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Monica Florio, Il canto stonato della Sirena, Ed. Il mondo di Suk, 2012

Antonio Spagnuolo

La rivoluzione che ci avvilisce in questi anni, causata dai massa media, dalla diffusione televisiva senza limiti, dal denaro che frulla per i grandi patrimoni, dalle ganghe agguerrite, dal vestiario con la sua moda aggressiva e fatua, dai telefonini con i messaggi cifrati, ha portato ad una omologazione e ad un appiattimento palese della validità linguistica, che fino ad ieri era il patrimonio culturale più importante della società civile. Innovazioni e aperture all’errore ormai sono una invasione quotidiana degli spazi privati, a discapito dello splendore dei costumi e a discapito del bagaglio che ognuno di noi dovrebbe arricchire giorno dopo giorno. Fortunatamente tra i più giovani esiste qualche ribellione, un certo fermento, una volontà di riappropriazione del linguaggio, che riesce a rompere quest’onda negativa, per proporsi, e proporre una diretta distinzione dal volgare ed improprio perseverare nella nullità dei testi letterari. L’amore per il testo e per la scrittura, degna di essere chiamata tale, ce lo propone ancora una volta la raffinata Monica Florio, che tutti conosciamo per il suo saggio Il guappo, come attenta operatrice culturale, ed impegnata divulgatrice di formule critiche, di consessi e di convegni.

Un volume dal colore determinato e incontaminato, aggiornato nella scrittura e maturo nell’intervento, proiettato in uno sperimentalismo molto soffice, quasi a fior di pelle, ed improntato alla leggibilità senza tema di sbandare. Ella dialoga con la tradizione, ma diligentemente progetta brani scorrevoli e leggeri, tali da rompere con un passato pesante e costruire un decentramento accorto della frase. Siamo di fronte ad una costruzione attenta della pagina, attenta perché ordinata a proposte stilistiche connesse ad un compiuto contesto operativo.

Storie, queste, pregne di luminosità, scelte con la delicatezza del racconto, per una limpida scorsa attraverso incidenti di quotidianità o di normalissima vicenda umana. Partendo dalla semplicità attonita di una banale storia di corna, storia che potrebbe capitare ad ogni “sprovveduto” giovane lavoratore contemporaneo, ingannato ed illuso dal suo capoufficio, stordito ed attonito per non aver compreso in tempo le disavventura che incombeva contro di lui, scorriamo verso le dignitose decadenze di personaggi illustrissimi o meno noti, poveri Cristi in balia del caso bendato, o figure di una Napoli tutta improvvisamente aperta al rincorrere metafore . Le figure che si avvicendano sono tutte persone immerse nella semplicità più assoluta, volutamente oggetti e soggetti che del caso e della quotidianità sono simbolicamente vittime, e vittime della solitudine e della rassegnazione.

Di interesse il riscontro di molte pagine che sono scritte al maschile, intrise di toccate intellettuali tecnicamente orchestrate, un dire che fraseggia colori e imprevisti. Cadere e rinascere attraverso la parola per sopravvivere senza disturbare l’altro, svincolare accidentali movimenti o immergersi nelle elucubrazioni evanescenti e fumose.

Il lavoro che la Florio presenta non appartiene alla letteratura della memoria, ma rappresenta una certa riscoperta lirica della realtà quotidiana, caratterizzata dall’asciuttezza dell’espressione, dalla maturità del linguaggio privo di quella ridondanza, che - invece - molto spesso ritroviamo in autori contemporanei dediti al prolisso. Qui la trasparenza della prosa passa attraverso le varie esperienze delle occasioni, personali o spontaneamente subentranti, per raccontare eventi di personaggi quasi sempre perdenti, rinchiusi nella loro pelle, per ripetere un andazzo che sarà sempre, o quasi sempre, motivo di tristezza .

Forse il genere monologico che richiama il «chi parla» ad un solitario ascolto, che confessa la sua solitudine, è motivo di contemplazione, separazione, depressione. Ma parlare di solitudine non è come parlare al telefono; ove l’eco risuona di sospensioni del linguaggio per modificare la sensibilità. Instaurare un dialogo con un destinatario, pronunciare un discorso che sia al contempo la prosecuzione di un dialogo antico, antichissimo, e moderno, modernissimo,  è un nobile tentativo di instaurare il racconto, in quell’abboccamento piano, medio, in quel suo soggiacere alla «bellezza », all’impulso irresistibile del precipitare dentro il buco nero, e partecipare di quell’«originario splendore» che sta all’origine di tutte le cose e dello stesso linguaggio poetico.

