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Francesco Filia, La neve, Faraeditore, 2012

Antonio Spagnuolo

Tempo di incursioni tra strade, vicoli, archi, sculture, chiese, stazioni, di una Napoli tutta da rivisitare e godere, anche se la neve non la si potrà facilmente vedere, se non occasionalmente qualche volta sulle falde del Vesuvio. Perché poi la neve è così importante per Francesco Filia? Metafora della caducità, metafora del fragile, impalpabile, inafferrabile, e pur meravigliosamente vera, come la manna che non riusciremo mai a toccare. Tra mura e stanze abbandonate, tra piazze e giardini rigogliosi, tra il riverbero di una spalliera ed un orizzonte vermiglio, tra palazzi graffiati dal tempo ed il fuoco della memoria, tra gli assedi della lentezza e la fuga degli amori, si insinua il vocio della gente, pronto a sgranare preghiere o ad impastare lacrime. I volti hanno il segno dei millenni per quelle parole sussurrate, per quei pensieri che non giungono mai allo stupore, ma inseguono la ruggine per strappare bagliori.

Una poesia, questa dei "trenta frammenti" dedicati alla sua città, che trascina pagina dopo pagina, con una pastosa compostezza, realizzata nella struttura del testo da una carica culturale severamente distillata.

L'abbondanza della "parola" sembra qui rimestarsi nelle ombre di visioni, continuamente rivelantesi per un labirinto  simbolico, che gioca tra presente e passato, tra vaghezze e perfezioni, tra percorsi e trasformazioni, che rendono la lettura costantemente significativa.

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