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Guido Zavanone, Il viaggio stellare, San Marco dei Giustiniani, 2009

Antonio De Marchi - Gherini

Una forza pasoliniana permea e corrobora tutta l’intelaiatura epica di un poema civile che, in tempi di bassa cucina letteraria, e di scadente prosa scambiata per poesia, ha il coraggio e il gusto dei sapori forti, dei vini generosi.

    Dell’impalcatura scenica e ‘teatralità’ cinematografica, gotica e barocca ad un tempo, di questo viaggio cosmico e metafisico, bene ha detto Giuseppe Conte, prefatore, certo, tra i più indicati per una scrittura ‘sui generis’, qual è quella di Guido Zavanone.

   Il poeta, nel suo viaggio immaginifico in quell’aldilà o altra dimensione da cui meglio può giudicarsi l’aldiqua, non fa sconti a nessuno, che si tratti di politici, industriali, intellettuali, di tutta quella fauna, insomma, che porta la colpa del caos e delle ingiustizie più patenti che sconvolgono il mondo e l’individuo.

    Ascoltiamolo:”…politici solerti e faccendieri”; “industriali che comprano e rivendono coscienze”, “scrittori rinomati/ e a braccetto critici e poeti che/ si lodavano l’un l’altro spudorati.”

   Ma Zavanone è uomo di fede francescana, attento agli umili , ai diseredati: in questa , come in altre opere precedenti, da Il viaggio a L’Albero della conoscenza, tanto per citare due opere tra le più importanti. Però ai teologi e predicatori più ligi al potere che al dettato evangelico dedica versi come questi:” teologi che insegnano/ ciò che non sanno facendo la ruota” e “ predicatori/ che dicono nel vuoto cose vuote.” E, in una sorta di contrappasso dantesco:” Tutti costoro hanno perso la parola/ ch’han sperperato quand’ erano in vita.”

   Zavanone è poeta di sinceri sentimenti, senza scadere nell’intimismo, anche se velati da mestizia e da un senso di impotenza nei confronti dei fini ultimi di tutto questo agitarsi insensato che è il vivere umano. Commuove particolarmente nel suo viaggio, che tocca una sorta di nebbioso Averno, l’incontro tenerissimo, ma misurato, con le ombre dei genitori: la madre avvolta nei sentimenti: (Disse e la voce le tremava in gola/ si strinse all’altra ombra e mi guardava/ con quell’amore che non ha parola.”), il padre che rimpiange la vita(“Oh andar per strada lacero e stanco/ ma esser vivo tra la folla viva!”)

   E il figlio dice soltanto “Sapete che v’amo” per timore che i genitori nel suo dire leggano “l’affanno/ e il dolore d’un vivere insensato.”

   E qui è d’uopo soffermarsi sulla fede dubbiosa che in Zavanone è rovello permanente: Anche durante il viaggio, Dio è un’immagine oscura: un Oltre è possibile, ma come sia e cosa sia questo “Oltre”rimane avvolto nel mistero. E tuttavia la fede del poeta, che ho definito francescana, è un sentiero aperto alla speranza.

   La trama della scrittura si snoda agile, cesellata da allegorie e metafore degne della migliore tradizione del Novecento, da Rebora a Montale, a Boine, a Sbarbaro, ma l’impasto è classico, con qualche debito di pensiero e di stile a Dante e Petrarca.

   Siamo davanti e dentro ad una poesia antiretorica, un antilirismo che ben si confà alla lettura schermografica dei nostri giorni, una tessitura del narrato di singolare vigore e nitore: “voce della ragione che mai pretende di pontificare”, per dirla con Zanzotto.

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