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Antonio Spagnuolo, Misure del timore. (Antologia poetica dai volumi 1985-2010), Kairòs, Napoli, 2011

Enzo Rega

Antonio Spagnuolo, a quasi sessant’anni dall’esordio in poesia, che risale al lontano 1953, si dedica – e ci regala – un’auto-antologia che raccoglie poesie da dieci volumi usciti dal 1985 al 2010 (Candida, Dieci poesie d’amore & una prova d’autore, Infibul/azione, Dietro il restauro, Attese, Rapinando alfabeti, Corruptions, Per lembi, Fugacità del tempo, Fratture da comporre), più un mannello di testi inediti raccolti sotto il titolo che viene poi dato al volume, Misure del timore.

Un titolo programmatico a posteriori, se si può dire così, e che retrospettivamente contrassegna il senso del fare poesia di Spagnuolo (una poesia che presenta una forte coerenza pur nei suoi sviluppi interni): la parola e la misura del verso si fanno strumento per una mappatura del disagio dell’essere al mondo, ma nello stesso tempo ne sono anche contromisura, unico possibile antidoto. O meglio, non unico, perché, insieme, c’è la forte tensione erotica, laddove l’erotismo, come per il D.H.Lawrence del Lady Chatterley o di alcuni saggi, è riscoperta della vitalità primordiale. E quindi a suo modo antidoto alla vecchiaia (qui come in certe opere di Philip Roth).

A scorrere questo volume, si scopre come termini quali vecchiaia, rughe ecc., e la tematica connessa, compaiano già in testi degli anni Ottanta per assumere sempre maggiore frequenza. Come se la vecchiaia non sì incontrasse solo a un certo punto della propria vita, ma si portasse sempre dentro, pronta a esplodere: così come la vita che ha in sé la morte. Quindi, al centro della poesia di Spagnuolo non è tanto la senilità come condizione attuale del poeta, ma, da sempre, la senescenza come processo ineludibile.

I due aspetti della corporeità (il corpo è ovviamente a sua volta centrale per un medico-poeta o poeta-medico) sono tra loro intrecciati: la vitalità dell’erotismo e la corruzione della malattia. L’incontro tra “medicina” e “poesia” è particolarmente importante nel poemetto Melania, ripreso dal volume Candida del 1985. Qui il medico Spagnuolo anatomizza il corpo in ciascuna delle sue parti, anche se senza dubbio l’attenzione si accentra sui due organi elettivi: il cuore (il che è scontato per il cardiologo quale Spagnuolo è stato) e il cervello. È come se ci trovassimo alle sorgenti del pensiero occidentale: da un lato per lo sguardo totale all’uomo e al suo rapporto con l’ambiente, il medico Ippocrate; dall’altro però anche i filosofi Platone (che correttamente situava il pensiero nel cervello) e Aristotele (che riprendeva a collocare, come gli antichi, l’anima nel cuore). L’incontro che si realizza in questo poemetto tra le due culture, quella medico-scientifica e quella umanistico-letteraria, da un lato investe di portata conoscitiva la poesia (alla quale spetta appunto la disanima del disagio umano): “Tutto ricade dentro l’altro” scrive infatti il poeta (p. 20; corsivo nel testo). D’altra parte è come però se la stessa scienza fosse destituita della sua valenza epistemologica nell’impossibilità di pervenire comunque a una verità assoluta (“ferite di verità” si legge proprio nel testo di chiusura, a p. 166: ma tutto il corpo del libro è solcato di “graffi” e “lesioni”). Parole come “nebbia” e “ombra” le troviamo dall’inizio alla fine a darci conto della caligine nella quale siamo costretti a brancolare. “Silenzio” ancora è lemma ricorrente. Se il silenzio è una pausa nel discorso, a loro volta i “frammenti” di discorso – gli unici possibili per Spagnuolo – sono alla fine essi una pausa provvisoria nel silenzio.

Ciò non toglie che la poesia tenti un assalto al cielo, cioè a qualche metafisica essenza delle cose. Ciò che suggerirebbe l’immagine di copertina (pur non scelta dall’autore): una torre Eiffel inquadrata dal basso. La quale immagine ancora suggerisce un simbolo fallico, e cioè la fecondazione rinovellatrice di una vita declinante nella fugacità del tempo. Il riferimento chiama in gioco di nuovo la psicoanalisi. Spagnuolo riporta in apertura, prima della prima poesia, e al centro della pagina bianca, la frase: “La libido produce il sapere senza oggetto in disarmonia con il reale. – La poesia è legata all’inconscio e l’inconscio è il luogo della poesia” (p. 4). Affermazione questa, “l’inconscio è il luogo della poesia”, più radicale e originaria, di quella che avrebbe recitato: “la poesia è il luogo dell’inconscio”. Nel primo caso l’identificazione sembra più netta, tanto da giustificare quanto leggiamo poi a p. 29: “… l’ultima sorgente / impalpabile è poesia”.

