con il vivere consapevole, perché dall’incastro di quei tasselli esordisca il giusto risultato.

L’autore presenta questo sfuggente puzzle e crea le condizioni perché si possa sbrigliare la serie di nodi che sembrano ostruire convincimenti. E anche in questo caso, esistono forse sommatorie che prevedano il districo mediante la strutturazione ordinata di situazioni? Posso al più pensare all’ordinarietà, all’ovvio, ma l’ovvio non è realtà riconoscibile a coloro i quali si giovano delle abilità di riflessione per scandagliare la fonda delle situazioni, delle individualità.

Il fio da pagare è la solitudine nel pensiero: si costruiscono immagini sfuocate agli altri ma evidenti a sé, ottenendo come estemporaneo risultato una dissolvenza che non permette di espatriare da quei solchi che si auto-riproducono anche a costo di scalfire percorsi già tracciati.

Occorre vivere, non accasciarsi a rifiutare i passi pesanti della quotidianità. Ma chi può intervenire, quando si percepisce infine che dentro permangono monadi perdute alla ricerca di realtà che mai si incontreranno se non solo nell’apparente strofinio? Non è questa comunicazione. La vita non è una sequenza di immagini attese. Non è l’incontro della buona e bella fanciulla con il principe. Né una zucca potrà mai diventare una sfavillante carrozza. In fondo mi appare questa l’immagine di Ella: un sogno di favola con numeri che inchiodano la dimensione immaginativa, senza la quale la prospettiva sarebbe solo vaga. Acqua e olio di superficie.

Condensa che si poggia su un fiore e che diverrà pertanto essa stessa un fiore.

Una metafora questa che azzardo, ma è una concessione cui mi spinge lo stesso autore, il quale rinforza la sua espressione evocativa nelle risultanze non tramite intonazioni e ritmi che assorderebbero se non mitigati da meditazioni apertamente simboleggiate da corrispondenze e coincidenze nei nomi non casuali di personaggi della scena culturale mondiale; testimonianze di esistenze diverse nell’unicità di un’esperienza vissuta, prima che offerta come opera d’arte.
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