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Ossessioni del corpo disfatto nei versi di Antonio Spagnuolo

Raffaela Manica

Una sostituzione all’interno del sistema dell’immaginario segna più di altre cose il distacco dal passato. Quando alla rete mitologica degli antichi dèi viene a sovrapporsi il fascino della scienza come immaginazione, si può veramente dire che il confine sia stato passato. Tale sostituzione segna anche un altro punto: ci si trova di fronte infatti ad una autonomia dell’immaginazione, giacché i fatti scientifici fanno riferimento soprattutto a se stessi, in un gioco di autoriferimenti dal quale diventa arduo allontanarsi: è la nominazione pura e semplice di eventi del mondo del reale visti secondo le segnature dell’interpretazione scientifica che, paradossalmente, recide il margine di autonomia. L’estrema specializzazione dei lessici funziona in modo quasi sacrale per il non addetto alla disciplina, per il profano al rito: ma la parola detta dal sacerdote si sottrae ogni volta alla consumazione, poiché riferita ogni volta a nuovi accadimenti. Benché sempre uguale a se stessa, crea n’aporia in quell’ambito che vorrebbe non riproducibile l’unicità. Come nel rito la parola dello scienziato emana intorno continuamente novità all’interno di una tradizione non mutabile e non mutevole, mentre diverso procedimento è dato di contemplare per l’ambito artistico, secondo quella nozione di aura ormai abbondantemente vulgata nelle coordinate dello spirito del moderno.

Sfogliare testi di materie che si ignorano apre spazi alle metafore, le parole della fisica sono capaci di camminare nella mente fino a farsi suggestione di mondi diversi rispetto a quelli che accuratamente descrivono in termini di relazioni; astrazioni matematiche servono ormai, è vero, per un corretto funzionamento dei registratori di cassa anche per i contrabbandieri, ma cifre incolonnate ci danno conto di qualcosa  di più dei conti della spesa, ci danno una realtà ricondotta all’essenziale di una cifra (cosa, ancora, assai diversa dal diventare numero in una memoria cibernetica); le capacità di distillazione degli stregoni della chimica danno ancora la sensazione a noi più ingenui lettori dei fatti della materia e delle sue sorti di essere di fronte a incontrollabili spostamenti delle nostre stesse fondamenta. Capita lo stesso per le parole degli atlanti del corpo, forse. Ma qualcosa di molto diverso accade gettando lo sguardo all’interno di un volumone  di anatomia patologica. Lo spazio che si apre alla mente sarà ancora quello dove giocano a rincorrersi le capacità delle parole a farsi metafore, ma a un livello più profondo, queste stesse metafore sedimentano fino a mutarsi in ossessioni, in miti troppo personali, che altri ha deciso di chiamare incubi. Giacché è infatti una delle sorti del conoscere le malattie quella che vuole che le stesse malattie diventino, quando non vissute, un fantasma aleggiante in una parte del corpo tanto profonda da essere immateriale.

E’ questo il motivo per cui possiamo restare indifferenti alle parole del fisico, del matematico o del chimico, a non a quelle del medico, anche quando riferite ad altri. Provate a leggere Melania, il poemetto che Antonio Spagnuolo ha messo al centro di “Candida”. In un andamento di tipo indiscutibilmente lirico, che molto comprende stagioni di intensa poesia (quel secondo secolo d’oro della Spagna che è la generazione dei Lorca, Machado, Jiménez, deve essere stato ripetutamente memorizzato da Spagnuolo, insieme a molti italiani degli anni tra il Venti e il Cinquanta, insieme infine al Novecento francese che, come ognuno sa, inizia precocemente, quasi nell’altro secolo), Spagnuolo snocciola una intera catena di tecnicismi medico-clinici, e non per vezzo erudito , non per civetteria professionale. I racconti che Spagnuolo ci narra sono fatti spesso di disfacimenti corporali, ma dalla parte osservante dello stregone, di colui che nel comportamento degli altri sa cogliere il margine di patetico (perché sa che la verità è inattaccabile dai sentimenti) e quello di sofferenza vera e propria, che si teatralizza  in gesti spesso incongrui, reazioni inusitate, inammissibili certezze. Una pietà terribile potrebbe essere il tono generale di questa poesia, pietà terribile per quanto assuefatta alle ragioni che bloccano il vivere. Di fronte a tanto, l’atteggiamento linguistico di Spagnuolo è quello della sospensione conoscitiva, meglio ancora si direbbe quello di una conoscenza che si sospende in attesa che altri lessici possano dirla secondo un modulo anche ironico, per adesso relegato in un canto, come nascosto pudore.

