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Ignazio Apolloni, Lady Macbeth, Coppola Editore, 2009

Antonio Spagnuolo

Scorrere un volume così denso e corposo, assaporarne le volute profumate, scendere nei dettagli della scrittura, non è cosa frequente, e contemporaneamente non è facile avvio il dettaglio critico, in un primo tempo quasi cautamente sospeso. Metafore ed assonanze si compenetrano e si intrecciano, in uno scorrere limpido di righi ininterrotti, per una dimensione etica che trionfa con la sua partecipazione al quotidiano ed alla fantasia, quasi risveglio che proditoriamente provochi  l’immaginario del lettore per rincalzare le varie ipotesi di dilatazione del detto o di tensione negli oggetti del simbolo. Scrittura rapida, lampeggiante, volutamente dilatata in concentrici volteggi, coinvolgente sino a rendere la lettura una continua ricerca del narrato, e nel narrato, per nuclei aggreganti. La “storia” è tutta da dipanare, pagina dopo pagina, partendo da un fortuito incontro con una non ben definita (o determinata) Lady Macbeth, signora e padrona di un appartamento, che era stato abitato nella fanciullezza dall’io narrante. Un ritrovamento ed una rielaborazione di luoghi e sentori che vanno di pari passo nella fantasmagorica istantaneità di personaggi e figure. Mano a mano che ci si addentra nei capitoli gli incontri con i più diversi attori  sembrano scegliere un lunghissimo filo di Arianna, con il quale si agganciano una dopo l’altra o si distaccano per poter comparire in variegate sfaccettature ritagli di pensieri, ritagli di espressioni del subconscio, ritagli di passioni che possono ( o potrebbero ) prendere la mano per scaraventare d’un tratto sempre più vicino alle cose del mondo che sgretola. Non meraviglia la indagine che si continua a sviscerare con attenzione tutta particolare intorno ai “reticoli nervosi” di un tal Kirk Homberg, incontrato in un calle di Venezia, dedito con devozione alle sue strane poesie da leggere a tutti i costi. Combinerà  qualche marachella la commessa di pasticceria che furtivamente si infila , calorosa e agitata, tra le coltri del dentista in orario non consueti? Cosa accada ad una strana festa che si svolge a Lisbona, sulle rive del Tago, lo racconta gente triste, pedante, soliti indagatori delle malattie mentali ed un poco malati pure loro. In una accorta “premessa” lo stesso Apolloni suggerisce : “Un avventuroso ed esilarante viaggio attraverso disparati paesi che vanno dall’Inghilterra alla Germania, dal Portogallo alla Cecenia, dalla Svizzera all’Africa equatoriale. Situazioni comiche alternate a riflessioni di ordine filosofico-esistenziale fanno da sfondo, da scenografia a un mondo immaginifico in cui è dato cogliere aspetti erratici alla Don Chisciotte e situazioni iperboliche alla Rebelais…”. Così  gli eventi e le improvvise apparizioni, i passaggi inaspettati e le affannose ricognizioni ci vengono incontro in una rocambolesca vertigine per uno scrigno di vere e proprie gemme culturali. Apolloni scrive senza tema di annoiare, per un esercizio di pensiero in campo aperto, una logica musicale al di là del pensare per clausole o inferenze. Visitatore di stanze, riconosce in questo deserto che ci circonda l’approccio ermeneutico , fenomenologico, che ricongiunge il barocco sfinimento alla rigorosa esplorazione  delle personalità nascoste, catena di montaggio di coscienze rassegnate all’ennesimo attacco delle simulazioni.

“Finalmente Gibuti. Sono passate altre due notti tra mare forza sette otto, accompagnati da tremori di spavento per un possibile naufragio… sarà stato per la gioia di averla scampata, sarà stato per una manovra errata, abbiamo intanto che la barca va ad infrangersi contro il litorale là dove per fortuna non ci sono scogli…”. Una fortunata coincidenza rimette in viaggio la ciurma e Kirk mette piede nel grande salone di rappresentanza per una “cena” di tutto rispetto. L’opera induce ad uno spunto riflessivo globale, ad una ri-considerazione generale dello spaesamento filosofico, etico, memoriale, e perché no anche nostalgico, in questa strana virtualità narrativa che sbalza con un virtuosismo tutto personale tra immagini aggrondate ed autentici vitalismi di temperamenti o di spigliate affettività. Improvvisamente scrive : “La conseguenza logica vuole che a questo punto i prossimi capitoli siano fatti di dialoghi fitti (ancora più fitti dei boschi della Selva nera). L’autore che – a corto di idee – fa domande; i suoi amici occasionali che gli danno risposte vaghe. Lui che incalza e fa domande a trabocchetto; loro che cadono nel trabocchetto. Il pomeriggio che si fa sera. La sera che si fa notte…” e via per altri improvvisi intervalli che arricchiscono nuove conversazioni e nuovi fantasmi che recitano una brillante illusione di intermezzi.

Incanti e sorprese si inoltrano in un orizzonte tutto da illuminare, rincorrendo una conclusione che non si riesce materializzare. Un raccontare attento, vigilato, frastagliatissimo che sembra scaturito di getto dalla fantasia, ove non  incombe la fatica di una memoria breve o solitaria. Qui il viaggio è come una prigione urlante nella quale la veglia del viaggiatore rincorre pause e sinfonie intimamente compiaciute.

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