Gli “incontri” sono moltissimi, tutti felicemente sospesi nella irrequietezza del proporsi, e ad uno ad uno li inseguiamo per riuscire a cogliere quel sottinteso, quella metafora che Monica Florio accuratamente sottende. Le pagine si susseguono celermente con il ritmo del racconto breve, ed ogni capitolo lascia un sapore di sorpresa e di coinvolgimento umano.

Ella ci avverte filosoficamente : “Eppure è nel destino di ognuno imbattersi, prima o poi, in ciò da cui tenta di fuggire. Inutile evitarlo, l’ignoto è lì, dietro l’angolo, implacabile ci attende e, quando ne scorgiamo il volto, ci appare tristemente familiare come un fantasma che spunta all’improvviso ma è sempre stato in agguato e ha atteso solo il momento adatto per sorprenderci…” (pag. 89) –

Altrove ci tratteggia una stranissima città completamente abbandonata alla mercé di cani affamati, latranti e rabbiosi, capaci di divorare anche le carni umane. E’ una stranissima Napoli immaginata deserta, ormai senza alcun futuro e senza sole, tra le vie del Vomero ove alcune figure, veri e propri fantasmi, si trascinano senza speranza, vittime del loro stesso sopravvivere, o , nella imprevista chiusura del capitolo, voce incredibile di chi è felice di ricredersi anche se da morto.

Mediante la sospensione la parola meditante diviene la coscienza di essere sempre lo specchio di un soffio che si propaga nella mutevolezza del mondo circostante. Il mondo fenomenico che viene descritto con il giudizio comune del mortale che si arrangia e che rimane sospeso nella fatalità. Le giornate non hanno una soluzione determinata o determinante, ma sono immobilizzate da un fermento che richiama i fuochi consumati dalla stessa vicenda : la terra, le stagioni, il mare, le mura, le strade, il focolare, non si fanno gioco delle passioni, ma sono sempre preda di un destino che incombe per scoprire il tempo durante il quale esso si ripete. Fortunatamente l’inconsistenza della fiaba qui non ha dimora e l’appassionato intendimento dell’autrice non ha paura della sostanziale verità di confessioni rimaneggiate nel racconto e ricondotte, senza residui, in quel gioco che è puntuale e ricco di echi, caratteristico e singolare, per esperienze vissute all’impronta del fato.

Penetrare con arguzia e impegno anche nella psicologia di un ragazzo andicappato, così come riesce a farlo nelle pagine dedicate a “La marionetta impazzita”, o come nella rapida paginetta “Un disperato bisogno di amore”, è cosa degna di attenzione. Non è da tutti addentrarsi con acume nei risvolti possibili di una mente non definibile, quando lo studio è rivolto proprio a quei fenomeni coincidenti e significativi ed esprimibili proprio dalla razionalità, e nel riscontro di una parola difficilmente pronunciabile e difficilmente accettabile. Lo svelamento che Monica Florio compie non ha ingenui pudori, che tuttavia si affrontano nel testo per una scrittura che è carne ed esperienza vitale, dando un colpo di remi a quella che potrebbe essere vitalità intellettuale, pubblica e privata, a volte con il prevalere della discorsività, a volte con l’incedere della riflessione intima e personale. La pagina, scavata nel vivo, ha una sua particolare morfologia che si aggancia ad un febbrile aspetto veristico / neorealistico, tra le linee essenziali efficacemente abbozzate nel dettato, che rimane una sospensione con un suo peso particolare, fluttuando misuratamente nel pessimismo, per agganciarsi al richiamo della probabile speranza, per ricominciare tra gli elementi simbolici di una “pietas” rivolta alla reazione e alla utopia dell’esistenza. Le storie, brevi, rapide, a tratti fulminanti si trasformano in numerose sottaciute verità, trasudando garbatamente severe alternanze tra il ricordo inseguito e trattenuto, e la sorte generosa o effimera che svolta angoli e tratteggia maschere.

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