Come talvolta il piacere è stato visto nella sospensione del dolore, così la vita secondo norma affiora ogni tanto nei bianchi maiolicati dei luoghi di Spagnuolo con una notazione cromatica, un barbaglio luminoso, forse uno spiraglio sul vivere consueto che sta fuori. Nell’epatite di Melania ( “ironia dell’addome” dice Spagnuolo e chissà perché ritorna in mente quella definizione che vuole la rumba “ un’allegria del tango”), nel naufragio di corpi  di tutti coloro che sono in Melania, tra fiale che sono servite per la flebo, le sigle delle analisi, l’essenzialità dell’inglese che designa un by-pass quanto un più romantico e chandleriano whisky d’improvviso “dal soffitto luccica l’alba / insonne” a rammemorare stanchezze magari, ma di un presente diverso e concorrente : quello di una corporalità opposta a quella della malattia, per la quale il dolore iniziale sa sfociare nella gioia di una conquista, che continuerà a sfuggire, anche, ma che nel tempo dell’attesa saprà offrire una forma di felicità. Mentre dentro, dove il luccichio dell’alba va a riversarsi, l’attesa può si finire nella contentezza della guarigione ma non può mai trascurare l’ipotesi dell’irreparabile.

Nella coppia medicina / medicalizzazione , come poeta, Spagnuolo sta dalla parte del secondo termine, cioè (tolgo la definizione dalla voce corrispondente di Franca Ongaro Basaglia e Giorgio Bignami nell’Enciclopedia Einaudi) nella “riduzione in termini medici di fenomeni che possono essere in tal modo più facilmente controllati”, senza escludere dal sèma di “controllo” quello di “esorcizzazione”. Più si riduce la sacralità del corpo , più aumenta quella di chi è in grado di intervenire sul corpo. Quando però la medicalizzazione esca fuori dalle angustie di una cartella clinica tesa alla guarigione mediante pazienti annotazioni di sintomi e diagnosi e vada invece alla ricreazione delle auree magiche delle parole, quando insomma il linguaggio della medicina diventa, come in Spagnuolo, testo di poesia, allora il lessico delle malattie può diventare sinonimo di salute per il corpo tutto nuovo e verbale che viene a incarnarsi in forme di versi ritmi metri.

Quel che interessa Spagnuolo non è insomma la conoscenza della malattia, quanto invece il racconto di una esperienza continuamente in relazione con la precarietà del vivere. Tanto più settorializzato è il lessico della medicina, tanto più diventa separazione rispetto a fenomeni anche semplicissimi che abbiano quale riferimento la salute all’interno della normalità codificata dagli atti quotidiani. Facendo un salto all’indietro, rendendosi magiche da sole, come in formulari misteriosi, le parole della medicalizzazione scorrono accanto all’esperienza di poeta di Spagnuolo, così come la documentano i suoi testi, creando una uniformità non diversa da qualunque altra forma di insoddisfazione: come in colui che continui a ripetere le frasi della propria quotidiana occupazione applicandone meccanicamente i significati, improvvisamente piccole epifanie vengono a dimostrare che la vita è altrove, fuori anche dalle sia pure professionali ossessioni. Allora si dovrà dire che la nominazione continua di referti di medicalizzazione funziona in Spagnuolo non solo come esorcismo per l’oggetto in preda ai mali, ma anche e forse più come esorcizzazione a parte subiecti : e i mali dei quali parla Spagnuolo non saranno molto diversi da altri e più metafisici mali di vivere:  quelli del rivo strozzato che gorgoglia, dell’incartocciarsi della foglia riarsa, del cavallo stramazzato: e le sue epifanie, i luccichii dell’alba insonne dentro le mura della sofferenza, saranno i tenui beni del prodigio che schiude la divina indifferenza, anche quando l’alba equivale, come qui, a meriggio.