Seppure la fonte della poesia è l’inconscio – o meglio, la poesia è l’inconscio stesso – la parola non si dispone caoticamente sulla pagina ma, appunto come recita il titolo del volume, con misura. Quella di Spagnuolo è una scrittura a togliere, con versi spesso brevi e componimenti di lunghezza contenuta, anche se nei testi più recenti appare una qualche forma di narratività che rende meno “etereo” il testo, soprattutto laddove contenutisticamente esso si addensi intorno alle figure del padre e della madre. Per il resto, la poesia di Spagnuolo appare poco autobiografica, nel senso che il caso particolare assume comunque valenza universale acquistando quel certo carattere “astratto” già segnalato dalla critica.

Per certi aspetti la sua poesia è anche poco meridionale, poco mediterranea. Solo in un testo, seppur non nominata, appare Napoli, “Insolita città nel fulgore del sole, / che sopra i tetti disegna la tortura / dei panni, / le suggestioni di un sogno ripetuto all’infinito, / quale rituale tribuna delle apparizioni” (p. 120). E se questa poesia, tratta da Fugacità del tempo del 2007, si apre nominando il golfo, un testo dell’inedita sezione finale s’intitola proprio Mare: anche qui, alla concretezza descrittiva iniziale (“Una vela, tre vele, venti vele, le tante vele / che intagliano arcobaleni incandescenti” (p. 146), segue la modalità astrattizzante di Spagnuolo, che coniuga l’aspetto “etereo” della sua poesia, come lo definisce lui stesso (p. 147), con una sostanziale fedeltà alla terra. Eppure lo sguardo orizzontale, seguendo la spinta vettoriale suggerita dalla foto di copertina (e allora la torre Eiffel da simbolo fallico (ri)diventa guglia gotica, dito puntato al cielo), si alza verticalmente a cercare una qualche presenza divina (non scrive forse in Corruptions del 2004, a p. 95, “riprendere il volo oltre il tuo ventre”?). Così, troviamo, nella Notre-Dame parigina, un “Rosone d’incertezze colorate” (p. 9), poi un “linguaggio perduto alle preghiere” (p. 57), “l’angoscia contro Iddio” (p. 91: un’angoscia che, a differenza di quella di un Kierkegaard non riconduce all’acquietante porto divino), un “Dio perverso” (p. 117: in qualche modo, à la Camus), un più o meno (im)possibile “dialogo con Dio” (p. 131). Tentato rapporto con l’ineffabile che trova massima espressione e sintesi in un testo non a caso intitolato Vertigini compreso nell’ultima sezione: “L’ultima lacrima rimane sigillata / nel presagio di un nome, il nome Tuo, / che comprende il bagliore della Tua nudità / oltre la Croce. / Forse è il tempo del nulla: un’infinita poesia del disinganno / più volte sbilanciata nell’affanno, / o la tortura broccata di parole adirate / con diffidenza smarrite nel conforto” (p. 159). Lo scorrere delle pagine in cui scorrono questi riferimenti è anche uno scorrere nella fugacità dei tempi, all’interno dei quali, sottotraccia ma non tanto, passa anche il tema del divino. Il quale trovò espressione particolare in un volume qui non ripreso, Io ti inseguirò (venticinque poesie intorno alla Croce) del 1999.

Versi, quelli citati, che rendono conto, di nuovo, del titolo dato all’antologia qui proposta. Per usare un’espressione di Marina Cvetaeva, Antonio Spagnuolo è “poeta di lago” che pur con variazioni e interni sviluppi, come si diceva, ruota sempre intorno agli stessi temi di fondo. A un certo punto il poeta parla di anagramma. Ecco, questo termine potrebbe usarsi come cifra esplicativa del suo stesso fare letterario (comprese le puntate nella prosa): la sua intera poesia, nella tensione tra tempo e memoria, è in fondo un anagramma che rimanipola e rimonta sempre gli stessi pezzi. Così come ci suggerisce anche il rincorrersi e il giocare foneticamente di parole come seno/senso/senno/segno/sogno.

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