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Della poesia di Andrea Zanzotto

EB di Terzet

   dietro il paesaggio ingorghi ctonici non ostacolano l’acceso alla parola polifonica di gergo salito a lingua d’universocosmo. Tentata la disperazione del telaio, spuntati i rocchi scanalati si batte poesia, conio politico che preannunzia l’affresco, deposta ogni sinopia.

 

Perché cresca l’oscuro e sia giustezza di scuro, il dare e l’avere, l’essere e il morire, l’Interno e l’Esterno non necessitano radici e morsure di alberi: l’albero cresce nuovo luccicante della pioggia, teso di vento algoso, verde come ghepardo di Doganiere che investe con linguaggio sorgente la nostra primordiale Energia. Non rimaniamo passivi e impigliati nel fittizio reticolo del distratto camminare:

 

Enrico ama l’autunno.

Sarebbe pronto a vivere per sempre in un mondo autunnale,

l’impenitente Enrico.

Ma le nevi e le estati affliggono e sognano.

Nelle valli, sparsi su teste di ponte, larghi e stretti

Sono i nostri bersagli.

In noi fidiamo.

La guerra è reale,

ed una fosca gloria si sofferma su quelli feriti,

inerente all’omicidio.

Andasse pure così.

Una dislocazione, gialla come catastrofe.

Si chiamava libertà.

Ebbe voglia di urlare, ma rabbrividì nel mentre

Svanì e la cosa fece presa.

 

Enrico porta il suicidio nella cerca dispersa di una profondità nicianamente chiusa, non ricerca di luce: un vivere verso un progettato concepito in allegria raccolta (Ungaretti) siccome il fischio della parola continuerà accompagnato dalla palla di cannone (la differenza tra pirico e atomico) verso l’illuminazione di una annotazione solitaria che abbaglia il vedere e trama il capire.

Rimane oscurità e la tentazione, forse.

Morte, essico linguaggio a cui si arrende la lingua, quella lingua propria di galateo suo: il centro di un libro è centro di persona. Non a caso. Le mutevoli numeralità della parola non svolte in naturalità dicono l’orgoglio e la tracotanza di continuare l’immissione di essa entro ragni semantici  dove il significato respinto da un referente sovrabbondante: senso e significato non hanno spazio di trasformarsi in luce, in eternità.

Il tempo, slegato dallo spazio, rattrappito dall’affanno conduce all’invenzione barocca, difesa da altro linguaggio, difesa da una lingua materlineare avvolgente (il dialetto) mentre non preme il capirsi, l’intricarsi e ci si distanzia nella incomprensibilità tanto che occorre altra invenzione più spinta,rococò: la traduzione di sapore anfibologico. Di senso filologico. L’archivio dell’acqua.

Scompare il respiro del bosco ed entra l’angeloquotidiano distruggente alla maniera di Cranach, l’angelo decadente (decaduto?)  che inciampa e trascina il poeta se non si oppone con la pietà del suo dire (Apollinaire), del suo stravolgere in canto l’idea aggrumata l’oscuro) che opprime e

appesantisce. Ma che Enrico-Andrea- il poeta può statutariamente bucare e a sazietà ubriacarsi nel “disorientarsi, orientarsi” perché un punto ancora vede, uno spaziotempo non scombinato, senza lacerazioni.

 

Vita poesia concordano, autonomamente. So no, precipizio.

 

Le lingue ammutoliscono, risvegliate dall’incerta scelta di una lingua che porta al personale disorientamento, abbandonato agli attacchi degli idiomi e la foresta avanza senza albero.

La guerra si meno sottile, teatro San Romano.

Il vento, il fiume, la carta, il foglio devastati dal venticello storico dio una avventura non ricucita. Il dialetto perpetua baratri, trincee fili spinati dove s’incespica prima di entrare e l’idioma diventa idiozia perdutosi come lingua di parola: non fa istoria, non institutio, rimane impotente sgarbo (quando non ansia traslata) e la carta sono garza per le ferite continuate.

Ma non è sacrificio.

 

Dove si fonderà la parola, e dove risuonerà?

Non qui, non c’è silenzio abbastanza

Per quelli che vanno nell’oscurità

Il tempo vero e lo spazio non qui sono

Nessun posto di grazia per quelli che schivano il volto

Né tempo d’allietarsi per chi va nel rumore e nega la voce.

Quelli che camminano nel buio,

Per chi è agitato tra stagione e stagione, tempo e tempo,

Ora e ora, parola e parola, potenza e potenza, chi aspetta

Nel buio. Pregar

Per chi sceglie e s’oppone.

 

L’avvio di poesia rimane ingessato al grumo immaginifico perché il proprio idioma non fluisce nella naturalità sua infischiandosene di scolastici, eruditi, accademici che della poesia e dei poeti hanno fatto strage, rinchiusi nel ghetto dello sperimentalismo (la cornice restaurata), risucchiata ogni forza di espressione come ogni fascino di devianza.

Troppo controllo non apre a creazione.

Il poeta, Lui,  detta poesia che rapisce ordina, regala grammatiche e sintassi nuove ai teorizzatori, ai linguisti, lotta senza morire di fantastiche ferite, non soccombe a Waterloo. Dopo che ogni compagno è caduto, rimane il bastone benedetto al ristoro che “lene” l’oscurità della sera, al senso di raccolta di poesia - l’avvento della gloria -  non facile al ripristino, certo non impossibile.

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