L’innesto di questi temi su percorsi più tradizionali per la poesia si trova in una raccolta intitolata Ingresso bianco (1983) composta, come ha osservato Mario Pomilio, di parole che emergono, nella sintassi consunta e distillata, “distanziate e represse, quasi diacce”, derivate da una poetica compatta, molto circoscritta, tesa a rappresentare con freddezza eventi anche di molto calore, il cui calore sfuma regolarmente in toni di bianco.

Il tempo verbale di Ingresso bianco è l’imperfetto : da una parte prolungamento indefinito dell’azione che lancia dal passato propaggini verso il  perpetuo presente della memoria; dall’altra chiaro e certo riferimento a poetiche realizzate in liricità che non vuol rinunciare al tono consolatorio dell’elegia (quanto più definitivo sarebbe stato infatti un passato remoto: senza più echi nel presente, per il piano del narrato-vissuto; di innalzamento verso l’epos per livello formale. Così come un presente avrebbe aperto spazio a un’indesiderata compromissione e  a una inaccettabile certezza).

Statisticamente lo stile lessicale realizzato da Spagnuolo in seguito, con Fogli dal calendario (1984) e Candida (1985) , alligna con una certa regolarità in Le stanze (1983) , dove si chiude anche il circolo vizioso dell’imperfetto, forse definitivamente, a vantaggio della crudezza del presente, che non si può evitare con le scuse sottintese in un imperfetto, non più. ma si chiude anche la catena dei significati e , insieme, quella della sintassi. I significati vengono anche eccessivamente interiorizzati, fino ad escludere programmaticamente ogni senso riferibile al vivere relazionale; la sintassi si inaridisce in una secchezza essenziale , che accumula in uno stesso giro di frase combinazioni tratte da accadimenti differenti. Quest’ansia  di chiudere ha un corrispettivo nella forma dei componimenti de Le stanze , ognuno racchiuso nella cornice costrittiva di voler dire anche a costo della moralità, col rischio presunto e ponderato che il dire significa spesso tacere, tanto le esperienze degli uomini si assomigliano fra di loro.

La stessa enfasi (come in aforismi che tendono a rendere esemplare l’esperienza) delle chiuse della maggior parte dei componimenti di Le stanze, tende al recupero del tono dimesso del raccontarsi di Spagnuolo. Eppure tanta introversione non rinuncia al contatto con le cose. Fatti, cose e persone appaiono a frammenti in Le stanze , proprio come capita nell’accentuare il pensamento attraverso i fili della memoria ( les fil filiformes/ genent de leurs néants les possibile qui dorment, ha scritto nella Piccola cosmogonia portatile Raymond Queneau : e il distico potrebbe stare come motto di Ingresso bianco e di Le stanze, sempre alla ricerca di qualcosa che realizzi un fine, attraverso fili sottilissimi sui quali si spande l’ala di una paternità, sempre in prossimità di farsi, da potenza, atto.) Restano irretiti innanzitutto i luoghi del corpo, già in bilico tra la norma e la trasgressione (di volta in volta, l’una e l’altra fisiologia o patologia) ma ancora sicuramente bilanciati verso uno stato di salute che precede anche l’ossessione. La vocazione, per dir così, ceronettiana , di Spagnuolo comincia da qui. Tranne che, a interrompere il filo delle ascendenze, sta il fatto che in Spagnuolo il corpo parla, interrompe il silenzio definito da Ceronetti; meglio, da un punto di vista semiotico, sarebbe dire che Spagnuolo coglie il senso delle comunicazioni in intenzionali del corpo, fornendo il rendiconto di quella che Umberto Eco chiama “soglia inferiore della semiotica”, la più lontana delle interrelazioni culturali che stanno a fondamento dei gesti e delle comunicazioni umane. E’ il codice forte e rigido del corpo, dove ogni deviazione si riconduce a un organismo di regole, a diventare il canone ispirativo di molti posti della poesia ultima di Spagnuolo.

