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Gilberto Finzi, Diario del giorno prima, Nomos edizioni, 2012

Antonio Spagnuolo

Uno sguardo straniato ci può parlare del giorno , del giorno che gli affetti allentano le corde per svanire nel nulla , del giorno in cui il pensiero appesantisce i dubbi , uccidendo gli ultimi simboli , del giorno che intravede l’ultima pagina da scrivere per riconoscere ed ammettere il vacillare anche della memoria.

Questo faccia a faccia con il quotidiano si identifica nella esistenza stessa di una filosofia del prima, costretto a vedersi con gli occhi di chi conta il tempo alla rovescia, attraverso il riconoscere che il volto dell’altro ormai rispecchia le nostre stesse rughe , le nostre stesse pieghe untuose , le nostre stesse impotenze.

Ormai la patita è giocata e nel silenzio totale, nella tensione a mala pena sostenibile, le labbra cercano quelle parole che potrebbero sistemare le tessere di un mosaico fatalmente fragile.

Gilberto Finzi tesse, con abilità unica e preziosa, una trama del tutto personale, ma fortunatamente universale , per la quale lo sguardo straniato del claudicante ammicca in originali delicatezze. Non ci sono rimpianti catastrofici o lamenti stridenti , ma uno sciorinare di immagini lievi e suadenti , che con la vecchiaia hanno il passo della chiarezza e gli orizzonti del mistero.

“Il tempo che ci resta? No, / il tempo che qui resta, / l’inutile scansione che arrovella/ e che finisce sulla terra: / qui rimane, fra gli umani, / i vivi, i sovrastanti, i senza pace, / rimane finché vivi e parli, / rimane negli occhi e in ciò che vedi….”

Senza limiti , quindi , questo giro intorno al tramonto di ognuno di noi , con la poesia che dilania e ammorbidisce, urla e sussurra , come un continuo racconto che riesce a riattivare la fiamma sopita sotto la cenere.

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