In Fogli dal calendario il “pensiero” (la soglia superiore della semiotica , vetta mutevole che rende l’indagine precaria perché , come tutte le cime alte, squassata dai venti) si presenta “nel brivido dello  scacco ontogenetico, estraniato dagli uomini e reificato in un processo estraneo allo spirito” (come ha giustamente commentato G. Battista Nazzaro).  Se il corpo non sa di comunicare, e tuttavia comunica, fa anche sì che di fronte alla sua barriera vadano a infrangersi e annichilirsi tutte le velleità di coloro che danno per acquisita l’esistenza di un piano superiore assoluto, sciolto da ogni rapporto con la materialità. In questo senso la nominazione degli eventi del corpo che Spagnuolo effettua, la ricognizione della quale rende conto nei suoi referti in forma di poesia stanno a dire che una forma di pensiero, limitata ma indispensabile, consiste certamente nel sapere come chiamare le cose. Che è poi il problema non piccolo, pronto a far impantanare i logici del linguaggio, a far spendere ardite congetture su forme di comunicazione anche elementari. Fatti, ipotesi e previsioni linguistiche devono far riferimento al corpo, a questa misera base in grado, comunque, di dirsi.

Più  esattamente, il corpo quale noumeno ha un fenomeno nel proprio paesaggio, nelle sintomatologie della salute come in quelle della malattia: che, in una coppia cara alla poesia di derivazione leopardiana, con al proprio centro l’assioma del dolore, va a finire in amore e morte (nobilitati o rinobilitati nel secolo nostro quali luoghi eponimi della negatività, che ribaltano lo scacco del pensiero, perché proprio in essi trovano proprio accadere l’essere, l’esserci e il senso). All’interno di questo paesaggio brevi, intermittenti ma regolari epifanie creano l’illusione del nonostante tutto, del piacere come sospensione da prolungare indefinitamente.

Così  nelle notizie riportate da Melania (un corpo , un luogo, un viaggio insieme) e in tutte quelle che stanno in Candida, il manifesto più esplicito della poetica di Spagnuolo, il dolore vive a stretto contatto col piacere, in una sostanza disincantata che miticamente potrebbe far riferimento a quelle filosofie dove pensiero e materia trascinano incatenati: Epicuro o Lucrezio, per dire, ma senza nessuna intenzione di sistematizzare il discorso, che resta volentieri fermo all’annotazione diaristica che rende conto dello scorrere impassibile del tempo (come dice il titolo di Fogli dal calendario). Il piacere, naturalmente, non si allontanerà mai, per programma, dalla fisicità (ed è questa assenza della metafisica a rendere poi assai precari, a smorzare addirittura, i riferimenti a poetiche e filosofie trascorse, per centrare invece il discorso sulla infinita replicabilità delle esperienze umane, mai capaci di originalità: fatti dei quali Candida rende conto fin dalla forma dei toni linguistici, rialzati soltanto da impennate liricheggianti ispirate all’interno del codice, anch’esso replicabile, della tradizione poetica, dunque da un piano diverso da quella che quotidianamente si configura come esperienza).

Non diversi dai paesaggi del corpo appaiono così  in Candida i paesaggi delle città visitate durante un viaggio , perché l’introversione di Spagnuolo e della sua poesia  proietta il proprio senso su ogni cosa raggiungibile dal corpo, dunque su ogni cosa e basta. Né diversi fra sé sono i paesaggi di vari corpi, sempre riconducibili, e di fatto ricondotti, a una sorta di freddo interesse ( forse passione, almeno affetto) per l’anatomia, che diventa poi patologica anche quando la malattia sia quella specialissima del mal d’amore , per il qual male certamente contano di più virtù stregonesche che scientifiche ( d’accordo, su questo, tutti i suoidissezionatori, fino a Barthes e Luhmann). Tranne che , poi, diverse sono le conseguenze, come il beveraggio d’amore fatale a Lucrezio sta a dimostrare , nella sua leggenda.

Tra ego, eros e thanatos, termini chiamati in causa ancora da Pomilio, la poesia di Spagnuolo trova la propria immagine, il “senhal” che anche di fronte alle deformazioni di uno specchio ambiguo e ingannevole coglie tratti essenziali del passare sulla terra e nella vita che qui si dibattono incerti tra timore e tremore : sentimenti equivalenti, per ego, di fronte a eros e di fronte a thanatos. Così siamo infatti oltre l’ansiolitica tenerezza del Valium.

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